La guerra di Renzi / 1. Come nasce l’intervento in Libia e perché è senza limiti

Renzi prepara la sua guerra in Libia. Come? Saltando il passaggio nelle aule parlamentari e assumendo su di sè il controllo delle operazioni. E’ una scelta politica che va analizzata freddamente, fuori dalla gazzarra dei partiti che vediamo addensarsi sul Parlamento. Per sapere, per capire, dobbiamo prima di tutto ricostruire lo scenario e vedere a quali strumenti (giuridici e non) fa ricorso il Presidente del Consiglio.

Per arrivare a questo obiettivo il premier ha spezzato la tradizionale catena di comando, ha saltato il coordinamento militare che sarebbe dovuto essere dello Stato Maggiore della Difesa. Chi comanderà le operazioni in Libia? Lo scoop di oggi del Corriere della Sera spiega come sarà articolata la war room di Renzi:  “Le operazioni in Libia saranno decise dall’Aise, il nostro servizio segreto per la sicurezza esterna. La nuova linea di comando è stata stabilita con un decreto del presidente del Consiglio del 10 febbraio. Il decreto definisce le modalità operative e la linea di comando: i nostri militari di unità speciali avranno le garanzie funzionali degli 007, licenza di uccidere e impunità per eventuali reati commessi”. Molto interessante. Siamo di fronte a un fatto inedito. Dunque, messa così, la nostra partenza dell’operazione in Libia non è un’operazione della Difesa, ma una missione di intelligence. I generali della Difesa guidata da Roberta Pinotti? Esecutori. Al comando c’è l’Aise, cioè il nostro controspionaggio. Per intenderci, è come se le operazioni dell’esercito americano le guidasse la Central Intelligence Agency. Con la piccola differenza che in ogni caso l’Aise non è la Cia. Il rischio è quello della confusione dei ruoli: le spie fanno le spie, i soldati i soldati e i politici i politici. C’è chi monitora il campo, chi preme il grilletto, chi controlla la coerenza dell’obiettivo politico con la missione. Se nella killing machine entra un politico o un analista delle tradizioni dei Tuareg, il colpo di solito si inceppa quando il nemico spara. La casistica sul tema è vasta, le guerre in Iraq e Afghanistan offrono una completa galleria di fallimenti e rari strepitosi successi (tra questi, l’uccisione di Osama Bin Laden). In ogni caso, ci sarà tempo e modo per vedere come sarà articolato l’intervento italiano sul campo. E il controllo parlamentare? Avverrà attraverso comunicazioni scritte al Copasir. Cioè tutto top secret.  Wonderful, solo che sui giornali è già uscito di tutto e il Parlamento apprende le notizie dall’impaginato quotidiano.

Riepiloghiamo: Renzi cambia la catena di comando, la Difesa diventa fornitore di uomini ma non coordinatore e decisore finale, i servizi segreti assumono il comando che, di fatto, è nella cabina di regia del premier, i militari inoltre agiscono – questo è scritto sul Corriere  – con garanzia di totale impunità e dunque (tra poco vedremo come) con un piede dentro e tutto il resto del corpo fuori dal diritto internazionale e dalle norme della convenzione di Ginevra. E’ la guerra. 

Quello di Renzi è l’ordine esecutivo di un Presidente del Consiglio che ha poteri che si ritrovano nel modello del Commander in Chief. Solo che siamo in Italia e non negli Stati Uniti. La nostra è una repubblica parlamentare e non presidenziale. Domanda: siamo dunque in uno stato d’eccezione? La risposta è sì. E questa eccezionalità deriva dal contesto (la complessità dell’intervento in Libia), dalle inedite decisioni politiche (prese da Renzi) e da un paio di norme che il Parlamento ha approvato alla fine del 2015, probabilmente senza rendersi conto (ancora una volta) delle conseguenze immediate – siamo in guerra, anche se non si vuol pronunciare la parola guerra – e del mutamento che avrebbero provocato nell’assetto istituzionale: Renzi oggi è l’uomo che schiaccia il pulsante rosso, dà l’ordine alle unità combattenti. E lo fa senza aver bisogno (questo accade, ora) di alcun passaggio parlamentare. Andiamo con ordine.

Palazzo Chigi il 30 ottobre 2015 vara un decreto con un titolo lungo quanto Guerra e Pace: “Proroga delle missioni internazionali delle Forze armate e di polizia, iniziative di cooperazione allo sviluppo e sostegno ai processi di ricostruzione e partecipazione alle iniziative delle organizzazioni internazionali per il consolidamento dei processi di pace e di stabilizzazione”. Si tratta del solito testo a incastri della legislazione italiana, dodici articoli che sono il magic box che contiene di tutto: le missioni di pace in Kosovo e nel Mediterraneo, in Afghanistan e in Libano, in Somalia e in Mali, la cessione di materiale militare e logistico a vari paesi, la quantificazione delle indennità di missione per il personale inviato all’estero, i finanziamenti per le organizzazioni non governative, altri milioni di euro per iniziative varie di “stabilizzazione” nelle aree di crisi (sarebbe interessante monitorarne l’efficacia) e via così. In fondo, abbiamo visto di peggio. Il decreto arriva all’esame della Camera il 30 ottobre, il passaggio in Commissione comincia il 4 novembre e in aula arriva il 16 novembre. Passo veloce. Il 18 novembre spunta un emendamento delle Commissioni che introduce un nuovo articolo, il 7bis, titolo: “Disposizioni in materia di intelligence”. Cosa dice? Ecco l’emendamento:

7bis

Nel primo comma, si materializza l’unità speciale agli ordini del Comandante Renzi: “Il Presidente dei Consiglio dei ministri, acquisito il parere del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, emana, ai sensi dell’articolo 1, comma 3, della legge 3 agosto 2007, n. 124, disposizioni per l’adozione di misure di intelligence di contrasto, in situazioni di crisi o di emergenza all’estero che coinvolgano aspetti di sicurezza nazionale o per la protezione di cittadini italiani all’estero, con la cooperazione di assetti della difesa”. Cooperazione. Parole precise, chirurgiche: la Difesa coopera, collabora, ma non comanda. Il presidente del Consiglio – per la prima volta nella nostra storia costituzionale – ha la norma giuridica che gli consente di volta in volta di costruire nuclei operativi speciali di forze armate, fare e guidare una small war senza passare per la via parlamentare. Deve informare il Copasir. Punto.

Il nuovo articolo viene approvato dai deputati di Montecitorio in uno scenario terribile, pochi giorni prima (il 13 novembre 2015) un gruppo legato all’Isis ha messo a ferro e fuoco Parigi. Strage al teatro Bataclan, 130 morti (più sette attentatori) e 368 feriti. Tutti i governi europei mettono il turbo a una serie di provvedimenti di emergenza. L’Europa vive i giorni del terrore che condurranno a un frettoloso e inefficace accordo con la Turchia per il controllo del confine con la Siria. Domina la paura. E il Parlamento italiano vota. E’ il contesto che fa viaggiare come un treno ad alta velocità il testo. Il film si ripete al Senato, il decreto viene modificato, convertito, diventa legge. E tutti se ne dimenticano. Poi arriva la guerra in Libia. E quella norma salta fuori come il proiettile di un cecchino. Non è un caso scolastico di diritto, è vera, è operativa. Sorpresa, i parlamentari hanno approvato una cosa che funziona. Al punto che ai partecipanti alla missione vengono assicurate una serie di immunità per non finire sotto processo a causa di imprevisti (in realtà sono questi gli scenari da tenere bene in mente) sul teatro operativo. E’ quella che nelle spy stories si chiama licenza di uccidere.

Tutto questo è coerente con la Costituzione italiana? Sì e no. Dipende da cosa intendiamo per guerra. Dal punto di vista del diritto internazionale, l’Italia non dichiara guerra a uno Stato, ma partecipa a un’operazione multinazionale dove il nemico è più sfuggente che mai. Il problema più che formale è materiale, di sostanza. Se il Presidente del Consiglio invia truppe speciali in una terra straniera occupata da gang criminali e organizzazioni terroristiche, è sufficiente informare il Copasir? Un organo vincolato alla segretezza che, tra l’altro, non rappresenta neppure tutti i gruppi parlamentari. Situazione singolare. L’Italia, com’è noto, ripudia la guerra. E dunque? Che cosa stiamo facendo? Non è peacekeeping, non andiamo a dirigere il traffico a Tripoli. Ma stiamo deliberando la guerra? No, neanche questo. Tuttavia, Renzi non è il Commander in Chief con i poteri del Presidente degli Stati Uniti che, tra l’altro, ha comunque una serie di limitazioni poste dal Congresso fin dal 1973 con la War Powers Resolution. Come spiega John Yoo in The Powers of War and Peace, il sistema americano dà “al Presidente il ruolo primario di decidere quando e come iniziare le ostilità. Il Congresso dà il permesso all’esecutivo di assumere la guida e l’iniziativa della guerra, intervenendo con dichiarazioni in supporto delle operazioni militari in corso”. Negli Stati Uniti, inoltre, c’è un terzo attore che non ha affatto un ruolo secondario: la giustizia. E’ un sistema che, tra alti e bassi, funziona. Tutto questo in Italia, nel limbo di norme, retorica costituzionale e soprattutto nel pallore di personalità, non esiste. Resta sul tappeto un fatto inedito: Renzi ha in mano un nuovo strumento militare (e politico) che non ha nessun controbilanciamento istituzionale. Probabilmente, siamo di fronte a una delle più importanti trasformazioni della figura del Presidente del Consiglio: può muovere guerra con unità speciali al suo comando. Affascinante scenario, senza dubbio, sul piano giuridico e politico. E’ costituzionale? Forse. E’ uno stato d’eccezione? Sì. (1. continua)

© mariosechi

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