La guerra di Renzi / 4. La missione in Libia è sospesa nell’aria (ma solo per l’Italia)

La Libia è un enorme rompicapo tribale. Quali sono i piani per stabilizzare il paese e evitare l’espansione di Isis? Si dice: la diplomazia! Giusto, perché non ci avevamo pensato prima? Perché senza una strategia militare in Libia la diplomazia non va da nessuna parte, anzi va a carte quarantotto. L’Italia ha tirato il freno a mano sull’intervento armato e in molti pensano che questo sia sufficiente a accantonare il problema, scurdammoce ‘o passato, prendiamo tempo, vediamo che succede. E’ una tattica che funziona nel Palazzo, non quando si tirano bombe in trincea. In Libia la gente muore. E dove c’è guerra non c’è affatto speranza.  La realtà come sempre si incarica di rimettere la verità davanti agli occhi degli illusionisti e degli illusi. E’ la forza dei fatti. Così, mentre ancora s’ode lo stridore della frenata di Matteo Renzi, ecco le notizie farsi largo, l’ora delle decisioni avvicinarsi.

Isis Libya

Il New York Times rivela che il Pentagono ha un piano dettagliato con 30-40 obiettivi, l’ha messo sotto gli occhi di Obama che ha preso un po’ di tempo in attesa del governo di unità libica. Ottimo. E se l’esecutivo resta insabbiato nel deserto minato tra Tripoli e Tobruk che si fa? Si sfoglia la margherita? Il fattore tempo in questo scenario è praticamente quasi tutto: in autunno Isis contava circa tremila miliziani in Libia, oggi sono settemila, più che raddoppiati in pochi mesi. A questi ritmi, arrivare al triplo è questione di settimane. Basta guardare la mappa delle ultime operazioni di Isis realizzata dall’Institute for the Study of War per capire che cosa sta accadendo. Dove regna il caos e c’è prospettiva di guadagno, Isis si butta a pesce. E la Libia è un pozzo d’oro (nero). Se aumenta la dimensione del nemico, aumenta anche la dimensione dell’impegno militare che così diventa sempre più difficile da gestire politicamente. La Casa Bianca attenderà ma non troppo, perché ogni giorno speso a non far niente è un giorno in più di organizzazione e proselitismo per i terroristi. Raid aerei, no boots on the ground. Quelli sono affare degli europei e dei libici.

Che fa l’Italia? Siamo al solito dobbio binario. Renzi ha tolto la giacca mimetica, ha incontrato Hollande nel vertice intergovernativo ieri a Venezia, anche qui la realtà incombe. Il presidente francese è in armi, vuole intervenire subito contro Isis, la portaerei Charles de Gaulle ha passato Suez nei giorni scorsi e fa rotta verso le coste libiche. Americani, inglesi e francesi fanno e faranno da soli. Renzi dixit: “I libici per primi devono sapere che il tempo a loro disposizione non è infinito”. Welcome to the real world. Anche senza un governo libico di unità nazionale, le cose succedono, i fatti non restano congelati. Il totem che l’Italia aveva eretto si sta sbriciolando. Che ci sia o no un governissimo tribale a Tripoli, a questo punto, ha poca importanza. Anche un governo unitario sarebbe poco più di un feticcio di fronte ai clan e alle gang che fanno (e disfano) la Libia.

Bene, per l’Italia torna la domanda martellante che ci accompagna da quando abbiamo iniziato questo viaggio nella Guerra di Renzi. Che fare? Qual è la linea di Palazzo Chigi? Non è il presidente del Consiglio a darne una visione articolata, ma il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. E i fatti parlano da soli. Pochi giorni fa, Gentiloni è stato ospite del Council on Foreign Relations dove ha tenuto un discorso e risposto alle domande dei partecipanti all’incontro.

Che ha detto Gentiloni? Che l’Italia è pronta ad assumere il comando in Libia.

Italy is ready to provide its support in the forthcoming phase, fulfilling the promise to take on a leading role in the framework of an international stabilization effort. But what we will do will be in response to the security requests of the Libyan government that we have to pave the way to. Paolo Gentiloni, Council on Foreign Relations, 1 march 2016.

Aspettiamo solo la richiesta del governo libico. Good boys, we’re ready to go! E siamo di nuovo alla casella di partenza: e se il governo libico non si forma e dunque non chiede l’assistenza, se il tentativo dell’Onu (già allo stato liquido) evapora del tutto che si fa? Aspettiamo che Isis costruisca la sua flotta per far sventolare la bandiera nera a Lampedusa? La sabbia nella clessidra ha cominciato a scendere, qualcosa deve per forza accadere. E per questo il Pentagono fa i suoi piani. Perché dove non c’è sovranità non c’è la Libia in quanto entità giuridica internazionale, uno Stato sovrano, ma ci sono solo territori libici dove arrivano squadroni di terroristi. E’ la tremenda lezione di Sua Maestà la Realtà.

L’idealismo onusiano, a cui l’Italia si abbraccia come a un salvagente, è bello da raccontare, poi serve un minimo di pragmatismo, contatto con la terra. Bisogna guardare le forze sul campo e mettere un punto. Cosa fa contro i terroristi il nostro principale alleato nell’area, l’Egitto di al Sisi e del generale Haftar? Search and destroy.  Tripoli non collabora? Pazienza, c’è Tobruk che non a caso ha avuto il suo riconoscimento dalla comunità internazionale. Ergo… l’intervento militare si avvicina anche senza il governo unitario: i caccia escono dall’hangar, entrano in pista, decollano e bombardano gli obiettivi. Non è bello come evocare l’Onu, ma di sicuro blocca l’avanzata di Isis in Libia. E’ il piano B, fragile, senza uno sbocco politico per ora, ma dannatamente vero e sempre più senza alternative con il passare del tempo.

Domanda: l’Italia che fa in questo caso? Non lo sappiamo. Nel senso che Palazzo Chigi non lo sa. Il governo è fermo sul piano A (che in ogni caso avrebbe più o meno le conseguenze militari del piano B), ma le cose non girano secondo i desideri, è la realtà a decidere.

Senza un’inversione di rotta, è campo libero per inglesi e francesi. E i Servizi Segreti italiani? Il cambiamento della catena di comando attraverso l’escamotage dell’articolo 7bis? Le operazioni speciali? E’ materia da barbe finte, è il Risiko da tavolo di Palazzo Chigi. Lo strumento esiste e prima o poi verrà innescato. Per fare cosa? Scalare verso il basso, dalla missione all’operazione. Se non devo deliberare la guerra (conflitto, crisi, assistenza sono le parole usate per nascondere la vera natura delle cose) in Parlamento, posso sempre manovrare il DualShock controller della PlayStation di Palazzo Chigi. Tentazioni. Pericolose per la popolarità di un leader che non si perde un sondaggio. Lo strumento è là, basta premere il pulsante rosso. In uno scenario ad alto voltaggio lo strumento delle operazioni speciali è l’unica possibilità per non sparire dallo scenario militare in Libia. Lo useranno? Fatta la legge, bisogna poi avere il coraggio di applicarla. Non è facile. Il dato materiale è che con il governo Renzi i Servizi Segreti hanno avuto un incremento considerevole di risorse e possibilità di intervento mai avute in passato. L’estensione delle immunità funzionali (“la licenza di uccidere”) nell’articolo 7 bis, il coordinamento delle operazioni in zona di conflitto, sono un fatto incontestabile, una rivoluzione nella decisione e conduzione della guerra. Il titolare di questo blog ha i suoi dubbi sul tema. L’ex ministro della Difesa Arturo Parisi ha espresso così il suo punto di vista a Mix24: “L’articolo 7bis apre una potenziale distorsione”. Distorsione. Ma non è materia per l’immediato. Stiamo per entrare nella fase degli strike aerei. E qui, noi di solito non ci siamo.

E’ la fase caccia e drone. Renzi ha detto “che la guerra non è un videogame”. Ha ragione, non è un videogame, ma la dronizzazione della guerra è uno degli elementi della contemporaneità. Obama l’ha elevata a strumento chiave della sua politica estera. Il presidente del Consiglio può farsi un’idea di quel che scrive il titolare di questo blog dedicando qualche ora alla lettura di un libro molto istruttivo: Drone Theory, l’autore è Grégoire Chamayou, è uno straordinario – e inquietante –  viaggio nella guerra contemporanea, nella sua riduzione in pixel, un’immersione nella killing machine della cosiddetta guerra intelligente, un videogame ad alto spargimento di sangue.

Drone Theory

Avendo autorizzato – che coincidenza – l’uso dei droni nella base di Sigonella e fatto sapere alle masse che il via libera di Palazzo Chigi verrà dato  “caso per caso”, allora è bene che Renzi legga questo libro e lo tenga sul comodino. Se davvero non ci limitiamo a dare il via libera all’uso dei droni ma addirittura valutiamo “caso per caso”, significa che gli Stati Uniti ci informano sugli obiettivi. Non si può autorizzare e dunque valutare ciò che non si conosce. Dunque, se le cose stanno davvero così, è bene sapere allora che il via libera del governo ai raid via drone fa un salto di qualità:  autorizzare significa condividere responsabilità. Tornerò su questo argomento – più grande di quel che si immagini – in un altro capitolo di questo viaggio, ora proviamo a capire cosa succede nella partita di Palazzo Chigi che è inesorabilmente bloccata sulla prima schermata. Che si fa? La verità l’ha detta l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano:

Certamente, non si è mai posto il problema di andare con migliaia di militari in Libia. C'è un altro problema, quello di avere un ruolo nella costruzione di una nuova legittimità nazionale e nella preservazione della integrità territoriale in Libia. Il governo è prudente perché se non ci chiamano, nemmeno ci si va. Figuriamoci se ci si va con migliaia di militari senza neanche essere chiamati. Questo non esiste. Non sappiamo se si creerà una missione a guida italiana, che non ha a che vedere con la lotta contro l'Isis. Dovrebbe essere una missione di supporto alla stabilizzazione e alla costruzione di uno Stato libico pienamente legittimo. Però se la condizione è, come è comprensibile che sia, la nascita di un governo nazionale libico pienamente rappresentativo, che sono mesi che attendiamo, la missione resta sospesa nell'aria. Giorgio Napolitano, 8 marzo 2016.

Beautiful  King George. Riepiloghiamo: noi ora in Libia non abbiamo l’obiettivo di combattere Isis. Noi stabilizziamo (leggere alla voce non spariamo). Noi andiamo se c’è un governo unitario. Noi non andiamo perché “la missione resta sospesa nell’aria” (leggere: non esiste). Conclusione: se le cose restano così, l’Italia non andrà da nessuna parte. Al Quirinale, il presidente in carica prende appunti. (4. continua) 

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