Il muro di Trump? No, di Clinton

Il muro dimenticato. Il Messico. Il muro. Oh, che tempi bui con questa destra populista amerikana. Le cose sono più forti degli uomini, soprattutto se hanno straripanti perdite di memoria. Il muro c’è già. La sua costruzione e ampliamento risale al 1994, regnava Bill Clinton. Il problema è che i democratici (in America e in anche in Italia) godono di uno speciale bonus-oblio che oblitera i fatti non in linea con il politicamente corretto ed esalta tutto ciò che serve a suonare la fanfara del progresso inarrestabile e della felicità realizzata in terra. I fatti non stanno così, e la realtà alla fine si incarica sempre di rimettere la chiesa al centro del paese. Il fatto è noto ai lettori di List (il titolare l’ha ricordato il 9 maggio in un’intervista tv a “Terra” e qui sul Foglio il 28 luglio) ma va anche (ri)messo a verbale che Hillary Clinton votò il capitolo successivo della strategia anti-immigrazione con il Messico, il Secure Fence Act del 2006, insieme ad altri 25 senatori democratici e la norma diventò legge con la firma di George W. Bush. Chi c’era tra i senatori dem favorevoli insieme alla Clinton? Barack Obama. Il muro è di Trump?

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Il record di Obama. Il bonus-oblio vale anche per il presidente uscente, Barack Obama, il grande sconfitto di queste elezioni. La sua eredità è finita nella polvere. Due o tre numeri tratti da un formidabile articolo di Mattew Continetti per la National Review aiutano a capire di cosa stiamo parlando: nel primo mandato di Obama, i dem avevano 60 senatori, ora ne hanno 48, avevano 233 parlamentari alla Camera oggi ne hanno 192. Avevano 29 governatori negli stati federali, oggi ne hanno 15. Nel 2017 i repubblicani possono arrivare al record di 34 stati sotto il loro controllo, non succedeva dal 1922, presidenza di Warren Harding il cui slogan, tra l’altro, era questo: America First. Lo stesso di Trump. Scherzi della storia.

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Trump e il New York Times. Editore e direttore esecutivo del New York Times hanno inviato una lettera agli abbonati l’altro ieri per rassicurarli sulla qualità del reporting durante l’era Trump. Il tono tradisce la preoccupazione del vertice del quotidiano: abbiamo sbagliato a raccontare l’America. Questa ammissione di colpa ovviamente nella lettera non c’è, anzi si afferma il contrario, ma il sottotesto è chiaro. D’altronde basta leggere con attenzione alcuni commenti del direttore del NYT, Dean Baquet, per farsi un’idea della situazione imbarazzante che si è manifestata dopo l’elezione di Trump: “New York is not the real world”. Trump non ha resistito alla tentazione di twittare sull’argomento e ha parlato di migliaia di abbonati che lasciano il NYT. Il giornale ha replicato che non è così e le sottoscrizioni vanno benissimo. La battaglia è appena cominciata, con l’arrivo di The Donald alla Casa Bianca non sarà messa alla prova solo la capacità di governo del nuovo presidente, ma anche la credibilità della stampa americana (e non solo, visti i risultati in Italia) di raccontare Trump per quello che è e che fa e non per quello che si immagina e si desidera.

Obama in Europa. Il presidente uscente nel frattempo diventa viaggiante e sbarca nel Vecchio Continente. Prima tappa, la Grecia, poi vertice a Berlino con Angela Merkel, Matteo Renzi, François Hollande e Theresa May. Obama a Atene parlerà di globalizzazione, tema sul quale Trump ha costruito la sua vittoria. Il viaggio serve a qualcosa? No. La foto con i leader di Italia, Francia, Regno Unito e Germania è già in bianco nero, è il passato.

© mariosechi

Questo articolo è un estratto di List, la mia newsletter quotidiana per Il Foglio. 

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