Barometro. Trump, tassi e referendum: corriamo verso la tempesta perfetta?

Questo è il momento della verità signori: qui si distinguono gli uomini dai buffoni Billy (George Clooney) ne La Tempesta Perfetta.

Il Nor’easter di Halloween del 1991 è noto come “la tempesta perfetta”. Alla fine di ottobre un ciclone extra tropicale al largo delle coste nordorientali degli Stati Uniti colse tutti di sorpresa. Masse d’aria calda e fredda si incontrarono, venti e maree colpirono le coste. Le imbarcazioni uscite al largo per la battuta di pesca furono colte di sorpresa.

Il capitano Billy Tyne era al timone della sua barca da spada, l’Andrea Gail. Aveva la stiva colma di pesce e un problema finale: superare la tempesta perfetta. Morì insieme ai suoi compagni in un’epica avventura di mare senza ritorno. Alcuni lettori ricorderanno il film, con George Clooney nei panni del comandante del peschereccio, tratto dal libro intitolato Perfect Storm, di Sebastian Junger.  

E’ una storia vera. La vita prima o poi ti fa incontrare la tempesta perfetta. A volte, puoi anche vederla all’orizzonte, ma fai finta che non esista, sperando che quelle masse d’aria calda e fredda non si scontrino, non generino una devastante energia, si dissolvano. Il destino dell’Italia è intriso di questo fatalismo, di questo “speriamo che me la cavo”, di questo senso d’impotenza, di questa svagatezza e irresponsabilità. Sappiamo che là fuori il mare è agitato, che ci sono onde titaniche in arrivo, ma non ne parliamo ad alta voce. Il detto è sempre quello di Napoli milionaria, capolavoro di Eduardo De Filippo: “Ha da passà ‘a nuttata”. Ieri, oggi e domani la faccenda è sempre quella dei milioni. Il debito, questo sconosciuto. Finché…

Il jumbo bond italiano. Cosa succede? Per capire come va il mondo a volte bisogna osservare i dettagli e poi proiettarli su uno scenario più ampio. Il dettaglio è il Btp Italia a 50 anni, 5 miliardi di euro di debito pubblico emessi dalla nostra repubblica lo scorso mese di ottobre, scadenza primo marzo 2067, mezzo secolo. Come va? Alla grande, benvenuti nella Fossa delle Marianne del Debito Matusalemme: 

Btp Italia 50
Collocato a 97,2, dopo poco più di un mese, venerdì scorso ha chiuso la settimana a 86,7. Sta sotto di 1o,5 punti rispetto al prezzo di collocamento. Traduciamo: per ogni milione di euro investito la perdita secca ora è di oltre 100 mila euro. Beautiful. Che cosa è successo? Trump! Occhio ai volumi dal 9 novembre in poi, si avvicinano a quelli dell’esordio, solo che il prezzo è in discesa. 

La storia ha bussato alla porta dei mercati con la rapidità e tenacia di un picchio che sbatte il becco sul tronco di un albero. Nel treno merci di The Donald (trasporta carbone, petrolio, un rialzo dei tassi, dazi e un ridisegno del commercio mondiale, robetta) c’è anche il referendum italiano e le sue distopiche incertezze, di cui ci occuperemo tra qualche riga. Continuiamo la nostra breve indagine sul futuro osservando il nostro Bond da mezzo secolo. Perde e la faccenda proiettata sul sistema italiano ha effetti psichedelici. Restiamo ai dettagli, pagina 10 del Financial Times, sezione lettere e opinioni. Cosa c’è? Una letterina del signor Luca Cazzullani. Chi è? E’ uno degli strategist di Unicredit per il settore Fixed Income, cioè investimenti a tasso fisso, debito pubblico et similia. Che dice il nostro? Difende patriotticamente il jumbo bond italiano e dice che il problema non è da credit risk, ma da duration risk. Urge passaggio sullo scaffale della biblioteca, Barron’s, Dizionario dei termini finanziari, duration: ah, torniamo indietro al 1938, concetto sviluppato da Frederick Macaulay per misurare la volatilità del prezzo dei bond in relazione alla loro lunghezza. E quindi? Nessuna conclusione definitiva, il titolo va male, chi l’ha comprato tenere e aspettare che passi la tempesta. Domanda del cronista: chi ha collocato il bond? Banca Imi, Bnp Paribas, Goldman Sachs, Hsbc France, Jp Morgan Securities e… Unicredit.  Ok, la difesa ci sta e siamo sul filo di lama incandescente della longue durée, ma resta un problema di fondo: scommettere sulla storia richiede uno sprezzo del pericolo molto grande, una presunzione enorme rispetto ai fatti, agli eventi, al calendario, all’inesorabile clessidra del tempo che cambia tutto. Come sarà l’Italia tra cinquant’anni? E l’Europa? Settant’anni fa  uscivamo dalla seconda guerra mondiale, oggi siamo in pace. Fino a quando? E quale sarà la composizione socio-demografica del nostro paese tra mezzo secolo? Che tipo di economia avremo? E cosa accadrà intorno a noi? Sono semplici domande che – visto lo scenario contemporaneo – dovrebbero sconsigliare l’uso di questi strumenti, ma il titolare di List dà forse troppa importanza alla storia, ai libri, alla filosofia, cose che ai collocatori di titoli e al mercato interessano solo quando si manifestano e non quando stanno incubando. Esito finale: la storia ha bussato alla porta in anticipo, si è fatta cronaca, toc toc, chi è? Trump!

Tesoro, quanto mi costi? Parecchio, l’era di Trump è un change (notare la similitudine nella discontinuità: Obama) incredibile. Il rendimento del T-bond americano a 10 anni è schizzato al massimo dell’anno con salto triplo dopo l’8 novembre, giorno del voto per la Casa Bianca, le ultime due settimane hanno fatto segnare il più alto incremento degli ultimi quindici anni:

T-Note
Lo spread rispetto al Bund della Germania è il più alto degli ultimi 27 anni, bisogna tornare indietro alla caduta del Muro di Berlino per trovare un valore così alto: “Mr. Gorbaciov, butti giù quel muro”, Ronald Reagan. E così rieccoci al punto, a un disegno più grande da leggere, torniamo alla storia, ai turning point della nostra esistenza, 1989, il Muro e quello straordinario presidente degli Stati Uniti che fu Reagan.  Andiamo indietro (per provare a andare avanti) a quel discorso del 12 giugno 1987 davanti alla Porta di Brandeburgo che anticipava il futuro:

Ecco la storia andare e tornare, lasciare segni premonitori, visioni del futuro, avanza a passo di carica. Ha cominciato a soffiare l’8 novembre nella regione dei Grandi Laghi, si distende verso l’Atlantico, corre verso gli Urali, attraversa gli Urali, galoppa nella steppa asiatica, sale sulla Grande Muraglia, solca il mare della Giappone e della Cina. Non è un jumbo (bond), è il popolo americano che ha votato Trump.

E i tassi? Saliranno. Lo ha detto il presidente della Federal Reserve, Janet Yellen, che sembra non gradire Trump. In America, comanda la politica. L’incrocio con la storia attuale del dollaro e la caduta dell’euro (ha perso il 4% nelle ultime due settimane rispetto al bigliettone verde) sembrano condurre a un ritorno della politica economica protezionista. L’ICE US Dollar Index (misura l’andamento della moneta americana rispetto ad altre sei valute) ha toccato il record degli ultimi tredici anni: 

Ice Dollar Index

La parità con l’Euro è là, e la Banca centrale europea non può fermare la caduta. Sarà la Fed (con la Casa Bianca) a condurre la danza valutaria. 

Banche italiane. Sono sotto schiaffo. E non da oggi. Il problema è sempre quello: non performing loans e eccesso di debito italiano nel caveau. Avrebbero dovuto venderlo quando le condizioni erano favorevoli, ora stanno accumulando perdite a causa della discesa del prezzo. Nessuno compra le quattro banche fallite e salvate nella fine del 2015, di Mps non si conosce la parabola finale (o forse sì). Gli indici sono là, da terra desolata, ma senza il sublime di T.S. Eliot.

Nostradamus Obama. Il presidente uscente degli Stati Uniti ha parcheggiato l’Air Force One in Germania, la tappa degli addii. Grandi abbracci con tutti i leader di un’Europa smarrita e fine della storia. Obama ha detto che lui voterebbe Angela Merkel nel 2017. Visti i precedenti (Cameron-Brexit e campagna per Hillary) la cancelliera tedesca ha motivi validi per preoccuparsi. Obama ha appoggiato anche il referendum di Renzi. Vediamo se realizza un poker di sconfitte o salva un pezzo della sua presidenza da Nostradamus.

Il referendum italiano. In mezzo a questa corsa da rollercoaster c’è  il referendum italiano. Il destino si diverte a giocare a dadi, offre soluzioni, emette sentenze. 8 novembre, voto in America. 4 dicembre, voto in Italia (e presidenziali in Austria). Che fare? Niente, c’è solo da aspettare  un referendum costituzionale trasformato in un plebiscito su un premier, Matteo Renzi. La colpa è sua, inutile tornarci indietro. E in verità era difficile fare il contrario per la natura stessa di Renzi, il suo ego, la sua (in)capacità a non fare a pugni con il proprio destino e l’avversario. Che succederà? Non lo sappiamo, i sondaggi dicono che il No è avanti e dopo la Brexit e le elezioni presidenziali negli Stati Uniti sarebbe la prima volta che c’azzeccano. Che fare? Il quadro è di impressionante incertezza. Basta leggere il Financial Times, Tony Barber, su Italia e Austria (voto presidenziale, sempre il 4 dicembre) per rendersi conto che l’Italia è il prossimo candidato a entrare nello shaker della storia. Allacciate le cinture, si decolla verso rotte incognite e in ogni caso il volo non prevede un atterraggio morbido. L’elezione di Trump ha cambiato tutto. Il resto, il destino del paese, è in mano agli italiani che voteranno il 4 dicembre. Giocare con la storia è un azzardo ad alto rischio. Si avvicina la tempesta perfetta?

© mariosechi

Questo articolo è un aggiornamento e ampliamento di un brano di List, la mia newsletter quotidiana per Il Foglio. 

Leave a reply:

Your email address will not be published.

Site Footer

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: