Quel sogno stampato 188 giorni fa: i Cinque Stelle che licenziavano Raggi

Questo articolo “onirico” è stato pubblicato sul Foglio 188 giorni fa, l’11 giugno 2016

Roma. Il ballottaggio di Roma è chiuso. E’ notte, in Campidoglio è cominciata una nuova èra, le stelle splendono, il cielo è blu, Virginia Raggi è in tutto di più. E’ come stare sul set, girare un film, la rivoluzione dei primi Cento Giorni Raggianti. Un sogno cinematografico.

Scena 1. Interno giorno. Roma. Campidoglio, ufficio del sindaco.

Raggi: “Siamo in emergenza! Passatemi Palazzo Chigi, subito”.

Capo di gabinetto: “Virginia, non risponde nessuno”.

Raggi: “Come non risponde nessuno? Il vento è cambiato… e non rispondono?”.

Capo di gabinetto: “Sì, sono tutti impegnati per la campagna referendaria”.

Raggi: “Ah, e io con lo sciopero generale dei mezzi ora come faccio?”.

Capo di gabinetto: “Puoi chiamare Grillo…”.

Sono le 14, il traffico di Roma è impazzito: bus e metro sono K.O., i sindacati sono sul piede di guerra contro le ipotesi di riforma del settore, Virginia Raggi si è insediata da qualche settimana. La macchina burocratica del comune è là, un elefante che sorride.

Raggi: “Chiamate subito lo studio Casaleggio, serve una grande idea per uscire da questa situazione”.

Drin!

Raggi: “Davide Casaleggio c’è? Sono Virginia. Come non c’è? Neanche lui?!”. La Raggi riattacca il telefono.

Raggi: “Chiamate Grillo, almeno lui risponderà”.

Drin!

Raggi: “Sono Virginia, mi passa Beppe? Come non c’è? E dov’è? In tournée? Ma non è possibile!”. La Raggi riattacca il telefono. Sospira.

Raggi: “Ce la farò da sola! E’ cambiato il vento.  Chiamate i giornali, le agenzie, le televisioni”.

Capo di gabinetto: “Virginia, dicono tutti che non riescono a venire qui in centro. Il traffico è impazzito”. S’ode un tuono. Tremano le finestre. Un lampo fende il cielo. 

Capo di gabinetto: “Virginia, poi sta per diluviare, verrà giù tutto e sarà impossibile anche per noi uscire da qui. I tombini non sono mai stati puliti…”.

Raggi: “Siamo intrappolati! E’ una congiura. Anche il cambiamento climatico è contro di noi”.

Entra un commesso.

Commesso: “Sinneco, ’a grandine ha fatto salta’ i vetri dell’auto di servizio. Nun ce sta’ niente da fa’ pe’ anna’ agli studii de Scai pe’ farse intervista’ da Maria Latella. Me spiace, ma nun c’è trippa pe’ gatti ora. Se resta qui e aspettamo che passi er temporale”.

Raggi: “Ma come mai non sono ancora in azione i nostri semafori intelligenti?”.

Commesso: “Sinneco, nun so’ proprio intelligenti come dice lei… er semaforo de Corso Trieste all’incrocio co’ via Nomentana sembrava un flipper l’artro ieri. Se so’ tamponati un furgone de fiori con la macchina de un cassamortaro… la bara s’è sfracicata pe’ strada e pe’ fortuna er morto era ancora a casa co’ i parenti…”.

Scena 2. Esterno giorno. Roma.

Le vie della Capitale sono invase dalla spazzatura. Il sindaco Virginia Raggi è in giro per Roma, con l’autista.

Raggi: “E’ proprio cambiato il vento. Che bello. Cos’è questa puzza?”.

Autista: “Sinneco, è la monnezza, so’ giorni che nun la raccolgono, è come ’na forchetta ner brodo, l’Ama. Qui semo in borgata, ce n’è a strafottere. Chiuda er finestrino, per favore”.

Raggi: “Fermiamoci, voglio fare un sopralluogo!”.

Austista: “Sinneco, è mejo che lei stia dentro la macchina. Lasci stare lo sportello, qui è pieno de sorci attufati…”.

Raggi: “Ma il nostro piano per la raccolta differenziata, le isole ecologiche, la raccolta in casa?”.

Autista: “Ecchennesò io? A casa mia la monnezza la teniamo ner giardino, ’a discarica è piena, io la volevo abbrucia’ ma me hanno detto che i fumi so’ nocivi…”.

Raggi: “Bravo, non inquini. Si tenga la spazzatura. Ora provvedo dichiarando lo stato d’emergenza. Mi chiami Palazzo Chigi”.

Autista: “Nun c’è nessuno. Nun rispondono, dicono che la monnezza è affare vostro, è lei er sindaco”.

Raggi: “E gli inceneritori?”.

Autista: “Sindaco, le ricordo che il suo partito è contro gli inceneritori e poi tanto nun serve, la monnezza è spiaggiata come ‘na balena, qui in strada”.

Scena 3. Interno notte. Studio Casaleggio.

Consulente uomo: “Virginia non decolla, l’immagine del Movimento ne sta uscendo a pezzi, e rischiamo di perdere anche il referendum costituzionale di ottobre. Dobbiamo trovare un messaggio per non essere travolti”.

Consulente donna: “Non sono d’accordo, dobbiamo darle tempo. Suggerisco un’uscita di Beppe, una manifestazione di sostegno in piazza del Campidoglio”.

Roberto Fico: “La Rai la passa sicuramente, altrimenti in commissione di Vigilanza mi alzo io”.  Alessandro Di Battista: “Sì, però io non posso uscire di casa, mi lanciano le uova…”.

Luigi Di Maio: “Teniamo i nervi saldi, siamo all’inizio. Beppe non si muove. Invece denunciamo subito il complotto del governo Renzi”.

Consulente uomo: “Ma che c’entra il governo? Hanno uno sciopero al giorno, il traffico che neanche a Calcutta e nessuno raccoglie la spazzatura. Serve una svolta”.

Consulente donna: “Sono d’accordo con Di Maio. Deve essere chiaro che la responsabilità è del governo”.

Casaleggio junior: “Quando Virginia si è insediata, abbiamo già scaricato sul governo e le precedenti amministrazioni del comune un altro buco di gestione delle municipalizzate, abbiamo riaperto la questione dei contratti derivati. Pure Zingaretti e la regione Lazio abbiamo messo sotto tiro. Il messaggio diventa ridondante. Apriamo una campagna social per mobilitare i nostri e basta”.

Di Battista: “E come la chiamiamo? Qual è l’hashtag?”. Di Maio: “#stiamoarrivando”.

Fico: “Luigi, ti informo che #siamoarrivati, a Roma governiamo noi…”.

Di Maio: “Ah, certo. E allora? Dai, tiriamo le monetine”.

Fico: “A chi?”.

Di Maio: “A Renzi”. Fico: “E’ in giro per l’Italia e poi ti ricordo ancora che siamo noi qui a comandare”.

Di Battista: “Ci sono, grande idea: #sisonomangiatitutto”.

Fico: “Alessandro, l’hai scritto in un tuo tweet il 5 giugno scorso, siamo a fine settembre… aggiorna il tuo generatore automatico di hashtag”.

Consulente donna: “Serve un messaggio carico di speranza, di gioia, d’amore”.

Consulente uomo: “Il rilancio viene dai mezzi di comunicazione, non dobbiamo per forza aver fatto qualcosa”.

Fico: “Qui non siamo più all’opposizione”.

Consulente uomo: “Ma non se n’è accorto nessuno”.

Di Battista: “Ecco, finalmente un po’ di realismo: non se n’è accorto nessuno, possiamo fare opposizione dal governo della città, mi sembra geniale. Allora se abbiamo difficoltà con i 140 caratteri di Twitter, proviamo con una campagna di like su Facebook. Facciamo questo slogan: Ama Roma. Vi piace?”.

Fico: “Era di Giachetti”.

Di Maio: “Mannaggia, ci sono arrivati prima loro. Com’è possibile?”.

Fico: “Guardati allo specchio”.

Casaleggio jr: “Basta litigare. Il nostro ufficio delibere sta studiando una serie di provvedimenti da portare in giunta, dite alla Raggi di andare a farsi intervistare da Bruno Vespa, possibilmente mentre fa l’amatriciana, poi convochi gli assessori per una conference call con noi”.

Fico: “Mi pare un po’ troppo. Qualcuno potrebbe dirlo in giro”.

Di Maio: “Suggerisco una telefonata e basta a Virginia”.

Di Battista: “Ho trovato lo slogan #noncidistruggerete. Facciamolo su Snapchat, così poi si autodistrugge.  Capito il giochino?”.

Fico: “Il messaggio invisibile”.

Di Maio: “Grande”.

Fico: “Luigi, non hai capito, quella di Dibba è ’na fesseria”.

Scena 4. Esterno giorno. Raggi in automobile.

Raggi: “Pronto? Sì, dica al segretario generale che sono in ritardo per la riunione di giunta. Sì, non ce la faccio. Sono imbottigliata sulla Balduina. Che è successo? S’è aperta ’na voraggine sull’asfalto”.

Clic!

Autista: “Sindaco, cambiamo strada, pijo ’na scorciatoia perché ce so’ certi tizi che qui cominciano a guarda’ strano l’auto co’ i vetri oscurati e nun vorrei la riconoscessero”.

Raggi: “Perché?”.

Autista: “So’ incazzati, nun so se me spiego…”.

Raggi: “Ah, va bene, certo. E’ cambiato il vento. Ah, se ci fosse la funivia, tutto sarebbe più facile”.

Autista: “Mejo de no”.

Raggi: “Perché?”. Autista: “Sindaco, me dia retta, qui nun se riesce a fa’ cammina’ gli auti e lei vuole fa’ partì er traffico dar cielo. Mo’ ha vinto, state a governa’ da cento giorni, se rilassi e faccia scorrere le macchine in centro”.

Raggi: “Ma lei per chi ha votato?”.

Autista: “Pe’ Jeeg Robbe’”.

Raggi: “Ma com’è possibile?”.

Autista: “Me sembrava er mejo der gruppo. Portava certe giacche sdrucite, la barba de’ filosofo de borgata, un bravo ragazzo che se fa’ du bire al bar, de sinistra ma senza er cucuzzaro ideologgico”.

Raggi: “Le farò cambiare idea”.

Autista: “Nun se sforzi. Semo arrivati. Stia attenta a le scarpe, qui è pieno de buche”.

Scena 5. Interno giorno. Campidoglio.

Raggi: “Ho già detto tutto sulle Olimpiadi, non voglio parlare con le tv”.

Capo di gabinetto: “Sindaco, qui c’è pressione, le Olimpiadi sono la nostra ultima occasione per provare il rilancio. L’assegnazione è l’anno prossimo. E Totti ha parlato ancora, il Messaggero ci ha aperto il giornale…”.

Raggi: “Caltaaaggirone… lo sapevo. E’ un complotto contro di noi, faranno di tutto. Allora, lanciamo il referendum, una grande consultazione popolare”.

Capo di gabinetto: “Sì, ma noi siamo contro o a favore? Di Maio dice una cosa, Di Battista un’altra. E lei?”.

Raggi: “Decida il popolo!”.

Capo di gabinetto: “Il popolo tra Gesù e Barabba scelse Barabba…”.

Raggi: “Non mi confonda con la storia, siamo nel presente e le ricordo che il vento è cambiato. E oggi ne avremo la prova. Vediamo prima come va l’altro referendum…”.

La televisione annuncia: i Sì hanno vinto il referendum costituzionale.  Drin! La Raggi prende il telefono. Voce tonante fuori campo.

Beppe Grillo: “Sono Beppe Grillo, buongiorno sindaco. Le comunico che lei si deve dimettere subito!”.

Raggi: “Come dimettere?”.

Beppe Grillo: “Parte il Grande Aventino del Movimento 5 stelle contro la manomissione della Costituzione Repubblicana. Da questo momento entriamo nel bosco, diventiamo partigiani. Fa parte di una nostra strategia. Renzi ha vinto il referendum, Roma è ingovernabile, ci fa perdere voti e noi dobbiamo vincere le elezioni del 2018. La ringrazio per tutto quello che non è riuscita a fare finora, attendo la sua lettera di dimissioni. Cento di questi giorni, Raggi”.

Raggi: “E’ cambiato il vento”.

Titoli di coda, nero, the end.

Stop! Ho fatto un sogno. Era tutto vero.

Post Scriptum del 17 dicembre 2016. La realtà ha cambiato solo l’innesco della crisi (non il referendum, ma l’arresto di Marra), è andata peggio del previsto. L’autore è proprio un inguaribile ottimista. Povera Roma.

© mariosechi, Il Foglio

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