Renzi, l’orologio costituzionale e il Mattarellum. Dopo ventitrè anni l’orologiaio è di nuovo Mattarella

Matteo Renzi oggi durante l’assemblea del Partito democratico ha espresso la sua preferenza per il ritorno della legge elettorale del 1993, il “Mattarellum”. Dopo ventitrè anni potrebbe tornare la legge che segnò il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. Una transizione allora gestita da Sergio Mattarella che per il solito gioco a dadi della storia si ritrova dopo un ventennio a dettare i tempi di un altro passaggio, quello dalla Seconda alla Terza Repubblica. Andrà così? Vedremo, le difficoltà sono enormi e la crisi del sistema politico profonda. Prima che Renzi formulasse la sua proposta,  ho anticipato questo scenario in un’intervista su Italia Oggi condotta dal bravo Goffredo Pistelli. Buona lettura.

“Non mi prenda per matto, Pistelli, ma ci sono due cose da capire in questa crisi: l’orologiaio e l’orologio costituzionale”. Ragionare di scenari politici con Mario Sechi è un po’ fare un tour speleologico, perché l’ex-direttore di Il Tempo, al cui preziosissimo List quotidiano sono abituati anche i lettori di ItaliaOggi, si cala nella realtà, ispezionandone ogni anfratto.

Domanda. Macché matto, Sechi, proceda pure con questa sua metafora. Partiamo dall’orologio?

Risposta. La prima ora è scoccata il 4 dicembre e Matteo Renzi si è dimesso. Quindi è arrivato un nuovo governo, Paolo Gentiloni ha giurato.

E adesso?

Adesso viene Natale.

Certo, ma che succede?

Quella natalizia sarà una tregua, in cui gli eserciti si riposeranno e si riarmeranno. Perché l’orologio gira: l’11 gennaio la Consulta dovrà decidere l’ammissibilità del referendum sull’articolo 18, quindi, pochi giorni dopo, il 24, sull’Italicum. E ci sono eventi di cui manca la data.

A cosa pensa?

Al congresso Pd innanzitutto, che Renzi vorrebbe straordinario, magari a marzo. E poi, eventualmente a giugno, le elezioni.

In tutto questo l’orologiaio? Indovino, è Sergio Mattarella.

Bravo. Lui è l’unico che può fermare le lancette, perché il potere di sciogliere le camere lo ha solo lui. Ma sempre lui può decidere la velocità, a cui si muovono.

Il Colle controlla le lancette e Renzi che può fare?

Mi pare che stia frenando sul congresso, perché non mancano i problemi statutari, pare, e perché gli hanno forse spiegato che un all-in, come si dice a poker, potrebbe essere pericoloso.

Spieghiamo la terminologia pokerista ai lettori che, come me, conoscano solo il tresette.

All-in è quando metti tutte le fiches nel piatto e ti giochi il tutto per tutto.

Se non fa il congresso, Renzi, cosa può fare?

Potrebbe giocarsi la partita con la sinistra se si andasse a elezioni anticipate: ora è vero che c’è sempre un ragionamento di quote, nelle candidature, fra minoranza e maggioranza, però…

Però?

Però il segretario resta lui e non credo che sarà molto tenero con Massimo D’Alema, Pier Luigi Bersani e gli altri, che gli hanno dato una grande sberla, facendo naufragare il suo progetto politico.

Lei dice che Renzi non dimentica?

Mmmh, le risate di D’Alema ai primi exit poll non si superano, dai. E poi il suo progetto non è stato bloccato semplicemente, questi han premuto il tasto «reset», come sul computer. Capisce?

Secondo lei che succede?

O si fa la resa dei conti, con la minoranza che se ne va, la scissione insomma. E il governo Gentiloni comincia a ballare, perché qualche voto lo perderà…

Oppure?

Oppure una tregua armata, che passi dalla composizione delle liste. In questa ultima soluzione, un uomo chiave, il pontiere, potrebbe essere Gianni Cuperlo, che ha dato prova di lealtà col Sì alle riforme e che è pur sempre un uomo della minoranza. Basterà?

Ma la legge elettorale, che nel frattempo dovrebbe essere uscita?

Ancora nessuno si è mosso, tranne una riunione del centrodestra. Nulla di sostanziale: si fa melina.

Perché?

Perché il primo che mostra le carte, rischia di farsi male. Per stare ancora al poker, prima di metter giù quel che hai in mano, devi esser sicuro di avere tutte le carte giuste.

Ergo un solido accordo parlamentare prima.

Certo. Fossi quelli del centrodestra, per esempio, proverei ad allargare verso i grillini.

Ma quelli non trattano, Sechi, lo sanno bene tutti.

Ehh, prima o poi tratteranno. La loro base vuole che governino, anche a costo di un’alleanza.

Se trovassero un accordo, sarebbe una legge proporzionale, aldilà dei ripensamenti dei grillini che si sono re-invaghiti dell’Italicum.

Certo, al 90% una legge proporzionale. A meno che non si torni al Mattarellum, ironia della storia…

Incredibile, dopo tanti anni. Quella legge e quell’autore ancora protagonisti.

Lo stesso uomo a gestire un cambio epocale: perché anche quel ’93 lo fu. Grazie a quella norma si entrò, l’anno dopo, nella seconda repubblica, fu un Big Bang. Arrivò Silvio Berlusconi, arrivò Umberto Bossi, ci fu poi la Casa delle libertà, si aprì un ventennio. E, dopo venti anni, ancora con Mattarella, ci potrebbe essere un’altra svolta.

Il protagonista, l’orologiaio, è lui.

Già, quest’uomo dall’aspetto mite, dal profilo più che istituzionale, con questa patina di grigiore, si sta dimostrando un fermo regista di questo passaggio istituzionale. E non ha dato scadenza al governo.

Gentiloni s’è affrettato a farlo notare.

Infatti un contrasto felpato, si è subito palesato fra l’intervento del premier e quelli di Matteo Orfini, il presidente Pd, e di Ettore Rosato, capogruppo alla Camera. D’altronde il Pd è fra due fuochi.

Spieghiamoli.

Beh, innanzitutto questo è il governo di quel partito e «ammazzare» il proprio esecutivo non sarà semplice, sarà sempre un trauma.

L’altro fuoco?

L’altro è la rifondazione di Renzi. Un processo difficile, perché la sconfitta del 4 dicembre è andata aldilà di ogni previsione. Io pensavo che il No vincesse ma di misura. Invece, questo No straripante boccia la sua linea come capo del governo e segretario del Pd. E una sconfitta così…

Non si smaltisce?

Non la digerisci in pochi mesi. Forse, per Renzi sarà necessaria una traversata nel deserto come una sconfitta elettorale.

Ma scusi, Sechi, l’idea di molti renziani era votare subito per capitalizzare il 40% dei Sì.

Guardi, Renzi potrebbe avere dalla sua quel tipo di sondaggi, ma non il vento della storia. Proprio come fra Hillary Clinton e Donald Trump, un mese prima. E la storia vince sempre.

Che cosa dice la storia italiana?

La storia italiana dice Beppe Grillo, dice che vincerà il partito antisistema.

Credo che stiamo correndo troppo.

È più semplice di quello che lei immagina. Se torniamo al proporzionale, come pare, il primo partito sarà quello al quale il Quirinale chiederà di esplorare le possibilità di un governo.

Ok, le concedo che, in quel caso, possa essere il M5s. Ma poi?

Ma poi, come le dicevo prima, la base farà pressione perché i grillini finalmente si alleino con qualcuno e sa con chi succederà? Con Matteo Salvini.

Il più contiguo.

Esatto. Perché i rispettivi elettorati già si sovrappongono su alcuni temi e, nei ballottaggi, questa osmosi è già accaduta. Senza contare anche un bel po’ di elettori di Forza Italia sarebbero disponibili.

E così accadrà che il M5s si coalizzerà, lei dice. Però le rilancio un altro scenario: se non si votasse e se invece, fra aprile e maggio, ci fosse il referendum per il Jobs Act, non potrebbe formarsi una maggioranza anti-Cgil che, invece, ripropone un’alleanza fra il Pd e Forza Italia? Qualcosa come il fronte sulla scala mobile che fece vincere Bettino Craxi contro il Pci e la Cgil nel 1985.

Non credo. Con questo referendum si sono sdoganate alleanze davvero folli, come uscite da un piccolo chimico impazzito. E il Pd, questo il risultato simbolico della consultazione, è diventato l’establishment.

Una fregatura, per il Pd, un governo chiaramente dem. L’accozzaglia, come la chiamò Renzi, non si è sciolta: il fronte del No è ancora tutto lì contro Palazzo Chigi.

Appunto. E chi potrebbe allearsi con l’establishment oggi? Non vede che se Grillo non va alle consultazioni con Gentiloni, neppure Salvini lo fa? Strano destino per il Pd.

Ossia?

Nato per allargarsi, ora si trova isolato: da Partito dalla nazione a partito della fazione. Solo Angelino Alfano è ancora disponibile, ma non ha un voto. Un’intesa con Forza Italia, se si realizzasse, sarebbe a condizioni durissime.

Ma ce la vede lei Forza Italia votare con Susanna Camusso contro il Jobs Act?

Non mi stupirei, non mi stupirei affatto. No, guardi, tutto dice Grillo e poi succederà qualcosa.

Renzi dovrebbe sopravvivere a tutto ciò? Persino a una sconfitta elettorale?

Così non si può proseguire: ha visto questa attacco a Osvaldo Napoli? Non le pare scioccante? E non è che il governo, in sei mesi, possa ribaltare il quadro economico: perché un provvedimento produca effetti, occorrono anni. A meno che…

Sta pensando allo shock fiscale?

R. Un taglio drastico delle tasse potrebbe essere l’unica operazione con cui tentare un’inversione di tendenza. Ma è difficile da realizzare.

Bruxelles è più che prudente in questi casi: teme che disastri i conti.

È così. Quindi, per tornare a Renzi ha davanti a se una sfida difficile, paradossalmente senza avere avversari nel Pd.

C’è la candidatura del governatore toscano Enrico Rossi, ma mi pare che la «sua» sinistra sia tiepida.

Infatti, una candidatura velleitaria. Renzi avrà, ancora una volta, un solo avversario: se stesso. Quello che ha perso finora, lo ha perso per i suoi errori: dal maggio del 2014 in poi. Fino a lì non aveva sbagliato un colpo.

Questa intervista è stata pubblicata su Italia Oggi del 16 dicembre 2016.

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