Dodici mesi di List. Oggi è domani. Buon anno.

Un anno di List, il 2016 custodito nei miei taccuini. Appunti, immagini, suoni, zampilli d’inchiostro. Come sono stati questi dodici mesi? Ecco una carrellata di note sparse di ieri e di oggi (in corsivo) del titolare di List. La musica fa parte della mia playlist in onda tutti i giorni su Mix24. Buon anno.

Gennaio


Fidel Castro (1° gennaio). Nel 1959 Fulgencio Batista lascia Cuba. Comincia l’era di Fidel Castro.

Fidel muore a L’Avana il 25 novembre del 2016. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama accoglie così la notizia su Twitter: “Lo giudicherà la storia”. Il presidente eletto Donald Trump commenta: “Un brutale dittatore”. Il sottosopra della storia è questo: Obama omette di ricordare che Castro nel 1962 autorizzò i russi a piazzare testate atomiche su Cuba, una minaccia diretta all’America, mentre Trump è oggi il presidente americano più vicino alla Russia, il nemico di ieri è l’amico (forse) di oggi.

Soundtrack: Segnali di vita, Franco Battiato. “Il tempo cambia molte cose nella vita / il senso le amicizie le opinioni / che voglia di cambiare che c’è in me”.

Matteo Renzi (4 gennaio). Il premier da settimane non rilasciava dichiarazioni, dunque giusto sentirlo sui fatti dell’agenda, sulla contemporaneità, sul futuro, perbacco. Titolo: ““Italia, basta cappello in mano”. E in effetti siamo di fronte a una svolta di governo, un fatto inedito, uno scoop. Apro il modesto archivio di List. 16 ottobre 2015, Renzi: “Soltanto noi in Italia abbiamo l’idea che bisogna andare in Europa con cappello in mano”; 4 novembre 2014, Renzi: “Non vengo in Europa con il cappello in mano”; 2 luglio 2014, Renzi: “Non possiamo andare in Europa con il cappello in mano”.

Matteo Renzi si è dimesso dalla presidenza del Consiglio il 12 dicembre 2016 dopo aver perso rovinosamente il referendum costituzionale il 4 dicembre. Il cappello ora è tra le mani di Paolo Gentiloni.

Soundtrack: Just an Illusion, Imagination. “Searching for a destiny that’s mine / There’s another place another time / Touching many hearts along the way yeah / Hoping that I’ll never have to say / It’s just an illusion, illusion, illusion”.

Un muro alla frontiera del Messico (5 gennaio). Primo spot elettorale di Donald Trump. Stop temporaneo all’immigrazione islamica, tagliare la testa a Isis, muro alla frontiera del Messico. This is (not?) America.

Il muro c’è già. Fu costruito da Bill Clinton nel 1994. Hillary Clinton votò il capitolo successivo della strategia anti-immigrazione con il Messico, il Secure Fence Act del 2006, insieme ad altri 25 senatori democratici e la norma diventò legge con la firma di George W. Bush. Chi c’era tra i senatori dem favorevoli insieme alla Clinton? Barack Obama. Che spettacolo la post-verità.

Soundtrack: One of this Nights, Eagles. “One of these nights / One of these crazy old nights /  We’re gonna find out / Pretty mama / What turns on your lights / The full moon is calling / The fever is high / And the wicked wind whispers / And moans / You got your demons / You got desires / Well, I got a few of my own”.

Il Giappone va con i tassi in negativo (29 gennaio). La banca del Giappone porta per la prima volta i tassi in negativo, è la mossa del governatore Haruhiko Kuroda sulla liquidità depositata dalle banche presso l’istituto centrale.

Com’è andata? Ecco un anno di tassi negativi analizzati dalla Nikkei Asian Review. Conseguenze inattese.

Soundtrack: Smoke on the water, Deep Purple (live in Osaka). “We all came out to Montreux / On the Lake Geneva shoreline / To make records with a mobile / We didn’t have much time / Frank Zappa and the Mothers / Were at the best place around / But some stupid with a flare gun / Burned the place to the ground / Smoke on the water, fire in the sky”.

Febbraio


Un ragazzo in Egitto. Giulio Regeni (5 febbraio). Primo caffè, Corriere della Sera: “Torture, botte: così è morto Giulio”. E’ la storia di Giulio Regeni, lo studente italiano ucciso a Il Cairo. Sapremo mai cosa è successo? Una versione il governo di Sisi la darà. Sarà anche quella vera? L’Egitto non è una democrazia, Sisi non è Churchill, i servizi segreti egiziani non sono le dame di San Vincenzo. Italia e Egitto continueranno a essere alleati anche dopo questo fatto tragico. Chi oggi chiede grandi levate di scudi da parte di Roma, respiri profondamente: in Libia il lavoro sporco per noi e gli altri paesi lo stanno facendo gli egiziani. Noi raffreddiamo le relazioni con l’Egitto? Davvero?

E’ andata così. Non c’è verità, c’è solo menzogna. Niente è dimenticato, niente è perdonato.

Soundtrack: Wish you were here, Pink Floyd. “How I wish, how I wish you were here / We’re just two lost souls / Swimming in a fish bowl / Year after year / Running over the same old ground / What have we found? / The same old fear? / Wish you were here”.

Marzo


Gli smemorati del Fiscal Compact (16 marzo). Renzi stamattina alla Camera: “Il fiscal compact e le sue declinazioni hanno comportato un danno alla economia europea, non solo a quella italiana”. Molto bene, chi votò in Parlamento la ratifica del Trattato? Ecco la soluzione, da Openpolis. Come si vede dalla votazione alla Camera dei deputati nel Pd non vi fu nessun voto contrario. Tutti favorevoli. Sono gli stessi parlamentari che oggi siedono sui banchi di Montecitorio e applaudono l’intervento di Renzi contro il Trattato. Nel Popolo della Libertà i contrari furono solo 5, gli astenuti 43 e i favorevoli 105. Questa è la realtà, votano e dimenticano.

Si ripeteranno anche con il bail-in europeo. Carlo Collodi vide benissimo il carattere del paese: Pinocchio.

Soundtrack: Spendi Spandi Effendi, Rino Gaetano. “Essence benzina e gasolina / soltanto un litro e in cambio ti do Cristina / se vuoi la chiudo pure in monastero / ma dammi un litro di oro nero”.

Aprile


Apple, si chiude un’era (27 aprile) . Dopo 13 anni, nei conti trimestrali di Apple è apparso il segno meno. Si tratta di un fatto importante per il settore hi-tech perché sul bilancio non c’è solo un dato economico ma una tendenza negli stili di consumo e dunque nella cultura: il mercato della tecnologia è saturo di prodotti che fanno tutti la stessa cosa, la pressione sul ribasso dei prezzi è fortissima. Apple vende non solo meno telefonini, ma meno tutto: meno iPad, meno Mac, meno iPod. Il mercato cinese, dove ci sono centinaia di milioni di potenziali consumatori, è terra di conquista anche per gli altri e infatti il 60% della perdita registrata da Apple dipende dal mercato cinese. Che cosa succederà? Devono inventare nuovi prodotti e mettere a profitto i servizi. Solo che nello streaming si sono fatti anticipare da Spotify e nel settore dell’auto elettrica da Tesla. Il prossimo passo? La Apple Car.

C’è una crisi del Mac e una anche di iPhone. Apple durante le festività ha continuato il trend calante (44% delle attivazioni) cominciato nel 2014 (le attivazioni durante il periodo furono il 51.3%). Finita l’era Jobs, continua a mancare l’innovazione di prodotto. Il 2017? Occhio a Microsoft, all’evoluzione dell’ottimo Windows 10 e alla linea di prodotti Surface. La tecnologia non funziona senza immaginazione.

Soundtrack: Aquarius, Galt MacDermott. “When the moon is in the seventh house / and jupiter aligns with mars / The peace will guide the planets / and love will steer the stars”.

Maggio


Libia 2011. La guerra di Hillary (18 maggio). L’inchiesta del titolare di List sulla guerra in Libia nel 2011. Su Radio24 la caduta del Colonnello Gheddafi raccontata con documenti inediti, l’archivio di mail di Hillary Clinton, la testimonianza diretta dell’allora ministro degli Esteri Franco Frattini. Segreti e colpi di scena di un regime change fallito.

Cinque anni dopo, il caos. Anche questa è post-verità. Good bye, Hillary.

Ascolta la mia inchiesta su Mix24.

Giugno


Jo Cox e la Brexit (17 giugno). Il volto di una giovane donna. Sorride. Ha le mani giunte. Si chiama Jo Cox. La prima pagina del Daily Telegraph è il quadro di questa storia. Morte nel pomeriggio inglese. La vita spezzata di Jo Cox è una inestimabile perdita di senso, di civiltà. E’ un trauma sulla campagna referendaria inglese, un passaggio buio nella storia della democrazia britannica. Guardate questa donna:

Oggi la bandiera inglese è a mezz’asta.

Silenzio.

Soundtrack: Tiger in the night, Katie Melua. “You are the tiger burning bright / Deep in the forest of my night / You are the one who keeps me strong in this world / You sleep by the silent cooling streams / Down in the darkness of my dreams / All of my life I never knew / You were the dream I’d see come true / You are the tiger burning bright”.

Il brano si ispira alla poesia The Tiger, composizione del gigante della letteratura inglese, William Blake.

Luglio


America. Neri contro bianchi, bianchi contro neri (17 luglio). Tre poliziotti ammazzati a Baton Rouge, in Lousiana riaprono una storia che non si era chiusa con i titoli dei giornali: la divisione tra neri e bianchi in America, il finale triste dell’era di Barack Obama alla Casa Bianca e una campagna presidenziale alla nitroglicerina con la sfida tra Hillary Clinton e Donald Trump in un paese prigioniero della sua distopia.

E’ la guerra civile americana.  Quando finirà? Al titolare di List viene in mente una poesia di Siegfried Sasson, letta per gli ascoltatori di Mix24:

Beh, come vanno le cose in Paradiso? Vorrei tu potessi dirlo,

perché mi piacerebbe sapere che stai bene.

Dimmi, hai trovato la luce perpetua

o sei stato risucchiato dalla notte eterna?

Perché quando chiudo gli occhi mi si mostra chiaro il tuo viso;

e ti sento fare certe vecchie bonarie osservazioni –

posso ricostruirti nella mia mente,

anche se te ne sei andato di pattuglia nel buio.

Odiavi il giro delle trincee; eri fiero

di nient’altro che di avere begli anni da passare;

desideravi tornare a casa, unirti alla folla noncurante

di gente che lavora in armonia, col Tempo come amico.

Tutto spazzato via, ora. Sei oltre il filo:

nessuna possibilità di strisciare indietro;

hai finito con il fuoco delle mitragliatrici –

abbattuto in un attacco fallito in partenza.

Agosto


Tennis (29 agosto) Comincia oggi il torneo sui campi di Flushing Meadows. Spettacolo unico, secondo solo alla magia dell’erba di Wimbledon. Per chi ama la scrittura, il racconto epico: Tennis, di John McPhee, scrittore quattro volte finalista al Premio Pulitzer. E’ lo straordinario racconto della partita fra Arthur Ashe e Clark Graebner, la semifinale di Forest Hills nel 1968. Ashe fu il primo tennista nero a giocare al massimo livello, elegante, micidiale. Graebner era un osso durissimo, potente, mai domo. Siamo nel campo da gioco del grande racconto americano, la psicologia del tennista come metafora della vita. Una delizia di scambi che si chiude con un secondo servizio narrativo: il racconto del giardiniere di Wimbledon, Robert Twynam.

La vita è un gioco di dritto, di rovescio. Rispondi da fondo campo, scendi sotto rete, vinci, perdi. E ti rialzi. Tennis.

Soundtrack: Pride, U2. “One man come in the name of love /One man come and go / One man come he to justify / One man to overthrow / In the name of love / What more in the name of love /  In the name of love / What more in the name of love”.

Settembre


I miserabili (13 settembre). Hillary Clinton qualche giorno fa ha definito “deplorables”, miserabili, gli elettori di Donald Trump. Un clamoroso autogol. Si è scusata, ma la frittata è fatta. Trump ha colto la palla al balzo e ha mandato in onda questo spot:

Miserabili. Fino a quel momento, a quella frase rabbiosa di Hillary, gli elettori di Trump non avevano un’identità precisa. Lei ha fornito quel che mancava, la bandiera. Da quel momento, Miserabili, è diventata la parola chiave del manifesto di Trump contro l’establishment. 

Soundtrack: Les Miserables, Musicla. Do you hear the people sing?

Ottobre


Russia. (10 ottobre). Il game changer della guerra in Siria, Vladimir Putin, continua il suo risiko geopolitico. Il porto di Tartus, in Siria, ospiterà “una base navale russa permanente”. Lo ha reso noto il vice-ministro russo della Difesa, Nikolai Pankov: “Avremo una base navale permanente a Tartus”. La geografia è tornata a dominare la scena, per sapere, per capire l’importanza del dominio dell’acqua, un libro: Terra e Mare, di Carl Schmitt.

Rudyard Kipling diceva: “Sciocco è colui che tenta di forzare l’Oriente”. 

Soundtrack: Coro dell’Armata Rossa, Coro del Nabucco (esibizione in Vaticano). Sessantaquattro componenti del Coro dell’Armata Rossa, icona della Russia, sono morti il 25 dicembre in un incidente aereo sul Mar Nero. 

Novembre


Trump (9 novembre). Le parole sono suoni e quelle cinque lettere che si ingranano come la marcia di una mietitrebbia sulla lingua sono un concentrato d’attrito e velocità, l’alimento di una forza che di volta in volta s’incarna nella storia: si chiama America, si rivelò per la prima volta il 4 luglio del 1776, dichiarazione dell’Indipendenza. Quella forza è tornata l’8 novembre del 2016, elezione di The Donald alla presidenza degli Stati Uniti. Trump!

Alla fine, sulla strada polverosa del West è rimasto in piedi solo lui, a New York si è materializzato The Donald con il cappello da cow boy in testa, la sella ingrassata, il fucile oliato, denti e speroni scintillanti. Hillary non ce l’ha fatta, è caduta combattendo, ma è stata tradita dai colpi di luce che le hanno abbagliato la vista, da un’idea di America che non c’è, da una retorica dei giusti a prescindere che sa raccogliere finanziamenti ma ha dimenticato la prima lezione del consenso: sii umile, accetta l’idea che puoi perdere, la tua superiorità antropologica non esiste. Così non è stato e nel buio della notte è esondato il fiume della vittoria di Trump.

Hillary perde, The Donald vince. L’esito del banco è tutto qui. Solo che la vittoria di Trump è di straripante bellezza: ha difeso tutti i feudi repubblicani, abbattuto il muro di cinta della Clinton, dipinto di rosso con le mosse di un fischiettante imbianchino Florida, Ohio, Michigan e Pennsylvania. A un certo punto, nel cuore della notte, s’è sentito lo scricchiolìo sinistro della fortificazione di Hillary. Craaaaaaac!

Avevano la Brexit in casa, gli Stati Uniti. Uno dei pochi a fotografarla, tempo fa, fu Michael Moore non con la macchina da presa, ma con la penna, un articolo che elencava le cinque ragioni per cui Trump poteva vincere e al primo punto metteva la polaroid di un pugno di stati pronti altana libera tutti: Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin. Trump ha realizzato quello che sembrava remoto, un punto lontano anni luce nell’universo delle possibilità elettorali: fissare la Florida e andare a costruire la presidenza al Nord. Con chi? Farmers e blue collars, agricoltori e operai. Terra e manifattura, trattori e fabbriche, cereali e acciaio. Nella regione dei Grandi Laghi è emerso il galeone di Trump con tutti i cannoni schierati e gli artiglieri al pezzo. Sfondare il fianco indifeso dello yacht di lusso della Clinton è stato facile. Non si costruisce una maggioranza facendo la somma delle minoranze. Non si edifica una vittoria leggendo solo algoritmi. Il cuore dell’America batteva da un’altra parte ma i democratici continuavano a recitare un copione già visto: i concerti delle celebrities, il discorso cloroformizzato dal politicamente corretto, il dritto e il rovescio portati sotto rete con la leziosa presunzione di avere sempre ragione. Faccio il punto sempre, anche quando non becco la palla. Che illusione. L’aveva scritto il titolare di List: ci sono due corse alla Casa Bianca, quella dei sondaggi e quella della storia. Trump non ha dalla sua parte i sondaggi, ma corre con il vento della storia.

E’ successo. L’America ha votato e svoltato. “Trump surges to stunning victory”, titola il Wall Street Journal. “Trump Triumphs” è il the end del film del New York Times.

Scorrono i titoli di coda, si vedono camminare nella penombra di un quadro di Edward Hopper  le sagome animate di questo grandioso paese, capace di volare, di precipitare, di correre, di cadere, di rialzarsi. Sbagliano strada? Non conoscono la risposta? Sono incantate dal pifferaio magico? Forse, ma che democrazia scintillante, che risposta secca e tagliente, che ruggito è uscito dalle urne. Il popolo. L’establishment. Vittoria. Sconfitta. Improvvisamente, i deplorables, quelli che in piena campagna elettorale la Clinton aveva chiamato con snobismo autolesionista “miserabili”, sono usciti dalle case. Non erano i fantasmi dei casinò falliti di The Donald, ma uomini e donne di un’America a cui due mandati di Obama hanno cambiato i connotati e il reddito. C’è lui, Barack, nell’abisso della sconfitta. La sua eredità è un cumulo di rovine fumanti: ha smarrito il dominio del mondo nella linea rossa della Siria, nella notte di Bengasi, nella fuga dall’Iraq e nel pantano di agguati dell’Afghanistan; ha perso il timone del paese tra Wall Street e le sterminate pianure, tra l’alta finanza e il trattore acceso senza nessuno che lo guidasse. Sono andati a votare, quelli che affondano gli stivali nel fango, quelli che arano la terra, quelli che avviano la macchina, quelli che stanno al tornio. E’ l’America senza metropoli, senza palazzi svettanti, senza happy hour, con il centro commerciale come punto di attracco, il paese del distacco.

I mercati registrano il sisma, massimo grado della scala richter, ma domani è un altro giorno e vedremo quanto dura la rumba.

Obama ha snocciolato con il sorriso scolpito su Instagram un rosario di errori da pop star su spotify, uno strano commander in chief tempestato dall’idea che nessuno avrebbe osato entrare nel mondo dipinto da Trump, in quel circo popolato di leoni e pagliacci, contorsionisti e tigri, saltimbanchi e elefanti, trapezisti e zebre. Lo spettacolo è appena cominciato, il pubblico fa ingresso sotto il tendone, batte le mani, scandisce il ritmo impietoso della storia: Trump! Trump! Trump!

E’ finità così, l’America ha scelto un nuovo inizio. Hillary? Presidente della California. 

Soundtrack: Gonna Fly Now, Bill Conti. Remix.

Dicembre


Nevica sempre (16 dicembre). Winter Journal. Il titolare di List sta leggendo Winter Journal di Paul Auster. E’ il viaggio biografico dell’autore sulle ferite del suo corpo, le gioie, i dolori, il tempo che fugge tra le dita e non torna più se non come racconto lungo e scintilla della memoria. Ci sono dei passaggi meravigliosi sull’amore, l’infanzia, la forza della madre, la morte del padre, il detto e il non detto, gli sguardi pieni di saggezza della moglie, l’entusiasmo per le donne, la loro vitalità, la scoperta dell’Eros e la salvezza della scrittura. E’ il libro di un superbo narratore che apre i polmoni e il cuore sulla sua esistenza. Winter Journal è un’indagine di Auster su Auster, un’immersione nella propria vita con il tono ironico di chi si conosce e nonostante tutto si sorprende ogni giorno di questa frequentazione così assidua con un tipo a cui non avrebbe mai dato troppa fiducia, forte e fragile, pensoso anche nella distrazione che può essere fatale. Si da del tu, Auster, in un racconto in seconda persona che è simbolo di distanza e amicizia. Le prime pagine del libro si aprono con una nevicata, il manto luccicante della scoperta della vita, dell’eros e dell’amore: “More snow falling today…”. Pagine dove anche quando c’è il sole, l’andamento del ricordo assume il ritmo dei fiocchi che cadono lentamente sulle cime degli alberi, un vestito bianco, nevica sempre. “More snow falling today”. Auster su Auster.

Non smettete mai di cercarvi. Può capitare di (ri)trovarsi.

Oggi

Oggi è domani. 1° gennaio 2017.

Non fidarti d’un bianco,
Un ebreo non ammazzare,
Non firmare mai un contratto,
Un banco in chiesa non affittare.
Non arruolarti nell’esercito;
Pigliare troppe mogli non bisogna;
Non scrivere mai per le riviste;
Non grattarti la rogna.
Metti sempre una carta sul sedile del cesso,
con la guerra sta in campana,
Tieni pulito, non essere malmesso,
Non sposare una puttana.
Non pagare i ricattatori,
Gli avvocati tieni a bada,
Non fidarti degli editori,
O finirai in mezzo a una strada.
Tutti gli amici ti lasceranno
Prima o poi moriranno, lo sai,
Che la tua vita sia sana e pulita
E in paradiso li ritroverai.

Raccomandazione a un figlio,  Ernest Hemingway. 88 poesie (Mondadori, 1993).

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2 comments On Dodici mesi di List. Oggi è domani. Buon anno.

  • Perchè iniziare l’anno con Hemingway? Di un precursore dei liberals, dei Clinton e degli Obama?

    • Non era precursore di un bel niente, tranne che di se stesso. E poi c’è una ragione che batte qualsiasi argomento politico, di destra, di sinistra, di sopra e sottosopra: è un grande scrittore che amo, una sorpresa continua, grandi polmoni, grande cuore, grande sofferenza, grande stile, asciutto come il colpo di un’ascia sul tronco dell’albero. Del resto – come disse Rhett Butler – francamente me ne infischio. Buon anno!

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