Il 2017 di Trump, Putin, Erdogan. Il secolo americano, il triplo gioco Ottomano, il risiko dello Zar. Fake News? Si sono persi la Real News

E’ più facile spezzare un atomo che un pregiudizio. 

Albert Einstein

Giro di vite


  • L’Isis ha rivendicato l’attacco a Istanbul. In Turchia sono state arrestate otto persone. Il killer è in fuga. (Bloomberg, Financial Times)
  • Il primo ministro turco Binali Yildirim andrà questa settimana in visita in Iraq. (Reuters)
  • I bombardamenti della coalizione guidata dagli Stati Uniti in Siria e in Iraq hanno provocato dal 2014 a oggi la morte di 188 civili. (Reuters)
  • Obama pronuncerà il suo discorso d’addio a Chicago il 10 gennaio. (Wall Street Journal).
  • Trump ha twittato poco fa su Chicago:
  • Le aspettative degli investitori sulla ripresa economica della Russia nel 2017 sono alte. (Reuters)

Trump, Putin, Erdogan


Il 2017 sarà l’inizio di un nuovo secolo americano, la riedizione di un nuovo triplo gioco ottomano, un’altra partita del risiko zarista della Russia. Sono i fatti che la storia ha squadernato davanti a noi tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017. Basta unire con pazienza i puntini. Qualche settimana fa l’Handelsblatt ha pubblicato questa illustrazione. Il titolo è “L’anno dell’autocrate”, nel sommario c’è un avviso: “E il 2016 è solo l’inizio” di questa storia. Sì, decisamente tutta un’altra storia.

Ora prendiamo le notizie (ci sono anche le fake news e vedremo di chi sono) delle ultime 72 ore e scomponiamo l’illustrazione in capitoli di una storia comune. Seguite il titolare di List.

La strage di Istanbul e Erdogan


Isis ha rivendicato il massacro dell’altro ieri a Istanbul. La Turchia brucia. Dopo il golpe fallito di luglio, Erdogan e il suo clan hanno fatto scattare un contro golpe che da allora non si è fermato e ha condotto a un cambio totale della linea di politica estera di Ankara. Tutto ha origine la notte del 15 luglio: “Stretto tra l’islamismo imperante, le divisioni crescenti dell’Esercito e la difficile convivenza della sua politica bizantina con la Nato e la collaborazione con l’Unione europea, Erdogan ha finito per essere vittima di se stesso. Mentre scriviamo, non sappiamo quali saranno gli esiti del colpo di Stato in corso in Turchia, ma una cosa è certa: Erdogan è un leader che ha fallito. E’ una terribile lezione per gli Stati Uniti e l’Unione europea quella che arriva in queste ore. Washington ha avuto con la Turchia un atteggiamento bifronte, mai chiaro fino in fondo. Ha concesso a Erdogan lo spazio per tiranneggiare con i curdi e fare il gioco dello Stato Islamico, lo ha usato contro la Russia di Putin, ma alla fine della fiera Obama si ritrova con un membro della Nato sotto colpo di Stato. Un capolavoro”. Il ritardo con cui gli Stati Uniti condannarono il golpe, per Erdogan vale come un’impronta digitale sull’argenteria. La storia a quel punto rotola a valle e consegna a Putin un alleato che serve per vincere in Siria e ridisegnare la mappa del Medio Oriente. Sventato il golpe, Erdogan fa partire il suo contro golpe, due giorni dopo (19 luglio) il quadro è chiarissimo: “L’Europa impegnata a sanzionare Putin, scrivere a Varsavia le irrealistiche regole di una nuova Guerra Fredda, si ritrova un partner della Nato che minaccia, chiude lo spazio aereo di una base alleata, Incirlik, accusa gli Stati Uniti di aver ordito il golpe, chiede l’estradizione dalla Pennsylvania dell’uomo che considera il burattinaio politico del colpo di stato fallito, Fethullah Gulen, arresta i soldati in massa, licenzia i funzionari pubblici, blocca i loro passaporti, ammanetta e allontana i giudici. Il golpe è fallito, il contro-golpe è riuscito”. Cinque mesi dopo, nonostante la grande purga, quello che non è ancora riuscito a Erdogan è il controllo del territorio e delle fazioni terroristiche. Foreign Affairs alla fine del 2015 fece notare come il problema della Turchia è (anche) l’inaffidabilità della sua struttura di Intelligence. La situazione si è aggravata con il giro di vite del regime e gli arresti di massa dei suoi funzionari migliori. A Erdogan serve la fedeltà assoluta, non la sicurezza del paese. Non si fida degli Stati Uniti, non crede nell’Europa, Putin gli garantisce (per ora) il potere e il controllo dei confini. Resta un paese che fa parte della Nato e qui Trump potrebbe giocare a biliardo con la Russia per favorire un nuovo clima di distensione. E’ il triplo gioco Ottomano.

La crisi delle spie


A tre settimane dalla sua uscita dalla Casa Bianca il presidente Barack Obama annuncia al mondo di aver sgominato una banda di spioni del Kgb (qui siamo all’antica, preferiamo la sigla old style). La faccenda è presentata in maniera teatrale – alla Obama – pronta ad essere infornata in rotativa e impadellata sulle parabole come un thriller di Martin Cruz Smith (Gorky Park, 1981, ne parliamo dopo). Il presidente americano annuncia: “Saranno espulse 35 spie russe”. Bum. I bollettini delle tv si infiammano. La Cnn (ribattezzata durante la campagna presidenziale Clinton News Network) sfodera poderosi servizi sulla presenza della temibile cellula post-sovietica, annuncia la chiusura di un club di barbe finte nel Maryland, minaccia una cyberguerra senza confini e l’Armageddon online. Bene. A questo punto i cronisti si stanno fregando le mani e a Washington si attendono un ruggito dalla tigre del Cremlino. La Cnn se la beve tutta, partecipa allegramente al giochino e fa uscire la notizia sull’imminente chiusura della scuola anglo-americana a Mosca. Fake news boys. Ecco il comunicato del direttore della scuola su Facebook:

Passano alcune ore e sul palcoscenico della storia entra in scena la coppia Lavrov-Putin con un numero che funziona sempre: bad cop, good cop. Serghei chiede a gran voce l’espulsione di altrettanti diplomatici, Putin risponde che non se ne fa niente e auguri buone feste alla famiglia Obama. E’ una mossa micidiale di Putin. Smash. Gioco. Partita. Incontro. Dalla Casa Bianca emerge un silenzio da stato confusionale, gli strateghi di Obama si aspettavano il classico tit-for-tat, un pan per focaccia di espulsioni e invece si ritrovano a fare i conti con lo sprofondo nel ridicolo, un’arma di distruzione di massa potentissima. Foreign Policy, rivista che non ama certo Putin, stampa la parola “masterstroke”, colpo da maestro, e fa un’analisi impietosa dell’errore di Obama: “Con il trascorrere del giorno, appariva chiaro che il Cremlino stava preparando una risposta più sofisticata”. Un modo elegante per dire che alla Casa Bianca non avevano capito un fico secco. Risposta sul sito web del Cremlino: non seguiamo la “kitchen diplomacy” di Obama, “non ci sarà nessuna espulsione”, “tutti i figli dei diplomatici sono invitati alla festa per il nuovo anno al Cremlino”, “tanti auguri di nuovo anno al Presidente Obama e alla sua famiglia”. Al titolare di List viene in mente Dan Peterson quando commentava la schiacciata sotto canestro di Abdul-Jabbar dei Los Angeles Lakers: “Mamma, butta pasta”.

Nel frattempo, Donald Trump indossa il cappellino da Tweeter in Chief e mette a segno il calcio piazzato nella porta di un Obama con la difesa allo sbando:

Il Washington Post intanto ha scatenato i suoi segugi e ha scovato un’infiltrazione degli hacker russi nella rete elettrica americana. Big News. Ecco il titolo del WP:

E’ così? No. Si tratta di un malware scoperto su un singolo laptop non connesso alla rete della Burlington Electric Department. Il titolo del WP, dopo molte revisioni del pezzo senza nessuna nota editoriale, alla fine cambia così e c’è anche la nota che rettifica quanto riportato “incorrectly”:

Da penetrated a hacked. Big News? Fake news. La storia del fantomatico attacco dei russi – e delle capriole del WP per uscirne alla meno peggio – viene ricostruita su Forbes da Kalev Leetaru, nominato da Foreign Policy nel 2013 come uno dei 100 top global thinkers: “Perfino la correzione del Post non riporta i fatti come sono realmente accaduti”. Doppia fake news. Buon anno.

Fake News? Follow the Money


Il dibattito sulle fake news è un’arma di distrazione di massa micidiale. Non sapendo a chi dare la colpa della sconfitta alle elezioni presidenziali (Hillary e Obama, non era poi così complicato ) i democratici hanno finito per trovare il capro espiatorio nelle fake news. Come capita ai suonati a bordo ring, si sono persi la real news: i democratici sono riusciti a eleggere il Presidente della California! Per andare alla Casa Bianca però devi conquistare l’Ohio e la Florida. Il colto dibattito dei Marshall McLuhan della Garbatella si è dispiegato in Italia con il solito effetto di surrealtà mediterranea: è il carburante del movimento politico di Grillo! Of course, così abbiamo un’ottima scusa per la classe dirigente che si è così distinta per concretezza, senso dello Stato e altruismo. Siamo al drag and drop dello smarrimento del liberal americano (minoranza nel paese). I pusher di notizie false sono sempre esistiti. Nel 1835 il New York Sun l’ultima settimana di agosto pubblicò la notizia della scoperta della vita sulla luna, un sensazionale scoop a astronomico a puntate, con tanto di illustrazioni. L’elenco è infinito. I manipolatori di realtà ci sono anche tra le più rispettate istituzioni giornalistiche (quando esse piegano la realtà ai propri desideri, come abbiamo visto) e il problema dei titani di internet è di ben altro segno. Quale? L’avanzante monopolio delle risorse pubblicitarie. Due o tre numeri dovrebbero essere sufficienti per capire di cosa stiamo parlando. Il 58% del mercato pubblicitario online negli Stati Uniti oggi è nella cassa di due sole aziende, Facebook e Google:

Come si chiama questo dalle vostre parti? Il titolare di List ha un’idea: dominio assoluto. Questo trend di mercato è globale e in Italia la situazione è la stessa, il programmatic advertising sta concentrando le risorse sui due campioni della rete, agli altri restano le briciole o le ossa, fate voi. E’ questo un problema di democrazia e libertà? Sì, è il più urgente, ma è più semplice, propagandistico e a costo zero per il dichiarante di turno aprire la bocca e pronunciare l’ultima formula da Harry Potter: fake news. Chi ne parla, di solito non ha neppure la minima idea di cosa sia una notizia. A breve, non decenni, ma pochi anni, il panorama informativo sarà completamente raso al suolo dai titani della rete. Ecco l’andamento dei ricavi negli ultimi cinque anni:

Inseguendo le fake news, si perdono le real news.

Un anno di List (e playlist)


Sul blog del titolare di List una selezione di appunti di List del 2016 e un po’ di musica (e letteratura) che va in onda tutti i giorni su Mix24. Appunti, immagini, suoni, zampilli d’inchiostro. Buon anno.

Gorky Park


Eccolo, il capolavoro di Martin Cruz Smith. Russia. America. Spie. Omicidi. Amore. Arkady e Irina devono lasciarsi.

“Buona fortuna”.
“Buona fortuna, Arkasha”.
“Smise di piangere, si scostò i capelli dagli occhi, si guardò intorno e sospirò. “Con questa neve ci vorrebbero stivaletti felpati, sai” disse.
“Sì lo so” disse lui.
“Sono brava a guidare, ora è schiarito, pare”.
“Sì. Addio”.
Lei si allontanò di qualche passo. S’arresto, si volse. Aveva gli occhi lucidi. “Avrò mai tue notizie?”.
“Senz’altro, sta tranquilla. I tempi cambiano”

2 gennaio


Nel 1980 Jimmy Carter mette la parola “fine” alla politica di distensione con l’Unione Sovietica inaugurata dall’amministrazione Nixon. E’ la risposta degli Stati Uniti all’invasione sovietica dell’Afghnistan nel dicembre del 1979. Trentasei anni dopo la storia va così: i russi hanno perso Kabul, gli Stati Uniti non hanno mai vinto in Afghanistan.

© mariosechi

Questo articolo è un aggiornamento di List, la mia newsletter quotidiana per Il Foglio. 

1 comments On Il 2017 di Trump, Putin, Erdogan. Il secolo americano, il triplo gioco Ottomano, il risiko dello Zar. Fake News? Si sono persi la Real News

  • Esimio signor Sechi
    i miei più sinceri e rispettosi saluti

    in primis, mi permetta di farLe le congratulazioni per i sempre magnifici Suoi scritti; essi sono vere fonti di piacere intellettuale e di completa, approfondita informazione per coloro che cercano la conoscenza della realtà (la quale, come disse Hegel, è l’unica verità).
    In secundis, mi conceda l’ardire di porLe un quesito inerente l’articolo da Lei elaborato: cosa ne pensa della incapacità, da parte soprattutto delle forze politiche “progressiste” (in particolar modo in Italia, ma non solo) di comprendere il “VENTO DELLA STORIA” che oramai soffia, come una tempesta tropicale, da “occidente”? Si tratta, come già avvenne con il fu PCI, di impossibilità ideologica di accettare la natura delle cose (in particolare quando essa differisce dalle loro visioni astratte e utopiche) o vi sono altre ragioni che impediscono ai partiti politici attuali (particolarmente a quelli di “sinistra”) di cogliere i grandi cambiamenti che si apprestano a manifestarsi?

    Attendendo speranzoso e trepidante la Sua risposta, le porgo i miei saluti augurando a Lei ogni bene e un buongiorno.
    I miei ossequi, suo

    Thomas Maragno

Leave a reply:

Your email address will not be published.

Site Footer

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: