Tripolistan. Avviso agli onusiani: la Russia ha un candidato per la guida della Libia, il generale Haftar

Il principale problema della politica estera (e interna) dell’Italia si chiama Libia. Dal bazar di Tripoli l’altro ieri è saltato come un coniglio dal cilindro l’ennesimo mini-golpe quotidiano:  tre ministeri occupati. Da chi? Nel caos armato della Libia sapere di chi sono i proiettili è un problema. Qualcuno dice che il raid era delle milizie dell’ex premier libico Khalifa Ghwell, defenestrato dall’Onu con l’arrivo del governo Serraj. Altri puntano su gruppi armati agli ordini del generale Khalifa Haftar. In entrambi i casi, è chiaro che Serraj non alcun controllo del territorio e in queste condizioni è destinato a cadere.

Coincidenza: italiani a Tripoli. Nelle stesse ore riapriva l’ambasciata italiana a Tripoli e – secondo un articolo del Foglio che riprende una notizia pubblicata dal sito al Marsad – nella capitale libica c’era anche il direttore del controspionaggio italiano, il generale Alberto Manenti, che è stato costretto a lasciare Tripoli. Su quest’ultima notizia per ora non ci sono conferme.

Domanda: che fare con Serraj? Il ministro dell’Interno Marco Minniti sta cercando un accordo con il governo Serraj per fermare il flusso di migranti che parte dalla Libia e punta sulle coste italiane. Ma con chi si tratta? Serraj non ha potere, Haftar ne ha troppo, qualsiasi capo di una milizia che si alza dal letto con il piede sbagliato può creare il caos. Haftar nel frattempo sta tessendo la sua tela diplomatica con la Russia: dopo la visita a Mosca qualche settimana fa, ieri è salito a bordo della portaerei Ammiraglio Kuznetsov (sta lasciando le coste della Siria per rientrare alla base di Severomorsk, penisola di Kola), si è collegato in videoconferenza con il ministro della difesa di Mosca Sergei Shoigu e ha ricevuto tutti gli onori di un rivoluzionario destinato a guidare il paese. Dettagli. Come questa foto che dovrebbe suggerire qualcosa agli onusiani della diplomazia italiana:

Risposta: lavorare con Trump. Su Foreign Affairs c’è una indicazione strategica che la diplomazia italiana dovrebbe guardare con attenzione: “A Trumpian Peace Deal in Libya?”. Trump in Libia è molto popolare, cosa che invece non poteva vantare Hillary Clinton, regista di una guerra disastrosa quando era segretario di stato. Le fazioni libiche sperano in una iniziativa americana per superare lo stallo delle trattative e evitare il conflitto armato che è in fase di escalation. L’appoggio della Russia a Haftar è crescente, il generale controllo le infrastrutture della mezzaluna petrolifera, l’est e il sud del paese, potrebbe muovere un attacco su Misurata a breve e a quel punto l’influenza egemonica di Mosca (anche) sulla Libia sarebbe un dato di fatto difficilmente reversibile. Sono gli effetti della politica di Obama sul Medio Oriente, un crescente disimpegno (o quando c’è stato, un impegno senza un chiaro obiettivo politico) che ha favorito l’ascesa del Cremlino e aperto le possibilità di manovra di Putin. Mancano pochi giorni all’insediamento del nuovo presidente, il dossier libico sarà uno dei primi a finire sulla scrivania di Trump nello Studio Ovale. Alla fine, il presidente isolazionista, sarà costretto dalla storia a cambiare idea. Avere buone relazioni con la Russia è saggezza diplomatica, lasciare a Putin il controllo del Medio Oriente è un errore. L’Italia? Per ora è il vaso di coccio tra i vasi di ferro. Deve trattare con tutti senza scontentare nessuno.

© mariosechi

Questo articolo è tratto da List, la mia newsletter quotidiana per Il Foglio. 

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