Il complotto canadese e i nani nel caveau. Due o tre numeri sulla crisi da debito e credito

Avvisate i patrioti, dopo quello della Germania, c’è anche il complotto del Canada. L’agenzia DBRS ha tagliato il rating dell’Italia e così abbiamo perso l’ultima A che ci salvava da una serie di conseguenze spiacevoli sul fronte finanziario. Cosa dicono i cospiratori dell’Ontario? Questo, tratto dal report di DBRS:

Incertezza politica (e zero riforme da qui al voto) e soprattutto un sistema bancario zavorrato di crediti deteriorati. Con buona pace dei signori banchieri (e dei politici abituati a dispensare sogni) questa è la realtà del paese che una parte consistente del suo establishment non vuole vedere. Maledette Giubbe Rosse! Chiamate il Comandante Mark.

Non si tratta solo di un’eredità del passato, ma di un risultato al quale anche la politica economica del governo Renzi ha contribuito in maniera decisiva. Se due anni fa il Pd avesse davvero “cambiato verso”, non ci ritroveremmo con uno scenario così polverizzato. Il Pd è entrato nella stanza dei bottoni in presenza di una irripetibile pax finanziaria e una diga (il quantitave easing della BCE) che prima o poi abbasserà le saracinesche. Mentre preparate il salvagente, osservate lo scenario. Quale? Questo, il rapporto tra debito e Pil che schizza alle stelle:

Un paese che non cresce, non privatizza, non molla la presa famelica dello Stato sull’economia e non destina a riduzione del debito l’incasso, ha spazi di manovra limitati. Un confronto del Pil reale – l’anno 2008 fa base 100 – tratto dal report dell’agenzia canadese mette a nudo, ancora una volta, la realtà:

Siamo esattamente dove meritiamo di essere: in fondo alla classifica, superati di slancio perfino dalla Spagna. Non ci sono complotti, ma le favole degli italiani che non vogliono fare i conti con la realtà, questa sfrontata.  Questo è un grafico dell’agenzia di rating Moody’s, non è tedesca, non è francese, non è canadese, è americana:

L’unico cartellino rosso è dell’Italia. What else? Perbacco, le agenzie di rating fanno parte del grande complotto internazionale.

E cribbio, le banche sono collassate a causa dei “grandi debitori”, questo è il mantra della politica e dell’Abi, l’associazione dei banchieri italiani. Altra favola per continuare l’operazione di sonnambulismo collettivo e l’auto assoluzione. La dimensione lillipuziana delle imprese italiane è nota, ma viene dimenticata. Rapporto Istat, 2015:

La colpa è dei “grandi debitori” è lo slogan appena sfornato dalla pizzeria collettiva del Belpaese. Peccato che il tessuto industriale sia un altro e che i clienti delle banche non siano quelli dello storytelling. Diamo un’occhiata al rischio di credito delle imprese italiane. Dati tratti dall’outlook Abi-Cerved sulle nuove sofferenze delle imprese, sono dati freschi di stampa:

Dov’è il rischio maggiore? Nelle piccole imprese. Un paese di nani aziendali può crescere, una nazione che crede alle fiabe dei nani mentali può solo fallire.

Dulcis in fundo, l’eccellenza assoluta, quelli dai quali non abbiamo che da imparare: i nani locali. Perché il regionalismo nel caveau è finito al tappeto? La collusione del credito e l’intreccio con la politica. Marco Onado su lavoce.info ha tracciato il quadro:

In provincia si sono finanziati generosamente i centri commerciali che devastavano le periferie (gli “spendodromi” come li definisce Stefano Benni) oppure si sostenevano finanzieri estranei alla zona d’azione tipica della banca, ma tutti con la loro brava connessione al potere che conta per acquisire meriti, nella consapevolezza che prima o poi il favore sarebbe stato restituito. Ma una gran parte delle nuove iniziative si è tradotta in colossali invenduti e bagni di sangue finanziario.

Perfetto. Chiudiamo con un altro grafico che illustra il ballo del mattone:

Il pilastro del credito in Italia, un bel prestito a presa rapida. Il complotto? Quello del paese immobile.

© mariosechi

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