Woodward: “Il dossier su Trump è spazzatura”. The Donald, la spia, la Russia e le donne. Il report falso per far deragliare la sua campagna. Chi l’ha commissionato e pagato?

Update: 15 gennaio 2016. Bob Woodward, autore dello scoop sullo scandalo Watergate, leggendario reporter del Washington Post, ha espresso la sua modesta opinione a Fox News Sunday sul dossier segreto che raccontava i legami di Trump con la Russia e il suo libertinaggio a Mosca: “”Il dossier su Trump è spazzatura, i capi dell’intelligence hanno commesso degli errori e devono scusarsi”. Tanti saluti al grande giornalismo d’inchiesta visto all’opera in questi giorni. Clap clap clap. Ecco il video dell’intervento di Woodward:

Questo il virgolettato dell’intervento:

I’ve lived in this world for 45 years where you get things and people make allegations, that is a garbage document. It never should have been presented as part of an intelligence briefing. As you suggested, other channels have the White House counsel give it to Trump’s incoming White House counsel. So Trump’s right to be upset about that. I  think if you look at the real chronology and the nature of the battle here, those intelligence chiefs who were the best we had, who are terrific and have done great work. I think they made a mistake here. And when people mistakes, they should apologize.

Una vergogna. Su Tg3 Linea Notte del 12 gennaio ho spiegato perché la pubblicazione del dossier su Trump è una vergogna per il giornalismo. Qui il link.

Non verificato. Il giornalismo con Trump ha aperto nuove frontiere e la pubblicazione del dossier di 35 pagine dove si parla dei suoi legami con la Russia passerà alla storia come il superamento della notizia e l’ingresso nello spazio metafisico di quello che il Guardian ha battezzato con comicità involontaria “extraordinary but unverified documents”. Sì, siamo di fronte a un salto di qualità del giornalismo. Nel vuoto.

Lo spione inglese. Il fabbricatore del dossier ha un nome e un cognome: Christopher Steele, ex spia di Sua Maestà la Regina. Non è decorato, non fa parte delle istituzioni del Regno Unito, non ha la biografia di James Bond, si arrangia facendo la spia in un’azienda che ha fondato, la Orbis Intelligence, insomma è la classica mezza barba finta che si guadagna la pagnotta con i ferri vecchi del mestiere, ma sul New York Times conquista subito l’upgrade di classe: “a respected former British spy”, cribbio. Respected. Uno che fa quel lavoro. E che lavoro. E che sceneggiatura. No, non ha indossato lo smoking da perfetto agente segreto, non era al volante dell’Aston Martin, con una sventola al suo fianco e il conto sempre aperto al casinò, proprio no. Mr. Steele è il grigiore delle fonti coperte, sette mesi fa ha cominciato a compilare i suoi bollettini su Trump, ha fatto cioè quella che viene definita una “opposition research”, collezionando fatti che il New York Times definisce “unsubstantiated accounts”, cioè quello che in una redazione di un quotidiano fino a poco tempo fa avremmo tutti definito così: “La storia non sta in piedi”. La pubblicazione integrale su BuzzFeed del dossier passerà alla storia come una delle peggiori pagine del giornalismo. Bastava dare un’occhiata alla titolazione per rendersi conto dell’operazione di smistamento di notizie radioattive:

BuzzFeed

Siamo di fronte a uno dei casi più gravi di detonazione di notizie false nella storia del giornalismo americano. “Non verificato, non verificabile, pieno di errori”. Ma regolarmente pubblicato e presentato come oro colato. Nel caso di Trump si fa un’eccezione a ogni buona regola, tutto sta in piedi, si supera tranquillamente il dibattito sulle fake news e si entra nella zona esoterica del qui niente è vero, ma parliamone. Qualcosa resterà.

Follow the money. Bene, parliamone. Chi ha pagato la fabbricazione del dossier? Perché Mr. Steele sarà respected, ma una cosa è certa: non lavora gratis. Il gentleman per i suoi servizietti incassa come tutti il vile denaro, si fa pagare per spiare o fare qualcosa che abbia una parentela con quel mestiere. Parliamone, cari difensori della democrazia: chi ha pagato Mr. Steele? Si dice che il primo tentativo di far deragliare la campagna elettorale di Trump con la “oppo research” – quello che in Italia è il sempre verde dossieraggio – sia stato finanziato da un facoltoso repubblicano. Possibile? Sì, ma il nome? Copertissimo. Le indagini (parola grossa), vengono condotte da un giornalista, tal Glenn Simpson, che dopo non averne cavato un ragno dal buco – tranne i ritagli di giornale del passato e le solite cose che si dicono sul Trump femminaro – ingaggia Mr. Steele. E qui si uniscono due figure che in queste storie non mancano mai: la spia e il giornalista. Il titolare di List sente alzarsi una voce dal loggione: mancano le prostitute! Tranquillo, arriveranno, il copione è un classico. Il reporter e lo spione si mettono al lavoro, nel frattempo i computer della direzione nazionale dei democratici è stata hackerata da Guccifer 2.0 (i lettori di List hanno letto questo nome molti mesi fa) e il committente del dossier su Trump è cambiato. Torna la domanda: chi paga? Non si sa. Il sempre informato New York Times stavolta non ha il numero di conto corrente, addirittura scrive che gli autori del documento non sono stati pagati, che hanno continuato a lavorare e inviare materiale a Fbi e servizi segreti britannici. Chiaro, come non pensarci prima, si battevano per la democrazia! Alice nel paese delle meraviglie in confronto è un manuale di cinismo. Chi ha pagato non si sa, forse non si saprà mai, ma quel report di 35 pagine finirà per divorare chi l’ha commissionato: le tracce del suo uso in campagna elettorale sono rimaste. Che storia è? Il titolare di List consiglia la lettura de L’agente segreto, Joseph Conrad, quando descrive il protagonista che aveva “quell’aria comune a coloro che vivono dei vizi, delle follie e delle paure più spregevoli del genere umano; quell’aria di nichilismo morale comune ai tenutari di bische e di case malfamate; agli investigatori privati e ai detective privati; ai venditori di alcolici e, mi verrebbe da aggiungere, ai venditori di cinture elettriche rinvigorenti e agli inventori di medicine miracolose”. Il libro è del 1907, ma Conrad scriveva per essere letto nel 2016.

Non intelligence. La realtà è che la furibonda lotta politica della campagna presidenziale ha visto come parte attiva anche le agenzie di intelligence. L’Fbi ha indagato sul mail-gate di Hillary Clinton di dritto e di rovescio, la Cia riceveva i dossier dello spione inglese, l’Nsa ascoltava i russi su Trump e le elezioni. Il risultato è che la politicizzazione ha travolto il sistema e Trump a sua volta ha gioco facile nel dipingerlo come partigiano e schierato contro di lui. D’altronde, le audizioni di James Clapper, lo zar dell’intelligence e il documento comune prodotto sulle attività di hackeraggio della Russia sono un altro elemento su cui poggia l’analisi di chi vede un problema enorme a Langley e dintorni. Che fare? Trump arriva alla Casa Bianca il 20 gennaio, da quel momento la musica cambia. Nel frattempo The Donald deve percorrere la strada dalla Trump Tower di New York alla villetta neoclassica di Washington al numero 1600 della Pennsylvania Avenue. A Roma avrebbe trovato la strada piena di buche, ma negli Stati Uniti si aprono le botole. Nel tragitto, ti sparano con un fucile di precisione mentre sei in automobile con tua moglie. JFK, Dallas, 22 novembre 1963.

La Russia? Chiedete a Rex. E’ Tillerson, ex capo di ExxonMobil, prossimo segretario di Stato americano. Durante la sua audizione parlamentare al Senato ha spiegato bene quella che sarà la linea realista della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato: duro confronto con la Russia di Putin, ma sulle sanzioni in futuro si vedrà. E’ il pragmatismo di un petroliere.  Meglio una politica del tubo che un tubo di politica.

12 dicembre. Nel 1971 si consuma la vicenda de “I Sei di Harrisburg”: il reverendo Philip Berrigan e cinque altri vengono accusati di cospirazione: rapire Henry Kissinger e far saltare in aria le condotte del riscaldamento degli edifici federali a Washington. Ieri è sempre oggi.

© mariosechi

Questo articolo è tratto da List, la mia newsletter quotidiana per il Foglio.

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