La settimana di Trump e l’estinzione dell’Homo Davos

Il destino gioca a dadi. Trump diventa presidente, l’élite globalista si riunisce a Davos per il World Economic Forum che comincia oggi e finisce venerdì, proprio il giorno dell’insediamento del Nemico, The Donald. Uno slalom della storia e via, si volta pagina. Ecco un paio di scatti della discesa, passate bene la sciolina, si parte.

Celebrity-free. The Donald si insedia alla Casa Bianca il 20 gennaio, venerdì. A Washington ci sarà un evento celebrity-free ed è un bene. Hollywood non ama Trump, gli elettori di Trump non amano lo star system. Tutto torna.

Giorgio Armani e la First Lady. Gli stilisti, quelli che non puoi proprio farne a meno, hanno dichiarato sdegnati che non vestiranno Melania Trump. Giorgio Armani ha rimesso la chiesa al centro del paese: “Di mestiere cerco di vestire le belle donne, lei lo è”. E’ la conferma che Armani non è uno stilista, ma un sarto sublime e un uomo intelligente. Per la serie chissenefrega: il trio Il Volo non canterà per Trump. Non saremo mai, ma Sanremo sempre.

Anglosfera e Europa. Il titolare di List aveva lanciato l’avviso tempo fa: Trump ha deciso di riaprire la porta dell’Anglosfera. La nuova amministrazione americana sta riallineando la diplomazia alla tradizione: torna l’amico inglese e la relazione speciale con il Regno Unito. E quindi? L’Unione europea è un veicolo della Germania, ci saranno altre Brexit, Angela Merkel è una grande statista ma sull’immigrazione ha commesso un grande errore. Tutto sul Times di Londra, con la firma di Michael Gove, il parlamentare conservatore a capo del movimento del Leave, che è stato invitato a partecipare a un’intervista concessa da Trump al giornale tedesco Bild. Theresa May finora è stata scavalcata da Farage, Johnson e Gove nei rapporti con Trump.

…e la sterlina va giù. Nella settimana dell’insediamento di Trump, la Sterlina ha toccato di nuovo il fondo.

…e la produzione va su. Il Fondo Monetario Internazionale rivede per la seconda volta dopo la Brexit le stime (al rialzo) della produzione del Regno Unito. Altro materiale per il dibattito sulle previsioni degli economisti. Siamo alla conferma ulteriore di quello che il capo economista della Bank of England, Andrew Haldane, ha definito la situazione come un «Michael Fish moment». Che cosa è? Michael Fish è esperto di previsioni del tempo che nel 1987 assicurò ai sudditi di sua Maestà: «Nessun uragano in arrivo». Arrivò puntualmente un uragano di enormi dimensioni.

Trump e i maoisti di Davos. In uno scenario da rottura dell’Unione europea si apre il World Economic Forum di Davos. L’establishment si riunisce nella località svizzera con il solito contorno di jet personali (e grande preoccupazione per l’ambiente), champagne in villa (e un pensiero corre tra le bollicine verso i diseredati del mondo), un salto al Tonic Bar (e una riflessione profonda, mi raccomando, sulla disoccupazione). Che bravi. Ah, en passant, non ci sarà nessuno della nuova amministrazione americana. Segno dei tempi, basta leggere le cronache di Breitbart, carro armato online del popolo di Trump, per capire che aria tira per l’élite. Ma il pensiero è quello di un anno fa: no agli autocrati che urlano Make America Great Again. Meglio applaudire il presidente cinese Xi Jinping, un leader talmente moderato, un alfiere del free market che sta rispolverando il culto della personalità riservato al Grande Timoniere. Sì, a Davos  è sempre bonanza anche se fa freddo, si passa con eleganza da Adam Smith a Mao.

Sul Financial Times Martin Wolf si chiede se sia finita l’influenza dell’Uomo di Davos sulla storia. A giudicare dal livello del morale (sotto i tacchi) registrato dai cronisti inviati in pista l’era dell’auto-celebrazione è chiusa. O meglio: si celebrano, ma sanno che stavolta è tutta scena. Anche se proprio mentre il titolare di List sta aggiornando il pezzo (ore 19:00), ecco la cantante Shakira sul palco di Davos fare il suo intervento accorato, con lo sguardo d’ordinanza affranto. E’ lo star system che s’era riunito a Filadelfia per festeggiare la vittoria della Clinton. Tutti a Philly che si vince facile! Poi alle loro spalle è arrivata la mietitrebbia (rigorosamente Caterpillar) di The Donald. Vrooom. Ma torniamo al per niente tarantiniano Mr. Wolf del FT che ricorda: il marchio “Davos Man” fu un’invenzione del sulfureo Samuel Huntington. Sognava un mondo senza confini, con il commercio come fattore di accelerazione e crescita del mercato e della libertà. Fine del sogno. La crisi finanziaria del 2007-2008 ha cambiato le regole del gioco: su i muri, una riga per marcare i confini, il commercio mondiale in arretramento, avanti con i dazi, meno container per tutti. Finisce qui? No, a questo giro la storia soffia da un’altra parte, poi gira, nel frattempo l’Homo Davos si estingue, cambia nome e location del party.

Oxfam manda fuori pista i davosiani. Apre Davos e Oxfam pubblica il report su ricchi e poveri del pianeta. Gancio destro e sinistro in faccia a Apple. Come realizza i suoi profitti stellari l’azienda guidata da Tim Cook? Così:

Entriamo in fase Marx: iPhone è il massimo del profitto con un costo del lavoro da schiavo nella giungla. Ora provate a fare un’operazione mentale di back up e proiezione del messaggio del gigante hi-tech: così ecologista, così sensibile, così, esattamente così attento al prossimo da farlo passare perché non è mai quello giusto. E’ il prossimo.

© mariosechi

Questo articolo è un estratto e aggiornamento di List, la mia newsletter quotidiana per Il Foglio.

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