Trump days. May fa Brexit. L’Homo Davos ha trovato il suo nuovo idolo: il presidente cinese.

Londra-Davos in testacoda


La Brexit sarà Brexit, il Regno Unito uscirà dal mercato unico europeo e sarà una forza globale. Il premier britannico Theresa May ha parlato alla Lancaster House e ha ribadito l’idea che non ci sarà un’exit dalle mezze misure. Mentre l’Inghilterra leva l’ancora verso terra incognita, il presidente cinese Xi Jinping difende la globalizzazione (“non è quello il problema”) e l’establishment del capitalismo senza frontiere riunito a Davos applaude il leader di un paese senza libertà. La storia sa dispiegare una cinica ironia. Adam Smith si è trasferito a Pechino, l’élite in Gulfstream trova il suo beniamo anti-Trump nel leader che più vuole somigliare al Comandante Mao. Aggiornato alle ore 2:25:21 PM

Sturmtruppen e Pulcinella


Fermate quella 500! Crucco, pensa alla tua auto del popolo. Il livello dei rapporti tra Italia e Germania è questo, con i ministri che si mandano amabilmente a quel paese. Dai gas di scarico della Fiat (il problema c’è o no?) alle banche, con Berlino le cose non funzionano da tempo (buona parte delle colpe sono nostre), siamo al titanico scontro tra le Sturmtruppen e Pulcinella. Il viaggio del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni domani in casa di Angela Merkel non risolve nessuno dei problemi, ma almeno riporta (forse) tutti sulla terra: l’Europa è nei guai e se ne esce insieme. Ci sono alternative? Perbacco, la storia è un manuale di soluzioni e soprattutto esplosioni. Quali? Ci separiamo, l’Unione europea fa crac e ognuno si arrangia come può. La Brexit è esattamente questo: leave, andare via. Se ne vanno? Yes.

Big Brexit


Ecco perché il discorso di oggi di Theresa May alla Lancaster House era considerato importante. Il premier britannico ha dato un’indicazione sulla dimensione che il suo governo darà all’uscita dal single market europeo, tempi e modi di realizzazione, passaggio in Parlamento e un nuovo trattato con l’Unione europea. La Borsa ha reagito con il miglior rally giornaliero della sterlina dal 2008:

Sarà una prova per i mercati, ma soprattutto per la leadership dell’Unione, cioè per l’unico leader rimasto in piedi: Angela Merkel. Non a caso ben tre titoli dell’edizione internazionale del giornale economico tedesco Handelsblatt oggi sono dedicati a Trump: uno sui costruttori di auto, uno sul protezionismo e uno sulle opportunità della nuova politica economica americana. Per il premier britannico May la complessità della sfida è il frutto delle vicende interne innescate dal referendum, per lei è (e sarà lungo il percorso) prioritario rispondere alle pressioni dei Brexiters, ribadire la sovranità del Regno Unito su politiche migratorie e giustizia (stop alla Corte di Giustizia europea), due pilastri innalzati dal referendum del 23 giugno 2016 che hanno una conseguenza: l’Inghilterra non può restare nel mercato unico europeo con un patchwork di stratagemmi giuridici. E i capi di Stato dell’Unione non possono neppure permettersele, le mezze misure, perché ogni metro dato a Londra significa spaccare quel che resta dell’Europa. Insomma, Theresa May ha fatto – bene o male, vedremo nelle prossime ore – quello che da tempo chiedeva il ministro degli Esteri Boris Johnson: sfornare la torta.

Trump e le nazioni


Al centro del teatro della battaglia per il nuovo ordine mondiale c’è Donald Trump. Il presidente eletto entrerà alla Casa Bianca venerdì e da quel momento finisce la fase del Tweeter in Chief e comincia quella del Commander in Chief. L’intervista rilasciata l’altro ieri alla Bild e al Times di Londra (davanti a The Donald con il taccuino aperto c’era Michael Gove, parlamentare a capo del movimento referendario del Leave) è stata un terremoto che ha chiarito qual è l’idea di Trump: dialogare con le nazioni. Il presidente americano è un aggiornamento esponenziale del software realista, un Nixon 3.0 che non a caso sta raccogliendo i consigli di Henry Kissinger per la (de)costruzione di un nuovo sistema di relazioni internazionali. Quello che rischia l’Europa – per sua incapacità – è l’irrilevanza e l’autodistruzione del forum di cooperazione. Trump è il presidente dell’Anglosfera, guarda alla relazione speciale con gli inglesi (la tradizione), fa la mossa del cavallo sull’inconcludente Unione europea (e sulla Nato, di cui vuole mantenere il controllo, ma attraverso una profonda riforma della missione e della spesa), sostiene la Brexit come formula della contemporaneità e saldatura del cortocircuito tra élite e popolo (basta tenere d’occhio cosa dice Steve Bannon, il suo stratega, per capire dove tira il vento), ha un conto aperto da regolare con la Cina, cioè un deficit commerciale di 367 miliardi e a Pechino hanno capito che da venerdì alla Casa Bianca la colonna sonora cambia. L’impero è sempre celeste, ma il futuro di una disfunzionante società costruita sul doppio stato (uno strano mercato senza libertà) è meno brillante di quanto appaia. E’ una mappa piena di passaggi rischiosi, ben illustrati in un libro pubblicato dalla Yale University Press intitolato “The End of the Asian Century”. Si gioca una nuova partita a scacchi, Trump è il nuovo secolo americano.

Dalla politica del containment al… container


Il punto che brilla sulla mappa è a Oriente. Sul Financial Times Gideon Rachman lo mette a fuoco: il vero obiettivo di Trump è la Cina, tutto il resto viene dopo. Al netto del consueto pregiudizio degli intelligenti a prescindere di cui è pervaso l’articolo (il titolare di List consiglia la lettura di un delizioso saggio di William Hazlitt, polemista e critico letterario dei primi anni dell’Ottocento, intitolato “L’ignoranza delle persone colte”), la lettura del pezzo di Rachman è utile per non perdere di vista il bersaglio grosso della contemporaneità, la competizione crescente tra gli Stati Uniti e la Cina, l’instabilità dell’area del Pacifico con il ritorno del Giappone di Shinzo Abe e l’attivismo militare della Cina. E’ là che può scoppiare un’altra guerra. Contagiosa. La Cina è un esperimento di ingegneria sociale i cui esiti sono più che mai incerti. Cosa accade a Pechino se improvvisamente l’espansione commerciale dell’impero di Xi Jinping (il presidente non a caso ospite per la prima volta al World Economic Forum di Davos) si ferma e l’export delle merci in America (483 miliardi di dollari nel 2015) rallenta? E’ una domanda che senza una risposta, cioè un nuovo negoziato sul commercio mondiale, detona in un conflitto armato. Agli Stati Uniti dell’era Trump non interessa la politica del containment, ma quella del container (e dell’automobile fatta in casa).

L’estinzione dell’Homo Davos


La risposta al che cosa succede arriva implicitamente nell’intervento di Xi Jinping a Davos: una difesa a tutto campo della globalizzazione. Applausi dei titani del capitalismo. Una scena surreale che in fondo è il contrappasso senza punizione divina dell’Homo Davos, la sua estinzione e mutazione. E la democrazia? Non conta nulla, honey, l’importante è incassare money. Tutto torna. Ecco perché alla fine della fiera sul Financial Times Martin Wolf si chiede se sia finita l’influenza dell’Uomo di Davos sulla storia. Ne è travolto. Si è accesa la mietitrebbia del Midwest, quel rumore sordo, lontano e infine sempre più insistente e incessante: Trump Trump Trump. A giudicare dal livello del morale (sotto i tacchi) registrato dai cronisti inviati in pista a Davos l’era dell’auto-celebrazione è chiusa. O meglio: si celebrano, ma sanno che stavolta è tutta scena. Anche se proprio mentre il titolare di List aggiornava questo brano di List ieri sera (ore 19:00), sul palco di Davos è comparsa la cantante Shakira che nel fare il suo intervento accorato, con lo sguardo d’ordinanza affranto, ha lasciato una scia di bellezza e nello stesso tempo di… passato. Un flashback pieno di polvere di stelle, lo star system che s’era riunito a Filadelfia per festeggiare la vittoria della Clinton. Tutti a Philly che si vince facile! Poi alle loro spalle è arrivata appunto la mietitrebbia (rigorosamente Caterpillar) di The Donald. Vrooom. Ma torniamo al per niente tarantiniano Mr. Wolf del FT che ricorda: il marchio “Davos Man” fu un’invenzione del sulfureo Samuel Huntington. Sognava un mondo senza confini, con il commercio come fattore di accelerazione e crescita del mercato e della libertà. Fine del sogno. La crisi finanziaria del 2007-2008 ha fatto crollare il castello di carta (finanziaria): su i muri, una riga per marcare i confini, il commercio mondiale in arretramento, avanti tutta con i dazi, meno container (asiatici) per tutti. Finisce qui? No, a questo giro la storia soffia da un’altra parte, poi gira, nel frattempo l’Homo Davos si estingue, cambia nome e location del party. C’è un nuovo idolo del capitalismo in Cina, si realizza in un lampo il titolo profetico di un libro di Giovanni Arrighi: Adam Smith a Pechino.

© mariosechi

Questo pezzo è un ampliamento e aggiornamento di un brano di List, la mia newsletter per Il Foglio.

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