La distopia della CNN alla vigilia dell’Inauguration Day: cosa succede se ammazzano Trump e Pence?

Eliminare Trump


Eliminare Trump. La distopia americana va avanti, ben oltre la già demenziale (e pericolosa per le istituzioni) discussione politica sulla legittimità della Presidenza Trump. Il mainstream clintoniano gioca d’azzardo, fa ipotesi che sconfinano dal giornalismo verso lo scenario cospirazionista, agitano incubi in un paese dove Lincoln e Kennedy sono morti sotto il piombo e Reagan si è salvato per miracolo. La pubblicazione del dossier falso contro Trump è solo uno dei primi passi a cui assisteremo in questi mesi. Disarcionare Trump è il disegno. E piano piano vedremo assemblarsi questo Golem istruito per annichilire l’avversario. Durante la trasmissione di Wolf Blitzer, The Situation Room, va in onda questo servizio:

Cosa succede se Trump e Pence vengono eliminati? Siamo alla sceneggiatura dell’impensabile, la testimonianza dell’eccezionalità di Trump e della sua distanza dall’establishment. Era quello che NON doveva vincere, il dado che ha sballato tutti i calcoli dell’algoritmo democratico. E’ cominciata un’altra storia americana, ma attenzione a giocare con le ipotesi, dare del tu alle cospirazioni, alimentare pulsioni distruttive e fare i giocolieri con la parola assassinio. Come scrissi tempo fa, la distopia crea scenari disturbanti, spiazza l’ordine, lo riassembla in un gioco di specchi dove elementi ordinati del presente vanno in rotta di collisione nel domani. Cosa sta succedendo in America? E’ un rumore di fondo, tagliente come un coltello da caccia, una domanda che si ha timore di far diventare parola, un martello nella mente: e se arriva la guerra civile? La distopia americana è un racconto della realtà. Chi vuole saperne di più, può leggere questo pezzo e vedere la parola disturbante che emerge, come l’ombra tentacolare di un albero senza chioma: il trauma. 

Inauguration Day


Mancano poche ore all’arrivo di Trump alla Casa Bianca. Festa a Washington, gente che vuole fare la festa a The Donald in strada. Sarà una parata celebrity-free (ottimo) e Trump ha segato di netto l’appuntamento con la pista da ballo. Obama e Michelle inaugurarono dieci balli, George W. Bush otto, il costruttore di Manhattan non ama piroettare come Barack e ha ridotto il programma a tre eventi danzanti. Obama accompagnerà Trump, ci sarà un the alla Casa Bianca e poi, dear Barack, you’re fired. 

Un po’ di momenti storici dell’Inauguration Day:

China War


La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina è appena iniziata: Wilbur Ross, prossimo segretario al Commercio di Donald Trump, ha fatto lo shampoo al presidente della Cina Xi Jinping che a Davos si è presentato come il paladino della globalizzazione. Ross davanti al Senato americano ha detto: “La Cina ha l’economia più protezionista del mondo”. Gong. Il match è appena iniziato. La Cina secondo l’indice della libertà economica compilato ogni anno dalla Heritage Foundation è al 144° posto nel mondo, gli Stati Uniti all’11°. L’Homo Davos applaude Xi, il comunista, e dentro di se spera ardentemente che la corsa di The Donald, il costruttore di Manhattan, deragli. E’ il sottosopra della contemporaneità e ha i suoi lati divertenti. Quali? Seguite il titolare di List.

Clinton chiude la baracca (i burattini restano)


La fondazione dei coniugi è andata gambe all’aria. Nel silenzio generale, la Clinton Global Initiative, il programma planetario dei coniugi pre-destinati a guidare il mondo, chiude l’ufficio a New York, lascia a casa 22 dipendenti (ecco il documento ufficiale depositato al dipartimento del lavoro dello Stato di New York) e tanti saluti. Tutto bene? No, perché i Clinton avevano annunciato la chiusura dell’iniziativa in caso di vittoria nella corsa presidenziale, per evitare un conflitto di interessi (evidente dai documenti pubblicati da Wikileaks) tra l’organizzazione e la Casa Bianca. E invece si chiude anche in caso di sconfitta e la ragione è molto semplice: i donatori sono in fuga, non ha alcun senso sostenere chi non ha più nessuna capacità di influenzare il business. Se non sei dentro lo Studio Ovale, non conti nulla. Ecco perché il governo dell’Australia, quello della Norvegia e altri soggetti hanno tagliato il cospicuo assegno (secondo la National Review, l’Australia da sola ha donato 88 milioni in dieci anni di Regno Clintoniano) e tanti saluti, è cominciata l’era Trump. Fine del pay for play.

Theresa e l’Homo Davos (e le nazioni)


Il premier britannico Theresa May è a Davos. Una brexiter in casa dell’élite globale. Parole d’ordine del suo intervento: free trade, free markets, globalisation, liberalisation. E’ la risposta di Downing Street al presidente cinese Xi Jinping. Non è la Thatcher, ma è tosta e si sente. L’Homo Davos è in stato confusionale: la Brexit ci sarà, ma la signora May ha assicurato che si fa “per essere primi nel libero mercato”. Allora, si chiede, l’Homo Davos, forse sta succedendo qualcosa? Sì, cari, esistono gli animal spirits dell’economia e di solito fanno a pezzi tutte le previsioni degli economisti. Come sarà l’Europa dopo la Brexit? Un ring. Ne abbiamo avuto un assaggio con la trasformazione di Mattarella che ha bacchettato i tedeschi, il nulla di fatto uscito dall’incontro tra Gentiloni e Merkel a Berlino (il settimo capo di governo che incontra la Merkel da quando è cancelliera) e altro presto seguirà in queste settimane. Sull’ultimo numero di Foreign Affairs c’è un saggio molto interessante sul tema, passaggio chiave:

The nation-state is here to stay, and national policies still have far more democratic legitimacy than those imposed by technocrats in Brussels or Frankfurt. The EU needs to give Europe’s national governments more, not less, freedom to act.

Foreign Affairs non è la rivista stampata nella tipografia di Trump. Se ancora non fosse chiaro il concetto: sono tornate le nazioni. Anzi, non se ne sono mai andate. Staccate il biglietto del cinema sovranista. Ciak, Europa si gira. Per ora a vuoto. Poi si vota.

Dall’Homo Davos all’Homo Financialis


Nel frattempo, le banche fanno i loro piani di ridimensionamento per l’exit e l’Homo Davos entra in modalità Homo Financialis. A Londra il settore finanziario pensa di traslocare forza lavoro nell’Europa continentale per cangurare i problemi regolatori della finanza post-Brexit. UBS ne sposterebbe 1000 su 5000, JPMorgan Chase 4000 su 16000, questo è il reale problema che Theresa May dovrà risolvere nella sua trattativa con l’Unione europea. Non è la fine del mondo, ma la fine di un mondo sì.

La colpa dell’Homo Davos


Su Bloomberg View c’è un pezzo di Tyler Cowen, docente della  George Mason University, che dice di “non dare la colpa dei limiti della globalizzazione all’uomo di Davos”, segno che qualcosa deve aver combinato in questi anni.

19 gennaio


Nel 1861 le cronache raccontano la secessione della Georgia, il maggior produttore di cotone dell’epoca, dagli Stati Uniti d’America. La Brexit americana.

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