Long read. Trump e l’Uomo Dimenticato. Da FDR a The Donald, la parabola del Forgotten Man

Questo è il primo di una serie di lunghi articoli settimanali dedicati alla nuova era americana inaugurata dalla presidenza di Donald Trump. Long read è una serie prodotta esclusivamente per la pubblicazione e lettura online, un piano di uscite “solo web”: articoli di circa trentamila battute che hanno lo scopo di scavare in profondità le ragioni del “sottosopra” americano, seguirne le tracce luminose, scoprire quali forze lo guidano, dove c’è continuità e dove invece si coglie in pieno la rottura della tradizione politica. Tirate un bel respiro, questa è un’immersione negli abissi oscuri e fosforescenti dell’oceano: gli Stati Uniti d’America. Buona lettura. 

La storia è iniziata come doveva iniziare: Trump ha cambiato discorso, tono, passo, intensità e direzione di marcia della politica americana. Il candidato Trump è il presidente Trump. I democratici, le anime belle progressiste e i conservatori da salotto preparino la scorta di fazzoletti, nei prossimi quattro anni The Donald darà loro molte occasioni per mostrarsi affranti durante i cocktail in terrazza. Never Trump? Che illusione.

Lo spettacolo di Washington è stato unico: un presidente che parla alla nazione, America First, avvisa il mondo che è finito un mondo e si prepara a guidarlo con un’altra visione. Pensavano, i benpensanti, che il costruttore di Manhattan durante la campagna elettorale non facesse sul serio. Sono gli stessi che non avevano visto l’ascesa di Trump, che la obliteravano in corpore praesenti (di Hillary) e subito dopo la sua vittoria hanno cominciato a spiegare al mondo perché aveva vinto Trump. Ancora una volta non hanno capito cosa è successo, cosa sta succedendo e cosa succederà. La rivoluzione di Trump non è un castello di carta, non è costruita su quello che raccontano i giornali e le televisioni – sempre più irrilevanti, per colpa dei giornalisti in carrozza – non è edificata su un gruppo di potere, è la scalata di un outsider della politica americana. Trump era quello che non doveva vincere, era lo scherzo della cronaca che non poteva farsi storia. E invece… il giorno, quel giorno, è arrivato. Trump squaderna a Capitol Hill un discorso definito “infausto” dagli storici (che com’è noto guardano indietro e non avanti), inquietante per il resto del mondo (santi numi, ci tocca andare a morire per la nostra sicurezza?), perfetto per il popolo, fin troppo atteso dall’americano medio.

Si potrebbe dire che non c’è niente di nuovo, basterebbe leggere Il Serpente e la Colomba di Walter Russell Mead per scoprire che siamo di fronte all’avanzata e alla ritirata dell’America nel farsi e disfarsi ciclico della storia. Tutto posa su quattro pilastri della politica estera (e interna) degli Stati Uniti: Hamilton, Wilson, Jefferson e Jackson. Che cosa è (e sarà) Trump? Un negoziatore come lui è naturalmente iscritto al club jacksoniano:

Sospettosi nei riguardi di un potere federale illimitato, scettici sulle proposte buoniste in politica interna ed estera (welfare in patria e aiuti all’estero), contrari alle tasse federali ma ostinatamente favorevoli ai programmi federali che costituiscono un aiuto alla classe media (previdenza sociale, assistenza medica, sussidi per gli interessi ipotecari), i jacksoniani sono oggetto di un ampio interesse politico” (…) considerano il Secondo emendamento e il diritto di portare armi come le vere fortezze della libertà” (…) il loro pensiero è poco noto anche perché affonda le radici in quella porzione di popolazione meno rappresentata nei media e nell’ambiente accademico. L’America jacksoniana è una comunità popolare dotata di un forte senso dei valori e di un destino comuni, che periodicamente è stata guidata da uomini intellettualmente brillanti come lo stesso Jackson. Non rappresenta un’ideologia, né tanto meno un movimento di autocoscienza dotato di una direzione storica o di un tavolo organizzativo politico” (Il Serpente e la Colomba, Russell Mead, Garzanti).

Questo sarebbe già sufficiente a inquadrare l’uomo nuovo della Casa Bianca, ma nel caso di The Donald c’è qualcosa che rischia di far decollare la sua parabola oltre queste pur illuminanti definizioni: la singolarità e accelerazione della contemporaneità. La singolarità è l’evoluzione scientifica, del sapere e in particolare della tecnologia che, paradossalmente, alla potenza di calcolo e al raggiungimento di un’intelligenza artificiale sempre più raffinata – fino ad arrivare un giorno alla superhuman intelligence – rende i modelli di previsione del futuro sempre meno affidabili nella “misurazione” dell’impatto dell’innovazione e “mappatura” della direzione del cambiamento innescato. Cresce la probabilità e l’intensità delle conseguenze inattese. L’accelerazione è una dimensione della contemporaneità che avvolge l’esistenza del singolo nella quotidianità, è l’uomo proiettato (e avviluppato) nelle reti, la prevalenza della macchina nell’azione (e reazione) che spinge a decisioni spesso indipendenti dalla propria volontà, verso esiti inattesi e comportamenti che sono vere e proprie deviazioni emozionali. La letteratura sui due temi è ampia, qui ricordo il saggio di Vernor Vinge sulla Singolarità e il libro di Hartmut Rosa intitolato Social Acceleration.

Trump è il presidente del mondo connesso (e disconnesso), un dominio su cinque dimensioni: terra, mare, aria, spazio e reti di trasmissione. Lo shock in ciascuno di questi territori non è mai indipendente. Il passato aveva un tempo di reazione lento e isolato, il presente è tachicardico, un treno ad alta velocità che sfiora altri convogli. E’in questa stazione di ferro e acciaio, cavi e big data, satelliti e strette di mano, scannerizzazioni e occhiate d’intesa, tra frenetici arrivi e partenze, arrivederci e addii, che improvvisamente compare la strana locomotiva a vapore di Trump.

Il Novecento ritorna e finisce con lui. Ritornano parole antiche dell’altro secolo (“lavoro”, “fabbrica”, “operaio”, “salario”), scompaiono le illusioni dell’automazione e le magnifiche sorti dell’utopia psichedelica californiana il cui esito è un totalitarismo digitale, tramonta la crescita del fatturato senza salario e dignità ma con il piano di stock option preparato dal venture capital, viene svelata la realtà del mito dello startupper obamiano, il garage come laboratorio del talento è spento dal telecomando della trimestrale al Nasdaq e dal pendolarismo dell’individuo in co-working con il materasso portatile.

Sul treno del presidente atipico viaggiano i Trumpennials, vagoni carichi di una moltitudine informe, senza volto, senza nome, il consumatore del marketing, l’esubero delle ristrutturazioni aziendali, il delocalizzato dalla globalizzazione, una figura tremolante che assume le sembianze di un’antica figura della politica americana: l’uomo dimenticato.


Obama promise il “change”, Trump ha cominciato a farlo fin dal discorso inaugurale. Il primo non è altro che l’anticipazione del secondo, la prosecuzione di una storia di dissoluzione della tradizione politica americana. La crisi finanziaria del 2007-2008 non è stata un fatto di banca e macroeconomia, conto corrente e impresa fallita, è la fine di un’era che si è consumata in uno stop and go durato un decennio. Trump ne è l’epilogo e il nuovo inizio. I sondaggi erano con Clinton, la storia era con Trump. E’ un’avventura cominciata nella crisi della fabbrica americana, nell’ascesa esponenziale dell’export della Cina verso gli Stati Uniti:

Fuga delle aziende e trasferimento della produzione (e della cassa) dove l’individuo spesso è privato della sua dignità, crescita della produzione senza creazione di posti sufficienti, ingresso in una dimensione finanziaria in cui viene smarrita improvvisamente la cosa più importante: l’uomo.

E l’uomo ha votato. E continuerà a farlo nei prossimi mesi anche in Europa, un continente che dopo l’arrivo di Trump alla Casa Bianca è ancor più sperduto nello spazio della contemporaneità, vecchio, immobile, imbelle. Il 20 gennaio durante la diretta dell’Inauguration Day, trasmessa da La7 nello speciale tv condotto da Enrico Mentana, mentre Trump scagliava il suo colpo di fionda da Capitol Hill al resto del mondo, sono rimasti segnati sul taccuino alcuni passaggi chiave. Eccoli, una nuvola di parole sparse sui fogli : “ricostruire il paese”, “fiducia”, “America e mondo”, “solidarietà”, “get the job done”, “non è un trasferimento di potere”, “da Washington passa a voi”, “establishment”, “Washington è finita”, “posti di lavoro”, “establishment si è autotutelato”, “i loro trionfi non erano i vostri”, “a cominciare da ora tutto cambierà”, “è il vostro paese”, “nessuno sarà più dimenticato”, “fabbriche arrugginite”, “questo massacro americano finisce qui e ora”, “abbiamo aiutato gli altri”, “non abbiamo difeso i nostri confini”, “da questo giorno una nuova visione”, “America First”, “cominceremo di nuovo a vincere”, “buy american, hire american”, “non dobbiamo temere nulla”, “siamo protetti da Dio”, “il tempo della retorica è finito”, “è giunto il momento dell’azione”, “Make America Great Again”. Serve altro?

E’ il racconto di un’altra via d’uscita (o entrata), quella che non era stata prevista dall’ingegnerizzazione della politica, la deviazione improvvisa dell’algoritmo, un universo parallelo, una porta che sbatte, spalancata da quello che non ti aspetti, dalla strana sagoma che svela un pianeta popolato da umani fino a quel momento esclusi dal racconto ufficiale del progresso. Sorpresa, la carne da cannone della contemporaneità comincia a… pensare. Da quel momento parte una storia alternativa. L’ucronia diventa realtà. Il nessun tempo diventa presente e il nessun luogo dell’utopia diventa il palcoscenico della superpotenza, gli Stati Uniti. Trump!

Il discorso di Trump segna la distanza siderale tra due mondi. Dov’è l’altro? E’ riunito a Davos, nelle soffici nevi della Svizzera. Mentre Trump diventa presidente, l’élite riunita al World Economic Forum discute amabilmente del futuro con il pilota di Formula 1 Nico Rosberg, è il segno che hanno davvero le ruote sgonfie. In programma ci sono elettrizzanti discussioni sul futuro dell’Europa (qualcosa che non avevamo mai sentito); non mancano le sortite sulla globalizzazione e il multiculturalismo; il mondo è tutto un gioco senza frontiere e la fine dei muri viene decretata in pompa magna, proprio nell’istante in cui dal palcoscenico stellare di Davos il cancelliere dello scacchiere Philip Hammond accusa Tony Blair di averle aperte troppo, le frontiere, creando le premesse per la Brexit. I due momenti migliori della giornata arrivano da una donna che fu primo ministro e un anziano signore della diplomazia: Helle Thorning-Schmidt, ex capo del governo danese, oggi numero uno di Save The Children, svela il suo personale momento di smarrimento quando ha visto il presidente cinese Xi Jinping esaltare la globalizzazione: “Ho capito di essere stata testimone di una settimana in cui il mondo si è capovolto”; Henry Kissinger sembra l’unico che – all’età di 93 anni – ha qualche idea sul futuro delle relazioni internazionali, spiega che dopo “il ritiro di Obama” Trump ha la possibilità di costruire un nuovo ordine mondiale. Chiusura con il concerto delle donne afghane dell’orchestra Zohra, Kabul. Scroscio di applausi dell’Homo Davos colto da un eccezionale momento di commozione. Cerebrale.

Non imparano mai. Avrebbero dovuto essere tutti là, sulla spianata, tra il Congresso e il Washington Monument, per ascoltare con attenzione cosa stava dicendo Trump, respirare il clima, farsi almeno una vaga idea di cosa si agita nello spirito contemporaneo, quella cosa che la lingua tedesca identifica con una parola magica, Zeitgeist, lo spirito dei tempi, che non a caso si trova nel Faust di Goethe:

WAGNER
Perdonate! È un grandissimo diletto
entrare nello spirito dei tempi,
ripensare a quei savi che ci hanno preceduto,
poi agli alti progressi che noi abbiam compiuto.

FAUST
Sì, alti come stelle!
Per noi, amico, i tempi del passato
sono un volume con sette sigilli.
Quel che chiamate spirito dei tempi
è in sostanza lo spirito degli uomini
nei quali i tempi si rispecchiano.
E questo è spesso così meschino!
Al primo sguardo si scappa via:
solo immondizia e vecchia roba inutile,
o tutt’al più tragedie di duci e paladini
infarcite di massime di vita
che stanno bene in bocca ai burattini!

Trump è questo, la materializzazione dello spirito dei tempi, il punto dal quale partire per provare a leggere il presente. Non è un incidente, una carambola sul biliardo, un fuori pista a Davos, oh che sbadati. Trump è il tiro di precisione del cecchino chiamato storia. Il suo discorso di Capitol Hill è un manifesto populista perché queste sono le parole che corrono nelle case abitate dal popolo, così diverse da quelle raffinate dei noveaux philosophes con la pancia sempre piena, quelli che criticano i consumi con veemenza, rigorosamente dopo aver consumato. Non vi piace? E’ uno spettacolo da oh mamma mia sono arrivati i barbari? La storia non è elegante, il suo registro stilistico è quello del verismo verghiano, in ogni sua parola traspira la realtà, non si cura del piacer mio, nostro o vostro. Certo, poi c’è la fiction.
Eccola, nel suo splendore. L’internazionalismo confuso di Obama ha condotto ai peggiori scenari in Medio Oriente e nel Mediterraneo, spianando la strada a Putin, questo fallimento è stato catalogato dal mainstream non come una precipitosa (e disastrosa) ritirata americana, ma come una raffinata strategia per diffondere la democrazia attraverso “il dialogo”. Con i tagliatori di teste. Il discorso del Cairo. La red line sulla Siria. La fuga dall’Iraq. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: la Russia è la forza in espansione nel Medio Oriente (è presente perfino in Libia e appoggia il generale Haftar, contro il governo onusiano di Serraj), l’Iran ne è il dominus, il Nord Africa è diventato la Hollywood del terrorismo. Dopo l’avventura post-americana di Obama – ecco le idee esposte da Kissinger a Davos – Trump con la sua visione nazionalista è un punto da cui partire per ricostruire la politica estera americana e dare all’Europa – ammesso che sopravviva ai prossimi turni elettorali in Olanda, Francia e Germania – una prospettiva di confederazione e non di vuoto politico con la moneta intorno.

Lo shock in Europa è racchiuso in un visibile silenzio, nel palpabile tremolìo delle labbra dei leader che si ritrovano senza salvagente mentre il mare è in tempesta. Angela Merkel, unico statista tra le figure pallide del Vecchio Continente, usa toni concilianti, ma il segno dell’impatto lasciato da Trump è stampato a fuoco dall’edizione globale di Handelsblatt, il più importante giornale economico della Germania. Il direttore Gabor Steingart nella sua newsletter del mattino scrive: “Quello di Trump non è un discorso, è una dichiarazione di guerra”. E’ la reazione isterica delle presunte classi colte (rileggere un saggio meraviglioso di William Hazlitt intitolato “L’ignoranza delle persone colte”), il colpo di frusta del domatore senza i leoni intorno. Se è guerra, cari amici di Berlino, allora il film all’indietro va rivisto tutto, fotogramma dopo fotogramma, pixel dopo pixel, dovreste averne sufficiente memoria. E in quel film voi eravate dalla parte sbagliata. Gli Stati Uniti e l’isola d’Inghilterra erano dalla parte giusta. Giocare con le parole ha delle conseguenze, soprattutto quando sulla lingua batte l’accento e la storia della Germania. Non sono eventi così lontani come pensate. E allora, se è guerra, come scrivete, la pellicola si riavvolge fino al punto in cui ecco riarmarsi l’alleanza di sempre, quella degli Stati Uniti d’America e del Regno Unito. Theresa May venerdì sarà a Washington (e presto in Cina). La Brexit avrà la sua exit dove tutto è cominciato con i primi coloni, in Virginia. La Casa Bianca e Downing Street hanno riaperto il libro della relazione speciale che Obama aveva chiuso pensando al Pacifico. Torna l’Anglosfera. Che frase temeraria, sventata, evocare il conflitto, proprio voi, con l’America. Non è più un gioco tipografico, non c’è niente su cui sorridere, perché le parole ne richiamano altre, si fanno storia. La Germania resuscitata dagli orrori della seconda guerra mondiale (danke, Herr Roosevelt, danke, Herr Truman), strappata alla dittatura dell’Unione Sovietica e riunificata (danke, Herr Reagan), dovrebbe usare con prudenza quella parola breve, secca, fulminante, krieg, guerra. Le parole conducono a esiti imprevedibili e aprono domande su chi le pronuncia, sul passato e anche su un presente dove chi punta l’indice non vede arrivare alle spalle la diligenza carica del rancore del suo nazionalismo, sono le Valchirie al galoppo. La libertà non è un pasto gratis, la vostra è stata pagata a caro prezzo. Sono andati a morire per tutti, gli americani. Per noi e per voi. Bianchi, neri, indiani, fatti a pezzi dalle mitragliatrici tedesche sulla spiaggia durante lo sbarco in Normandia, saltati sulle mine in Francia, uccisi dai cecchini in Germania. La guerra, come si può scrivere quella parola e non sentirne sulle spalle il peso ciclopico, udire ancora il rullio di tamburi, sentire le grida strazianti dei figli d’America che perdevano le gambe, le braccia, la vita. Un fiume di sangue. La guerra. Settantotto anni fa, per la storia un battito di ciglia, ieri. Tra il settembre del 1939 e l’agosto del 1945 morirono in media 27 mila persone al giorno. La guerra. Gli americani perdevano cinque soldati ogni mille sul campo, 17 mila persero gli arti, centomila in patria furono mutilati nelle fabbriche mentre lavoravano alla preparazione delle macchine da guerra per fermare la guerra (All Hell Let Loose, Max Hastings). Secondo il Congressional Research Service furono oltre 291 mila gli americani che caduti in battaglia durante la Seconda guerra mondiale. Trump non è una pagina del presente che concede a voi di usare con leggerezza quella parola, guerra, con l’America. Abbiate memoria, decenza, onestà.

E’ tutto molto chiaro: Washington ha pigiato il tasto reset, Space Invaders è disattivato, America First. E’ una politica, non un’invasione dello spazio vitale di un altro paese. Questa politica attende una risposta, non l’isteria di massa e il pregiudizio delle classi intelligenti a prescindere.

Il clima intorno a Trump non poteva essere altro che questo, alimentato da un pregiudizio morale senza confini, condotto all’eccesso in una spasmodica campagna per far deragliare il voto ieri e la presidenza oggi. Trump non poteva offrire ai suoi avversari nessun ramoscello d’ulivo. Non sarebbe servito a niente. Se il tuo avversario non accetta il gioco democratico, ti dipinge come un usurpatore, ogni tentativo di riconciliazione è destinato solo ad alimentarne il rancore, lo sguardo torvo non si abbassa, continua a prevalere la dimensione in cui c’è spazio per un solo disegno: il rovesciamento del risultato elettorale con altri mezzi. Hanno cercato poco prima l’Inauguration Day di disarcionare Trump, l’establishment repubblicano e democratico si è ritrovato unito da una pulsione distruttiva, tra le primarie e la campagna presidenziale è stato confezionato un falso dossier su di lui. E lo hanno perfino pubblicato, con l’avvertenza che si trattava di un documento pieno di errori, non verificato e non verificabile, scrivendo così una pagina nera del giornalismo americano. Bob Woodward, inviato del Washington Post, autore dello scoop sullo scandalo Watergate, l’ha definito “spazzatura” e ha invitato i capi dell’intelligence americana a “scusarsi” con Trump. E’ una delle rare voci che ha difeso Trump in questa inquietante vicenda tentacolare, da governo-ombra. Le scuse pubbliche non sono arrivate, perché ieri c’era il tentativo di far deragliare la corsa di Trump durante le primarie e nella campagna presidenziale, oggi c’è il rally sfrenato della delegittimazione del presidente in carica, l’attacco all’Electoral College dei Padri Fondatori, uno sfregio sulla grandiosa opera di Alexander Hamilton e James Madison, l’idea tossica che l’elezione presidenziale sia stata truccata dagli hacker di Vladimir Putin. Dalla Russia con amore, la commedia è finita. Hanno perso.

Le manifestazioni in piazza sono solo il (pen)ultimo disperato tentativo di sovvertire l’esito del voto, trasformare l’elezione in un happening permanente scandito dagli slogan di Madonna e Michael Moore. I media sono in campo, non al di là della trincea, siamo ben oltre il bias. Le cose con la stampa (per ora) sono destinate a peggiorare perché il mainstream ha perso in un colpo solo la rassicurante presenza dei Clintons e degli Obamas – tutti iscritti allo stesso club – e quando un’amministrazione si sente accerchiata, risponde alzando il ponte levatoio, allagando il fossato e liberando i coccodrilli. E perdendo anche quella concentrazione che Trump dovrebbe mantenere proprio nel momento chiave della sua avventura alla Casa Bianca: i primi cento giorni di presidenza. E’ una battaglia pericolosa per la democrazia americana, perché mina le fondamenta dello Stato. Lo sanno, ma contro Trump vale tutto, anche una strisciante guerra civile.

Ecco perché Trump resta un outsider, non può essere altro. La sua presidenza nasce con questo segno e continuerà ad esserlo fino alla fine, prematura o no. La sfida vera non sarà mai quella di riportare sulla terra i resti del Partito democratico, ma quella di far convivere un Presidente sopra le righe come Trump con gli eletti (in tutti i sensi) del Partito Repubblicano. The Donald non è né repubblicano né democratico, è un unicum della storia politica americana. I repubblicani sono stati salvati da Trump, non sono agli ordini di Trump, ma sanno che senza Trump sono granelli di polvere trasportati dal vento. Questa è la coalizione da inventare. Vedremo presto cosa accadrà al Congresso e quanto Trump saprà restare distante dal lancio di granate mediatiche a cui sarà sottoposto ogni giorno. Per ora siamo all’inizio di un racconto che ha già cambiato il volto del Paese. Non c’è mai stata un’America unita, non c’è mai stata un’America così divisa in tempo di pace.

Il ruolo di Obama in questa storia è stato quello di una sfinge parlante. Il suo second term è stato immobile, negli ultimi giorni di presidenza ha cercato come una furia di piazzare una serie di norme per rendere più difficile la partenza dell’amministrazione Trump. Un’uscita di scena segnata dalla rabbia e dal rancore. La sua eredità è stata dilapidata in un indecisionismo pronto a niente.

Quella di Obama fu la scelta del popolo travolto e smarrito nella crisi di Wall Street del 2007, le sue promesse poggiavano sulla parola “Hope” e “Change”, speranza e cambiamento, ma la sua cifra reale era quella – ecco il punto di contatto con Trump – di un elemento estraneo al Partito democratico dominato dal clan dei Clinton. E infatti, dopo due mandati, sono stati i Clinton a guidare la corsa alla Casa Bianca, quell’establishment su cui i titoli di coda avrebbero dovuto scorrere otto anni prima. E’ stato l’errore di Obama, non regolare i conti con il suo partito, archiviare Bill e Hillary. L’istrionico Bill Maher, presentatore televisivo di grande talento (e fede democratica), interrogato sui Clinton ha emesso un verdetto che in filigrana è carico di disprezzo e rabbia: “Li ringrazio per i loro trent’anni al servizio del paese, ora non voglio vederli mai più”. La sconfitta democratica del 2016 nasce così: Barack fa il beau geste (non c’era niente di tenero, calcolava solo di limitare i danni, che invece sono puntualmente arrivati), Hillary va al dipartimento di Stato e compra il biglietto per correre al tramonto dell’era Obama. Ma quel biglietto era già scaduto, lo spettacolo stava traslocando da un’altra parte, sotto la cenere della società americana c’erano i carboni ardenti dei Trumpennials.

Lo stesso copione “continuista” fu scritto nel partito repubblicano: la nascita del movimento dei Tea Party non era l’episodio di una sit-com con Joe The Plumber che fa comizi, era il distacco di un gigantesco iceberg dalla base elettorale del vecchio Gop, la cui reazione fu quella di candidare prima John McCain e poi Mitt Romney, due onesti perdenti. Otto anni dopo, nel limbo fantasy del second-term obamiano, in perenne modalità “programma in manutenzione”, sono arrivati Bernie Sanders e Donald Trump. La campagna del primo è stata minata dallo stesso Partito democratico controllato dai Clinton, quella del secondo ha travolto tutti, perché gli avversari di Trump erano asincroni rispetto alla storia, non avevano capito niente di quello che stava accadendo là fuori. Nessuno era in anticipo, tutti erano in ritardo e con le pile scariche. Trump ha liquidato le resistenze del suo partito e due grandi famiglie della politica americana: i Clinton e i Bush. Chi si ricorda più di Jeb, il buono dei Bush, quello che piaceva alla stampa americana perché destinato ad essere un educato perdente di successo? Nessuno.

Obama e Trump hanno demolito le fondamenta del Partito democratico e del Partito repubblicano. Barack e Donald, la risposta a uno smarrimento che dura da un decennio. Il primo presidente nero della storia per i Democratici, il primo presidente senza partito per il Gop. Un presidente alieno all’establishment ma in totale sintonia con i suoi elettori. La forza di Trump è quella “sintonia”, la debolezza di Trump è in quel “senza”, un vuoto da riempire alla svelta nella pratica di governo e nella delega ai suoi ministri e consiglieri alla Casa Bianca. E’ una partita delicatissima, per ora Trump la sta vincendo (John McCain e Lindsay Graham hanno dato il via libera alla nomina di Rex Tillerson al Dipartimento di Stato e questo è un segnale chiaro di tregua) ma le botole sulla strada del nuovo Presidente si apriranno e chiuderanno più volte. E siccome l’istinto suicida è diffuso, sulle leve ci saranno anche le impronte digitali di alcuni deputati e senatori del suo partito.

No way, il candidato Trump è il presidente Trump. Nel suo discorso inaugurale c’è l’inconfondibile segno della mano di Steve Bannon, l’inventore della sua campagna elettorale “nativa”, ora chief strategist alla Casa Bianca. Il richiamo del suo discorso al “Forgotten Man”, l’uomo dimenticato, è l’eco di un memorabile intervento di Franklin Delano Roosevelt, campagna elettorale del 1932, Albany, intervento alla radio:

“Questi tempi infelici richiedono la costruzione di piani che si basano sul dimenticato, sui disorganizzati ma indispensabili elementi del potere economico, piani come quelli del 1917, costruiti dal basso verso l’alto e non dall’alto verso il basso, che ripongano la propria fede ancora una volta nell’uomo dimenticato alla base della piramide economica”.

Roosevelt vinse le elezioni. L’uomo dimenticato è un “luogo” della storia politica americana. Erano gli anni della Grande Depressione, FDR si impegnò a costruire il New Deal, il discorso di Trump ne riprende la metafora, mette l’uomo dimenticato al centro della sua “azione” e non della “retorica” (ne hanno avuto a tonnellate con Obama), promette lavoro, grandi opere pubbliche, il remake di una nazione divisa che deve ritrovare il suo senso della storia. Il jacksoniano Trump. Il Tweeter in Chief non è FDR ma ha il tratto istrionico dell’inventore dei Fireside Chat, i discorsi del caminetto, gli interventi radiofonici di Roosevelt. Il termine fu coniato da Harry Butcher, giornalista della Cbs, nel 1933, entrò subito nel linguaggio politico dell’epoca ed è arrivato fino ai giorni nostri. Scrive Stephen Graubard in The Presidents:

Roosevelt era partito senza fissare principi economici e niente che si potesse chiamare una piena e articolata dottrina sociale, ma egli sapeva quello che suo cugino (Theodore Roosevelt, 26° presidente degli Stati Uniti, repubblicano) gli aveva insegnato: che i banchieri possono essere irresponsabili e che il governo federale esiste per salvaguardare il benessere di milioni di persone spesso ignorate o sfruttate dai politici.

Vi ricorda qualcosa? La storia d’America è una continua riscoperta di temi e luoghi, si chiama immaginario e si forgia nel laboratorio della storia.

Il fiume carsico della grande letteratura americana aiuta a capire cosa si agita nello spirito umano, riannodare i fili, scoprire il cortocircuito della contemporaneità guardando al passato, ecco nel buio le parole fosforescenti di John Steinbeck, siamo nel 1939, “Furore”:

Le strade pullulavano di gente assettata di lavoro, pronta a tutto per il lavoro. E le imprese e le banche stavano scavandosi la fosse con le loro stesse mani, ma non se ne rendevano conto. I campi erano fecondi, e i contadini vagavano affamati sulle strade. I granai erano pieni, e i figli dei poveri crescevano rachitici, con il corpo cosparso di pustole di pellagra. Le grosse imprese non capivano che il confine tra fame e rabbia è un confine sottile. E i soldi che servivano per le paghe servivano per fucili e gas, per spie e liste nere, per addestrare e reprimere. Sulle grandi arterie gli uomini sciamavano come formiche, in cerca di lavoro, in cerca di cibo. E rabbia cominciò a fermentare.

La rabbia. Fermentare. Dimenticare la lezione del Ventinove. E liquidare la crisi del 2007-2008 come un incidente di percorso, un incendio spento, un crash senza più tracce visibili sul sentiero, un lieve tamponamento della storia, una sverniciata sulla carrozzeria della limousine. Prosegua, chauffeur.

Passato, futuro. E’ sempre la letteratura a anticipare gli scenari, renderli vivi e eterni, un memento. La società americana è intrappolata tra le pagine di Furore il capolavoro di John Steinbeck e The Mandibles un romanzo sgorgato qualche mese fa dalla penna di Lionel Shriver. Nel primo c’è la Grande Depressione, la povertà di massa e la disperazione degli ultimi, nel secondo la distopia del fallimento dell’economia americana, la fine del potere del dollaro, il falò delle fortune familiari (e delle vanità, per riprendere il titolo di un grande libro di Tom Wolfe), l’America non più America, ma un altro luogo in un tempo figlio di un cortocircuito mai riparato. La casa America abbattuta, il castello di carta della banca, il dolore pulsante che emerge come un’ondata fin dalle prime righe di Sunset Park, il libro di Paul Auster comincia con la descrizione del lavoro di un operaio che va a ripulire le case lasciate dalle famiglie fallite durante la crisi finanziaria. “Abandoned things”, cose abbandonate, metafisi ossi di seppia sulla spiaggia, uomini, donne, bambini, vite intraviste negli oggetti rimasti in abitazioni che sanno di muffa, storia appassita, delusione e rabbia per l’appuntamento mancato con l’happy end.

Basta ripercorrere la campagna presidenziale del 2016 per scoprire che in queste pagine vi sono echi di un clima del passato e proiezioni del futuro. Quello che appare chiaro è che tutta la narrativa in progress è finita e con essa anche un lungo periodo storico che aveva accelerato la globalizzazione, culminata con l’ingresso della Cina nel WTO ed è finito per implodere in maniera spettacolare con la crisi finanziaria. Crash… Trump!

Il protezionismo e l’isolazionismo di Trump – ha cominciato subito a suonare il tema alla Casa Bianca – non nascono da una sbronza collettiva del popolo americano, ma dalla delusione del fallimento, il crollo di una speranza. Il sonnambulismo obamiano in politica estera ha completato l’opera in fieri, convinto di combattere una nuova Guerra Fredda con la Russia, incapace di leggere in profondità la crisi della manifattura americana, un leader immerso in un second term fuori tempo, ha mancato l’appuntamento con la storia proprio nell’ultimo miglio della sua presidenza, quando il problema si era spostato dal containment al container.

E’ Wall Street il termometro da osservare con attenzione. La Borsa americana dall’Election Day a oggi ha messo a segno una serie di guadagni che ha un solo precedente migliore di quello di Trump, Kennedy all’inizio degli anni Sessanta:

Come scrive John Authers sul Financial Times, l’indice S&P 500 nell’Inauguration Day ha fermato la sua corsa su un numero che per quel giorno che non si vedeva dal giuramento di Eisenhower nel 1953. Sono tutti segnali positivi, ma il mercato è solo un pezzo – fondamentale – della scacchiera di Trump. Andrà bene? Non lo sappiamo. Trump corre in una terra sconosciuta, il mercato farù up and down ogni volta che prenderà una una decisione. Al suo terzo giorno alla Casa Bianca ha già annunciato il no – e firmato un ordine esecutivo – al trattato di libero scambio con l’Asia, la visita di Theresa May a Washington prelude un nuovo patto commerciale con il Regno Unito, il Nafta sarà certamente riscritto. Fa quello che ha detto, il suo programma elettorale era quello e quello sarà con tutte le varianti possibili, ma alla fine quello, non altro. Il suo mandato è chiaro e la sua orchestra non può suonare uno spartito diverso. Si vedrà con il tempo – senza il parossismo degli anti e le certezze alla dinamite dei fan – se il concerto farà il tutto esaurito o riceverà fischi. E’ un rischio che gli americani hanno scelto di correre. Il gruppo che ha preceduto Trump non piaceva più. Avanti un altro, musica maestro!

Il ripudio dell’establishment da parte di Trump è la sua forza primaria, senza quello non sarebbe mai nato e senza i clamorosi errori dell’élite – “the American carnage” – non avrebbe mai vinto. Il mondo guarda smarrito a Washington e la cosa in sé fa sorridere per la cieca alterigia con cui è stato trattato finora il fenomeno Trump. Come se la realtà fosse tra le abitazioni del municipio di Westminster e Belgravia, down town a New York, la skyline di San Francisco, la terrazza in centro a Roma, il week end a Gstaad e un giro di champagne a Saint-Germain-des-Prés. Cheers, là fuori c’è ben altro. E ruggisce.

E’ la tigre cantata da William Blake, l’artiglio perfetto forgiato da quella che il gigante della letteratura inglese chiamava non a caso experience:

“Tigre! Tigre! Divampante fulgore / Nelle foreste della notte, / Quale fu l’immortale mano o l’occhio / Ch’ebbe la forza di formare la tua agghiacciante simmetria?”.

Sappiamo chi è la tigre. Chi sarà l’agnello?

© mariosechi

1 comments On Long read. Trump e l’Uomo Dimenticato. Da FDR a The Donald, la parabola del Forgotten Man

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