Long read 2. Trump e il ritorno del popolo jacksoniano

Questo è il secondo articolo di una serie settimanale dedicata alla nuova era americana inaugurata dalla presidenza di Donald Trump (qui trovate il primo). Long read è scritto esclusivamente per la pubblicazione e lettura online, un piano di uscite “solo web”: articoli di circa trentamila battute che hanno lo scopo di scavare in profondità le ragioni del “sottosopra” americano, seguirne le tracce luminose, scoprire quali forze lo guidano, dove c’è continuità e dove invece si coglie in pieno la rottura della tradizione politica. Tirate un bel respiro, questa è un’immersione negli abissi oscuri e fosforescenti dell’oceano: gli Stati Uniti d’America. Buona lettura. 

La politica è fatta di azioni, parole e simboli. Per cogliere il significato della presidenza Trump bisogna fare lo sforzo di uscire dalla dimensione del Tweeter in Chief, saltare a piè pari la gazzarra dei giornali e delle televisioni, orfani dei Clintons e degli Obamas, lasciare che azioni, parole e simboli vadano a comporre il quadro reale di una nuova era americana cominciata la notte dell’8 novembre del 2016 con il trionfo dell’imprevisto, Trump.
Trump ha rimesso il busto di Winston Churchil al suo posto e nello Studio Ovale ha deciso di appendere un quadro di Andrew Jackson. Scegliere il campione della libertà e il settimo presidente degli Stati Uniti è un programma politico preciso, è da queste due figure che bisogna prendere le mosse per capire di quali ingredienti sarà fatto l’impasto dell’avventura di Donald Trump alla Casa Bianca.

Pensare di sbrigare la pratica del trumpismo con il travaso di bile del New York Times, l’isteria dei democratici, il rantolo dei repubblicani da salotto, il piagnucolare delle presunte classi colte e i canti da La La Land delle marce in progress, più che inutile è ridicolo. Si può decidere di fare come Robert De Niro e minacciare in mondovisione di prendere a pugni Trump, poi arriva la realtà e ti ritrovi sotto il treno a vapore di The Donald. Ciuf ciuf. Crash.

Partiamo dal busto di Sir Winston. Pochi sanno che Churchill tra il 1956 e il 1958 pubblicò per l’editore Cassel & Co. quattro volumi intitolati A History of the English-Speaking Peoples, opera che ancora oggi costituisce una formidabile miniera per capire la storia americana e la “relazione speciale” con il Regno Unito. Churchill fu un campione della libertà, un uomo ricco che seppe dare speranza alla classe operaia, un prodotto atipico del conservatorismo inglese, tanto eccentrico da usare le porte girevoli della politica, fu indipendente, conservatore, liberale, ancora conservatore, riformista, progressista, tradizionalista, uomo di guerra e pace, uno spietato lottatore, un fiume in piena capace di travolgere e cambiare la cultura politica di un’intera nazione. Churchill sapeva che l’Impero inglese stava soccombendo di fronte all’avanzare della modernità e di un’altra forza che avrebbe preso il testimone dell’Occidente in una ideale staffetta nella storia politica anglo-sassone: l’America.

L’accostamento delle figure di Churchill e Jackson nello Studio Ovale è un paradosso del simbolismo di Trump: fu Jackson a sferrare un attacco di ferro e fuoco sula corona inglese. Churchill incontra Jackson nelle pagine della sua opera quando racconta la guerra del 1812 e la battaglia di New Orleans. Tutto si svolge in uno scenario che gioca a nascondino con il futuro. Le guerre napoleoniche in Europa (il generale di Ajaccio sta preparando la disastrosa invasione della Russia) s’intrecciano in rovinose guerre commerciali, le tensioni tra Stati Uniti e Inghilterra sono fortissime, alla Casa Bianca il presidente Madison prende schiaffi da Londra e dal Congresso, ma gli inglesi non avendo accesso al mercato americano sono fiaccati dalla crisi economica e, in un mondo disconnesso, la decisione in extremis del governo britannico di riaprire i porti arriva troppo tardi: il Congresso il 18 giugno del 1812 dichiara guerra alla Gran Bretagna. Boom. Scrive Churchill: “Le radici del problema (…) non erano nell’interpretazione del diritto marittimo, ma nei problemi della frontiera dell’Ovest. Gli stati confinanti con il mare, specialmente il New England, volevano la pace. La loro più grande preoccupazione era il commercio estero americano, già pesantemente diminuito. La guerra con la Gran Bretagna l’avrebbe fermato”. Cosa conduce alla guerra allora? La ricerca di terra, la fame di spazi degli agricoltori e dei boscaioli, le richieste di espansione a Nord da parte dei politici che rappresentano gli stati del Sud e dell’Ovest che non si affacciano sull’Atlantico, quelli che Churchill ricorda come “i falchi della guerra, senza alcuna conoscenza degli affari europei, che non si curavano dei disegni di Napoleone, ancor meno del destino della Russia. Il loro primo obiettivo era quello di conquistare il Canada e affermare la sovranità in tutto il Nord del continente”. In Canada ci sono gli inglesi. E al confine ci sono gli indiani. L’inizio del conflitto è un disastro per gli americani, in agosto le forze britanniche sono a Detroit, la frontiera della confederazione è all’altezza dell’Ohio, le battaglie navali sui Grandi Laghi non cambiano l’equilibrio, la guerra è in stallo, finché… nell’aprile del 1814 Napoleone abdica, a Londra non hanno più la sanguinosa distrazione del generale francese e prendono una decisione: avanzare fino a New Orleans, a Sud. Gli inglesi inviano le navi dall’Europa verso le coste americane e il 24 agosto i soldati di Sua Maestà guidati dal generale Robert Ross entrano a Washington. Un coltello nel burro. Il presidente Adams si rifugia in Virginia. Churchill scrive: “Il ritiro degli americani fu così frettoloso che gli ufficiali inglesi consumarono alla Casa Bianca un pranzo che era stato preparato per lui e la sua famiglia”. Mangiano. E poi appiccano il fuoco. E’ il giorno dell’incendio di Washington, una data scolpita nella memoria degli americani. Gli inglesi puntano dritti a New Orleans. Sentono la vittoria in tasca, sono vestiti d’arroganza. Ad attenderli, c’è un uomo il cui dipinto oggi è nello Studio Ovale di Trump: Andrew Jackson. Scrive Churchill: “Nella terra di frontiera del Sud Ovest è apparso un capo militare di grandi qualità impersonato da Andrew Jackson”, il quale conoscendo il territorio della Florida, ritira le sue truppe sul fronte sinistro del Mississippi, lascia che gli inglesi si sfianchino nel cammino attraverso le paludi e aspetta. Cosa? Un attacco frontale. Lo ordina puntualmente Sir Edward Pakenham, che in appena mezz’ora di battaglia riesce a perdere oltre duemila uomini, contro i settanta delle truppe guidate da Jackson. E’ una disfatta. Churchill commenta: “Fu una delle manovre meno intelligenti nella storia della guerra britannica”. Fine della partita. Gli inglesi in dicembre firmano la pace, Andrew Jackson vede la presidenza degli Stati Uniti scolpita nel suo futuro. E il New England che voleva trattare con gli inglesi diventa lo stato dei “traditori”. Tenete bene a mente quest’ultimo dettaglio in apparenza senza importanza, servirà più avanti per capire come ieri sia anche oggi.

Riepiloghiamo: Churchill è la voce narrante, gli inglesi sono la polvere da sparo, Jackson è l’eroe, Madison è l’incerto presidente uscente, Napoleone è il totalitarismo imperiale travestito da progresso, la Russia è il remoto detonatore. Non ci vuole un grande sforzo d’immaginazione per vedere queste figure retoriche del racconto proiettarsi nel presente. Churchill è l’anima del Regno Unito in cerca di nuovi spazi, gli inglesi il primo colpo della Brexit all’Europa, Trump l’uomo nuovo, Obama il presidente indeciso a tutto, la Nato lo strumento contro Mosca, Putin il game changer della geopolitica. La storia – le storie – ama ripetersi con variazioni deliziose, sublimi arpeggi e improvvisi colpi di tamburo.

Torniamo in America, sul campo di battaglia, dove ritroviamo Jackson che vince contro gli spagnoli in Florida e spalanca la porta alla cessione del territorio da parte della corona di Spagna per 5 milioni di dollari. Ora gli Stati Uniti sono la forza che domina il continente americano. L’atto diplomatico che segna la svolta politica arriva il 2 dicembre del 1923 con l’elaborazione della dottrina Monroe. Con un documento ideato dall’allora segretario di Stato John Quincy Adams, il presidente James Monroe si presenta davanti al Congresso e lancia il seguente messaggio al mondo: noi siamo sovrani sul continente americano, gli inglesi hanno il dominio dei mari e sorvegliano l’Europa, nessuno deve interferire nei nostri affari. Isolazionista? No, gli Stati Uniti, come scrive Walter Russell Mead ne Il Serpente e la Colomba, “non solo non avrebbero pugnalato l’Inghilterra alla schiena, ma fecero anche allusione al fatto che, se uno degli scorpioni fosse diventato troppo potente, essi avrebbero rappresentato l’estrema risorsa in aiuto della Gran Bretagna, per aiutarla a tenere la bottiglia ben tappata”. E’ qui che si profila la teoria della guerra preventiva e della mutua assistenza tra paesi sotto attacco. La bottiglia piena di scorpioni è quella dell’Europa, in guerra perenne e in eterna ricerca di dominio oltre mare. Le fondamenta della politica estera americana vengono edificate con una dichiarazione di sovranità che per sua natura in realtà è anti-isolazionista e interventista. Scrive Russell Mead: “Gli interventi americani nelle due guerre mondiali, al pari della guerra fredda, non furono una serie di distacchi rivoluzionari dall’arte di governare di Monroe: furono esempi di quello stesso modo di pensare che portò Monroe a proclamare la sua dottrina”. L’isolazionismo tout court di Monroe non esiste, gli Stati Uniti agiscono ancora oggi sulla base di tre principi originari: prevenzione, unilateralismo, egemonia. Di fronte a una chiara e presente minaccia, sparo per primo; gli alleati posso consultarli ma spesso sono un ostacolo; l’egemonia è un fatto naturale. Trump è Monroe? Trump è Trump, leggiamo insieme questo passaggio del suo discorso inaugurale:

Noi siamo qui riuniti oggi per emanare un decreto che sarà sentto in ogni città, in ogni capitale straniera e in ogni stanza del potere. Da oggi in avanti, una nuova visione governerà la nostra terra. Da questo giorno in avanti sarà solo America First. America First.

Ogni decisione sul commercio, le tasse, l’immigrazione, la politica estera sarà presa a beneficio dei lavoratori americani e delle famiglie americane. Noi dobbiamo proteggere i nostri confini dai saccheggi degli altri paesi che fanno i nostri prodotti, che si impadroniscono delle nostre aziende e distruggono i nostri posti di lavoro. Il protezionismo ci guiderà verso una grande prosperità e forza.

America first. Una novità? No, un “luogo” ricorrente della politica. I liberali da salotto dicono: non sarà come Reagan! Caspita, che scoperta. Certo che non lo sarà, Reagan era un prodotto formidabile degli anni Ottanta, Trump è l’incognita cingolata del Terzo Millennio americano. Anche in questo caso dare un’occhiata alle fonti storiche dà l’idea esatta di quanto il cervello dei never Trump sia diventato un nido di vespe.

Ronald Reagan nel suo discorso inaugurale del 20 gennaio 1981 cita diciannove volte le parole America e Americans e il tratto è quello di un presidente che mette al centro dei suoi interessi l’elettore e il suo paese. Ecco il passaggio sull’economia e il lavoro:

L’inattività delle industrie ha gettato i lavoratori nella disoccupazione, nella miseria umana e nell’indegnità personale. Quelli che lavorano vedono negato il giusto guadagno del loro lavoro da un sistema di tassazione che penalizza il successo e la capacità di restare pienamente produttivi.

Trump? No, è Reagan nel 1981. Ah, ma The Donald ha attaccato l’establishment! E’ un populista! Le teste lucide entrano in rotta di collisione con il muro della storia, Ronnie quel giorno a Capitol Hill pronunciò proprio sul tema, il governo federale, una frase che è passata alla storia:

Nella crisi presente, il governo non è la soluzione del nostro problema; il governo è il problema.

Quello di Reagan fu un grande discorso che oggi gli intellò da slow food avrebbero liquidato con disprezzo come “populista”. I richiami al lavoratore umile sono multipli (minatori, allevatori, insegnanti, poliziotti, camionisti, tassisti), si sente anche qui l’eco del Forgotten Man di Franklin Delano Roosevelt, l’esaltazione della patria, della nazione e della libertà sono costanti, l’America è costituita dal cuore e dalla mente del popolo e il discorso plana al momento giusto verso il “tu”, il presidente che parla all’elettore e non al partito. A un certo punto, come un Jolly Roger che sventola sull’oceano, compare la figura che ha fatto ritorno alla Casa Bianca, Winston Churchill:

Possiamo risolvere i problemi che dobbiamo affrontare? Ebbene, la risposta è un inequivocabile e netto “sì”. Per parafrasare Winston Churchill, non ho appena prestato giuramento con l’intenzione di assistere alla dissoluzione dell’economia più forte del mondo.

Churchill, l’uomo che tenne accese le speranze di un’Europa schiacciata dai carri armati di Hitler. Churchill, il campione della libertà. Churchill, la difesa dei confini dell’isola d’Inghilterra con la forza navale. Churchill, la controffensiva con la fanteria. Isolazionista Trump? Quando la storia chiamerà, lui risponderà. Il tentativo di ingabbiare Trump nello stereotipo del presidente chiuso nello Studio Ovale, senza una visione del mondo, è solida come un banco di nebbia gettato sulla strada, è il take away servito agli ingenui, ma di fronte alle sfide della contemporaneità, agli elementi persistenti della tradizione politica americana, alla singolarità del carattere di Trump, il pregiudizio è destinato a disintegrarsi contro il muro della realtà.

La prima settimana di Trump alla Casa Bianca è un assalto al luogo comune, disorienta i gazzettieri dalla frase fatta, i curatori fallimentari dei governi onusiani, getta nel panico la diplomazia pronta cassa di quelli che hanno elevato il pay to play a sistema di governo, rompe i confini artificiosi del partito repubblicano e del partito democratico, è una doccia fredda per le anime belle dell’Europa illuminata a corrente alternata che parla di valori universali, consuma la sua democrazia in terrazza e poi paga quel sincero democratico del premier turco Erdogan per fare il lavoro sporco alla frontiera siriana. Il circo Barnum ha chiuso ufficialmente qualche giorno fa, ma il tendone degli intellettuali a una dimensione è sempre aperto al pubblico. Ignorano i fatti, li piegano a loro uso e consumo, sono impermeabili alla realtà, si parlano nel loro salotto autoreferenziale, ogni idea che sovverte l’immagine che si sono fatti del mondo rimbalza sul loro cranio senza produrre alcun effetto, sono caduti nel pentolone del politicamente corretto come Obelix e dunque dotati di superpoteri tali da far vedere loro prima la sconfitta totale della Brexit e poi la ritirata di Trump. Gong! Sono suonati, ma la loro orchestrina oggi dice che The Donald è un pericolo pubblico, il nemico da abbattere e il sistema dell’Electoral College voluto dai Padri Fondatori può essere soavemente rovesciato dalla piazza. Mettetevi comodi, ordinate patatine e Big Mac, l’America non è quella della Fifth Avenue.

Quando Trump sceglie di piazzare nello Studio Ovale un ritratto di Andrew Jackson, siamo di nuovo a bordo della macchina del tempo, 1828, anno in cui emergono i due grandi partiti della storia americana, i democratici e i repubblicani. Jackson guida i democratici contro il presidente Adams, una vera e propria rivolta degli stati dell’Ovest e del Sud contro l’establishment. Il sistema tariffario dell’Unione favorisce gli stati del Nord e penalizza quelli del Sud. Scrive Churchill: “L’Ovest si coalizzò nella figura del generale della frontiera, Andrew Jackson, che rivendicò di rappresentare i veri principi di Jefferson contro la politica corrotta del denaro dell’Est. (…) Il risultato della battaglia elettorale fu che Adams praticamente non vinse nulla fuori dal New England e l’Ovest con Andrew Jackson assunse il controllo del potere”. Jackson cominciò una durissima battaglia per smantellare il regime repubblicano (e democratico), voleva abbattere le rendite di governo, odiava la Banca degli Stati Uniti e ne mise in dubbio la costituzionalità sollevando il caso in parlamento. Fu, se volete, autore di un selvaggio spoils system, coltivò la vendetta e i suoi modi erano delicati come una chiave inglese a tavola, ma il suo fu anche il trionfo del valore supremo dell’Unione quando nella disputa tra il governo federale e il South Carolina il miracolo americano trovò la sintesi perfetta – come ricorda Churchill – in un memorabile intervento di Daniel Webster al Senato: “Liberty and Union, now and for ever, one and inseparable”. Agli inizi del Novecento l’idea di quell’unità era anche quella di una forza in naturale espansione. Robert Kagan ricorda il clima nelle pagine di Dangerous Nation:

Gli americani credevano nel loro diritto e destino di estendersi in tutto il territorio. Erano l’avanguardia del progresso umano. Se possibile, avrebbero civilizzato tutti quelli che si trovavano sulla loro strada. Se necessario, sarebbero stati rimossi. Ma in ogni caso il territorio sarebbe stato preso e colonizzato.

Trump è un jacksoniano? La sua politica nativa lo è, senza dubbi. Walter Russell Mead su Foreign Affairs scrive: “Donald Trump ha percepito qualcosa che i suoi rivali politici non sono riusciti a cogliere: che la forza vera forza crescente nella politica americana non era il minimalismo Jeffersoniano. Era il populismo nazionalista jacksoniano”.  Nel suo discorso inaugurale Trump offre all’analogia un passaggio significativo:

Il tempo delle vuote chiacchiere è finito. Adesso è arrivata l’ora dell’azione.

E’ anti-intellettuale? Oh sì che lo è. All’ennesima potenza. E’ populista? Certamente. E’ la politica dell’identità che le élite non riescono a interpretare perché prigioniere dei dogmi sui quali si sono costruite le loro carriere. Questo sì, questo no, ma in base a una convenienza universale che stranamente coincideva sempre con quella loro, privata. E’ da qui che nasce la rottura del Ventunesimo Secolo e la (ri)nascita dei movimenti nazionalisti. Anche in questo caso la tradizione traccia il solco. L’aratro di Jackson è ben visibile nelle pagine di un libro che nel 1964 vinse il premio Pulitzer per la non-fiction, Anti-Intellectualism in American Life, di Richard Hofstadter. Qui troviamo un sulfureo frammento sulla campagna presidenziale del 1824 – vinta allora da Adams ma con il preludio della sconfitta quattro anni dopo per mano dell’eroe di New Orleans  – dove compare l’opposizione tra due uomini e due Americhe, due visioni del mondo, due modi intendere la vita e la politica. Un solo paese, due universi, uno slogan:

John Quincy Adams who can write
And Andrew Jackson who can fight.

Chi ha scritto il discorso di Trump ha in mente il messaggio simbolico di Jackson, il senso del “primitivismo” politico che così fu sintetizzato da un sostenitore del generale: “Jackson fa la legge, Adams la cita”. Trump a Capitol Hill ha piazzato una boa in mezzo al fiume dell’opinione pubblica americana, il sentiero della storia, ancora una volta, si biforca in quella che Hofstadter nel suo libro chiama “la scelta tra l’aristocrazia e la democrazia”:

Il trionfo di Jackson su Adams fu travolgente. Sarebbe un’esagerazione dire che fu semplicemente la vittoria di un uomo d’azione su un uomo d’intelletto, visto che il tema posto agli elettori fu una scelta tra aristocrazia e democrazia. Ma furono queste due parti a modellare l’immagine pubblica dei due candidati, l’aristocrazia fu paragonata allo sterile intelletto e la democrazia alle intuizioni innate e alla potenza dell’azione.

Sono le radici dell’individualismo americano. La cultura protestante che ha fondato i bastioni del nuovo mondo, il mito del self-made man contro le classi al potere, i clan di ieri e di oggi, la camarilla del re, i favoriti dei giorni nostri. Samuel Huntington ricorda in Who are we? – un libro che dovrebbe essere letto e riletto proprio in queste ore  – come questa idea nacque proprio negli anni jacksoniani: il primo a usare la metafora per coniare un’idea politica nuova fu Henry Clay in un dibattito al Senato nel 1832. Qui compare per la prima volta l’altro protagonista del paesaggio americano, il fabbro dell’immaginario, il preludio dell’American Dream, il talento, il duro lavoro e il merito. Clay descrive così la natura intima delle imprese manifatturiere del Kentucky:

In Kentucky, almost every manufactory known to me is in the hands of enterprising self-made men, who have acquired whatever wealth they possess by patient and diligent labor.

L’intervento di Clay è intitolato, non a caso, In Defense of the American System. Clay all’epoca era la star del Senato americano e il suo discorso è un mirabile esempio di stile, contenuto e azione politica. Ancora una volta, il passato fa rimbalzare parole che oggi sono nell’agenda della Casa Bianca. Clay dipinge un’organizzazione dell’economia basata su tre pilastri: un sistema tariffario per proteggere l’industria americana; una banca centrale per sviluppare il commercio; un piano di spesa del governo federale per costruire infrastrutture. L’idea di Clay era quella di uscire dal sistema del free-trade all’inglese che di volta in volta penalizzava i produttori americani. Ricorda qualcosa? Trump. La storia è un giocoliere che lancia in aria i birilli delle associazioni e dissociazioni.

Il self-made man e il Forgotten Man segnano lo scenario americano, sono un bengala acceso sulla tentacolare giungla della modernità. Passeggiano insieme, in un paesaggio che dalla maestosa storia americana giunge fino a noi, un cammino che dall’Indipendenza si proietta verso la rivoluzione industriale, la nascita della fabbrica, la fordizzazione del lavoro, la creazione di una potenza che va in guerra per sé e per gli altri e si ritrova continuamente tra la realtà del dolore e il mito letterario che ne cura le ferite. E’ la fortezza America con le sue guerre e i suoi figli indifesi dopo aver difeso un ideale, sono i caratteri secondari della storia che diventano elementi primari del racconto, esistenze ridotte al minimo e grandiosi affreschi di figure al massimo. L’uomo. Wash Jones, di William Faulkner:

Sutpen era tornato nel ’65, sullo stallone nero. Sembrava invecchiato di dieci anni. Aveva avuto ucciso il figlio in combattimento lo stesso inverno che gli era morta la moglie. E, citato al merito con una carta di pugno del generale Lee, trovava in rovina la piantagione dove la figlia viveva ormai da un anno con l’aiuto miserabile dell’uomo che quindici anni prima egli aveva lasciato installarsi nella cadente baracca dello stagno. Quest’uomo, Wash, era lì ad incontrarlo, immutato: pur sempre macilento e senza età, coi suoi occhi smorti dallo sguardo scrutatore e la sua aria diffidente, un po’ servile, un po’ familiare. “Bene, colonnello”, disse. “Ci hanno ucciso ma non piegato, vero?”.

Ci hanno ucciso ma non piegato. Cos’è l’America? Questo. Senza nessuna concessione alla retorica, un pozzo scavato nel ventre della terra, una miniera di biografie misere e dorate, la realtà scartavetrata del romanzo di ieri che non si ritrova più nelle leziose esercitazioni di stile e bon ton delle presunte classi colte che fluttuano nell’oggi. Il loro assalto a Trump non sorprende perché The Donald è la negazione del loro piano inclinato verso il nichilismo. Il jacksonismo rinasce in una nuova forma perché è un fiume carsico della storia americana, un ponte che conduce ad altre stagioni e ragioni dell’essere. Trump è questo passaggio verso un nuovo movimento, così eccentrico rispetto al passato, ma nello stesso tempo palpitante di forze che vengono da lontano, è la linfa della storia americana.

Trump è il pressapoco del rivolgimento storico che vuol farsi universo della precisione. Ci riuscirà? Qualche giorno fa Peggy Noonan sul Wall Street Journal ha scritto un pezzo formidabile per descrivere la prima settimana di Trump alla Casa Bianca. Noonan fu la prima ghost writer di Reagan, non è una fan del nuovo presidente, ma il suo sguardo su quello che sta accadendo è prezioso, ha una profondità e una grazia sottile anche quando mostra i suoi dubbi:

“L’amministrazione sta prendendo forma sotto i nostri occhi, con una velocità insolita. Normalmente ci vuole tempo per vedere emergere l’inclinazione ideologica di un’amministrazione. Normalmente i presidenti alleviano il lavoro, respingendo il drammatico”. Noonan cita il detto: “Non spaventare i cavalli”.

Non spaventare i cavalli. Impossibile, con Trump il ranch democratico non dorme e la fattoria repubblicana si ritrova con un tipo che non ha nessuna intenzione di cedere un millimetro del suo programma elettorale. Il presidente atipico non si cura né del cerimoniale né del calcolo politico di breve periodo, tira dritto, firma ordini esecutivi che fin dal principio danno una netta idea di quello che sarà la sua amministrazione. Confusione? Può darsi. Ma come scrive Noonan: Boom, pipeline! Boom, trade! Boom, abortion! E naturalmente Boom, immigration! Bene? Male? Non lo sappiamo. Il bene e il male sono per i fan e gli anti- a prescindere, per quelli del double standard incolonnato, twittato, postato e mai quasi mai meditato perché quello che conta è scagliare un sasso in faccia al nemico, sfigurarlo, procedere alla sua mostrificazione, costi quel che costi. E’ il nutrimento del pregiudizio che di solito conduce verso la botola dell’errore e il finale dell’orrore. Il diavolo si annida nei dettagli e Noonan sul WSJ offre un interessante quadretto, l’incontro di Trump con i Ceo delle principali industrie e quello con i leader dei sindacati, quelli che sarebbero la base elettorale dei democratici. Gli amministratori delegati di tutte le grandi aziende americane improvvisamente parlano di “lavoro per gli americani” e Noonan fa questa considerazione autobiografica: “Vivo a New York e lavoro al Journal, vedo e parlo con gli amministratori delegati americani. Non li ho mai sentiti parlare di far crescere i posti di lavoro americani e la produzione, mai. Di solito parlano di target del microcredito in India, e robot”. Ok, i Ceo fanno affari e Trump può essere una gallina dalle uova d’oro. E i sindacati? Per Noonan è stato “il momento più importante della settimana” di Trump. Perché? “L’inaugurazione è stata venerdì e ci ha ricevuto lunedì per una conversazione sulla sostanza”. Quale? Il lavoro. Il solo progetto Keystone XL per i sindacati vale 40 mila posti di lavoro. Il programma di investimento sulle infrastrutture sempre secondo i sindacati può diventare “il più grande programma per la creazione di lavoro del paese”. Parla quella che era la base del partito democratico. Il sottosopra di Trump è un rompicapo per i democratici, il suo gioco è fuori dagli schemi, dagli steccati tradizionali, e per questo è un presidente pericoloso, sta ridefinendo i contenuti della politica, in maniera spesso rutilante, confusa, ma con una intensità e direzione di marcia mai viste prima in pochi giorni di presidenza. La Borsa ha segnato nuovi record, oggi scenderà e domani salirà ancora, ogni volta che Trump convincerà o deluderà i Wallstreeters ci saranno oscillazioni e cadute, riprese e salite, salti indietro e balzi in avanti. Gordon Gekko insegna: il denaro non dorme mai. E solitamente è più sveglio della propaganda.

Amici e nemici di Trump guardano le fiamme di Twitter ma, come è successo durante la campagna presidenziale, non vedono l’asteroide di The Donald che viaggia a mille verso la constituency dei democratici (e dei repubblicani). Ma c’è l’ordine esecutivo sull’immigrazione! I generali del pensiero ordinano la ribellione da tastiera e la marcia del New England e di Frisco, l’intendenza social segue le istruzioni e Que viva la revolution! Mr. President, com’è che salta fuori questa lista di sette paesi e non altri? #MuslimBan sbarca su Twitter e Facebook, è il bang bang bum bum della massa isterica, tutti followers. La lista? What? Ah, sì, perbacco, che sbadati, quei paesi sono una selezione fatta dall’amministrazione Obama nel 2015. Dettagli.

L’intellettuale engagé non si perde nei dettagli, combatte come una furia, anche contro se stesso? Non ha bisogno del dibattito sulle fake news per sentirsi sdoganato, era saldamente incorporato al mainstream di cui è chierico utile e obbediente. Quello che conta è l’afflato, non il fatto. In gola gli si strozza un urlo misto fra gioia e dolore: Si è ribellato il New England! Ma chi? Sempre quelli di qualche secolo fa? Quelli che volevano la pace con l’Inghilterra perché dovevano trafficare con le loro navi? Interessante rentrée della storia. E dove sarebbe la rivolta, di grazia? Boston! Affiora dai ricordi uno straordinario romanzo di un’America crepuscolare, The Bostonians, di Henry James, dove l’educazione sentimentale, sessuale, erotica di un gruppo di personaggi si traduce nell’eterna battaglia degli antichi e dei moderni. Tutto estremamente colto e elegante, un’America, due personalità. E siamo sempre al punto zero, le vestali della ragione, del politicamente corretto, della civiltà, del pensiero superiore e non confutabile, corrono in piazza sventolando la bandiera del giusto a prescindere. A Boston, perdinci, proprio il cuore dell’America.

E’ un segno inequivocabile del problema dei democratici: siamo alla seconda visione di un film che l’8 novembre ha già fatto scorrere sullo schermo un The End tragico(mico). In un sublime gioco di rimandi, la storia torna da dove eravamo partiti, il New England. Occhio alle mappe, una delizia.
Jackson contro Adams, 1828:

Trump contro Clinton, 2016:

Eccolo, il feticcio che ora non piace più ai sapienti in marcia, l’Electoral College. Serve a evitare che il paese elegga il Presidente della California o del New England e gli Stati Uniti collassino in un’altra guerra di secessione. Così, in un rodeo di date del calendario, sul palcoscenico è tornato Jackson. E ha vinto Trump. Com’è che si diceva? La storia si ripete sempre: la prima volta è tragedia, la seconda è farsa. L’importante è raccontarla bene.

Nel 1987 Allan Bloom scrisse un libro utile per non restare fulminati dal cortocircuito della cultura a senso unico, The Closing of the American Mind. L’opera è un formidabile atto di svestizione del conformismo degli intellettuali – o presunti tali – e fin dal principio mette in chiaro in che cosa consista il golpe del pregiudizio sul palazzo edificato dai Padri Fondatori, la dittatura della minoranza: “Gran parte della macchina intellettuale del pensiero politico americano e delle scienze sociali fu costruita con il proposito di lanciare un assalto alla maggioranza”. Quale maggioranza? Quella che plasma la cultura di un paese fin dalle sue origini, lo tiene unito e non mette San Francisco al posto di Washington, le sofisticate cantine dei miliardari della Napa Valley al posto delle fabbriche della Rust Belt e del cuore dell’America.

La strana idea della democrazia delle classi colte sa di tappo. Gli Stati sono Uniti perché c’è un delicato congegno che li tiene insieme, un orologio il cui meccanismo è regolato dalla sua Costituzione, l’orologiaio è il popolo americano che ogni quattro anni vota e sceglie la sua guida senza finire nella trappola dell’algoritmo del relativismo della Silicon Valley. L’America non è un’auto ibrida da centomila dollari, ecologica fino a quando non fa scendere il suo passeggero di fronte alla scaletta del suo Gulfstream pronto al decollo. L’America è quella del self-made man e del Forgotten Man, dell’uomo che crea lavoro per l’uomo dimenticato senza lavoro, sono due opposti che si toccano e scintillano quando l’egoismo viene temperato e l’American System descritto dal senatore Clay non lascia nessuno indietro. Pensare di mettere insieme quell’America facendo la somma aritmetica delle minoranze non crea una maggioranza, può condurre qualche volta alla Casa Bianca, trovare la complicità di un establishment del partito repubblicano deceduto nel 2008 sotto i colpi dei Tea Party, ma otto anni dopo succede che esci dalla villetta al numero 1600 della Pennsylvania Avenue salutato come una star ma lasciandoti alle spalle un paese diviso come mai si vide in tempo di pace. L’eredità tragica di Obama è questo ammasso di rovine fumanti che attraversa il cuore del paese, la strisciante guerra civile innescata dalla caduta di un progetto senza consenso reale nel paese, un fallimento nella costruzione di una sola America. Il sogno è finito perché non c’è mai stato.

© mariosechi

9 comments On Long read 2. Trump e il ritorno del popolo jacksoniano

  • Ottimo non pensavo esistesse un giornalista in Italia che conoscesse e capisse l’America così bene e amasse come me la grande Peggy grazie ogni tanto leggere qualcosa non banale fa piacere

  • Un ottimo articolo, che aiuta a capire dinamiche un po’ più complesse…. e usa finalmente la storia e non le ideologie.
    Bravo

  • Sono anni che seguo Sechi, da prima che lasciasse il tempo di Roma; nella speranza di capire cosa accade nel Paese e nel mondo. Giornalista, sì; ma anche persona (e scrittore) non comune. Intelligenza discorsiva, a piene mani. Grazie, Mr. Sechi.

  • Complimenti davvero, da antologia. Una boccata di ossigeno in questo mare di schiamazzi e ipocrisie.
    Non vedo l’ora di leggere le prossime puntate.

  • Grazie Mario Sechi, nella desolante panoramica della “nostra stampa grande e picola) lei saq illustrare e spiegare in maniera colta intelligente e soprtatutto per me, semplice, chi è Trump, Peccato che i tromboni che danno voti e par eri sul Presidente Trump non la leggano (forse si ma si rowicano di rabbia e di invidia)

  • Sono stato fortemente sollecitato per una visione non contaminata dalle sparate dei nostri intellettuali a senso unico della realtà politica di quello che tempo fa si chiamava mondo occidentale guidato dagli USA,di cui l’Europa era parte integrante.Il richiamo alla storia ci può aiutare a comprendere la visione del mondo e del lavoro e della società per meglio attrezzarsi contro il nuovo imperialismo capitalistico prodotto dalla globalizzazione e dai nuovi padroni senza patria e valori se non il profitto.

  • Che dire, Direttore, un’analisi molto documentata e con riferimenti storico-culturali di grande spessore. “La strana idea della democrazia delle classi colte sa di tappo”. Scrittura creativa la sua, comprensibile a chiunque e di grande efficacia: questo sì che è scrivere! Ho letto con attenzione e molto piacere (anche la prima puntata), e condivido totalmente il suo pensiero. Complimenti.

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