Long read. Trump, l’inizio di un’altra storia americana

Questo articolo è stato pubblicato sull’ultimo numero del 2016 di Aspenia, la rivista dell’Aspen. Ho scelto di inserirlo nella serie di Long read nonostante non abbia le caratteristiche dei precedenti (lunghezza di circa trentamila battute, pubblicazione “solo web”, intreccio con la storia americana) perché in qualche maniera ne è il preludio. Il numero monografico di Aspenia è dedicato quasi interamente alla nuova presidenza e ne consiglio l’acquisto (lo trovate in edicola) a tutti i lettori che vogliono approfondire le ragioni della vittoria di Trump (e sconfitta di Hillary Clinton) e capire quale sarà la sua parabola. Tra le firme, segnalo Giulio Tremonti che offre una proiezione di longue durée sul fenomeno Trump, “un nuovo voto: non solo americano”; Allen Sinai sulla Trumponomics; Mark Leonard sulla “solitudine europea”; Marina Valensise che con acume sottolinea come abbia “perso Hillary ma non le donne” e  una preziosa conversazione di Marta Dassù con Emma Bonino. E’ un racconto a più voci, plurale e senza steccati ideologici. Il mio articolo è stato scritto per Aspenia dieci giorni dopo la vittoria di Trump e individua alcuni tratti della presidenza che ora cominciano a essere più visibili. Lo scopo è quello della serie Long read: scavare in profondità le ragioni del “sottosopra” americano, seguirne le tracce luminose, scoprire quali forze lo guidano, dove c’è continuità e dove invece si coglie in pieno la rottura della tradizione politica. Tirate un bel respiro, questa è un’immersione negli abissi oscuri e fosforescenti dell’oceano: gli Stati Uniti d’America. Buona lettura.

“Perché una classe è bassa, non bisogna credere che tutti quelli
che ne fanno parte abbiano il cuore basso;
sarebbe questo un grande errore.”
Alexis de Tocqueville, La democrazia in America. 

Che cosa è successo all’America? Una cosa semplice, e inaspettata solo per quelli che non leggono la realtà: The Donald ha vinto. Chi ha perso? Sarebbe facile dire Hillary, Obama, i democratici e i papaveri del partito repubblicano. In realtà winners and losers stanno emergendo solo ora che la polvere della campagna elettorale si sta posando sul terreno. Sulla via del West, Trump ha impallinato tutte le certezze degli ultimi trent’anni. Dalle distese di grano e mais e soia e del Midwest, dai caseifici del Wisconsin, dalle fabbriche dimenticate della Rust Belt sono arrivati camion di voti per il candidato più atipico, strano, improbabile e vincente della storia americana, da “Never Trump” a “Forever Trump”. Improvvisamente, nella notte profonda dell’Europa, nel risveglio dell’Asia, nel buio degli Stati DisUniti d’America si è materializzato il lampo del nuovo secolo americano: The Donald ha fissato gli stati del cuore rosso del paese, ha strappato con le fauci d’acciaio di un alligatore le paludi della Florida ai democratici. Poi, con una spettacolare mossa del cavallo, vestito come un imbianchino, con il piè veloce e il pennello in mano, Trump ha tinto di rosso gli stati blu dei Grandi Laghi: Wisconsin, Iowa, Pennsylvania, Michigan. Così ha costruito la sua Victory Map, 290 a 232. Game over.

COME SPIEGARE LA SORPRESA. Il “come ha vinto Trump” risponde alla domanda del perché ha vinto Trump e disegna il futuro di Trump. Due mappe valgono più di mille parole: le ha pubblicate il New York Times dopo le elezioni. L’America che ha votato Trump si vede nella prima mappa. L’America che ha votato Clinton nella seconda.

What else? Vale il detto di un mio vecchio amico di Washington: “Gli americani nascono tutti repubblicani, poi alcuni vanno in città e diventano democratici”. Ecco perché serve l’Electoral College (e va difeso), l’America nell’anno 2016 non si governa con i soli voti delle grandi aree metropolitane e delle aree urbane densamente popolate; serve il voto rurale, delle zone industriali remote, il cuore dimenticato della produzione, il paese tutto e non la sua intellighenzia presunta colta e sofisticata. La realtà è che c’erano due corse elettorali: da una parte quella delle classi cool e autoreferenziali e quella del popolo in pick-up; da una parte quella dell’aristocrazia intellettuale; dall’altra quella dei farmers e blue collars; quella del flashmob online e quella della società disconnessa; quella dell’establishment e quella scartavetrata dallo Zeitgeist.

I sondaggi stavano con la Clinton, la storia suggeriva e stava con Trump. Ha vinto la storia. Come sempre.

LE TENDENZE DA SEGUIRE. Il voto è un cocktail esplosivo di demografia, cambiamento sociale, mutazione psicologica e stress economico, delusione, smarrimento e risposta nelle urne. È la democrazia americana, più splendida di quanto la descrivano i perdenti in queste ore di lutto. I deplorables di Hillary Clinton (frase già entrata nel Guinness dei fiaschi politici) sono diventati un fatto reale: la rivolta dei miserabili. È l’Independence Day che non ti aspetti, il fato che diventa fatto, il non detto che si fa urlo, l’incompreso che rotola a valle. È da questo rovo elettrificato che bisogna partire per capire che cosa farà e che cosa sarà Trump.
Se volessimo girarla à la Marx, diremmo che la struttura ha mandato a carte quarantotto l’inattualità della sovrastruttura esistente. Capita, si chiama rivoluzione. E ora? Occhio a Wall Street e alle onde d’urto che si propagano sui mercati. Il sottosopra di Trump si legge con un occhio sui listini e un altro attento agli spostamenti del quadro politico. Uno dietro l’altro, stanno cadendo i birilli piazzati sulla mappa negli ultimi trent’anni. Il primo è quello dell’abbuffata di titoli di Stato a tassi zero o negativi. Fine della festa e chiesa di nuovo al centro del paese. La chiesa è l’economia reale, la manifattura delocalizzata a costo umano troppo alto per poter essere sostenibile nei paesi a economia avanzata senza posti di lavoro. La rivolta del pane non è una primavera araba ma un inverno occidentale. Due o tre numeri ci aiutano a capire che aria tira. Anzitutto: il rendimento dei titoli di Stato americani.

L’andamento del tasso del T-note

Il balzo dell’8 novembre è dovuto a Trump. Il mercato scommette su una ripresa robusta della produzione, inflazione alta, investimenti nelle infrastrutture (sulla carta c’è un piano da mille miliardi), dazi nei settori chiave a protezione dell’industria e sfoltimento con il machete dell’iperregolazione sul settore finanziario. Si chiama inversione di marcia. Funzionerà?
Non lo sappiamo. Come dicono gli economisti, è difficile fare previsioni sul futuro! E infatti loro ci spiegano sempre benissimo le cose, dopo che accadono. Giriamo la domanda: come ha funzionato la globalizzazione? Bene nella fase espansiva, malissimo durante la crisi. Il 2008 è un turning point della storia dell’economia, tornare indietro è impossibile, ma continuare così è letale. La seconda figura chiarisce che cosa è Trump e perché è figlio dello Zeitgeist, lo spirito dei tempi. La sera dell’8 novembre ha cominciato la fase da Serghei Bubka con l’asta.

L’andamento dell’indice Dow Jones per il settore dell’acciaio

Ora, mettiamo l’indice Dow Jones (arancione) a confronto con l’andamento del settore hi-tech, il Nasdaq.

Subito dopo il voto la Silicon Valley è con il morale (e le quotazioni, vedere la divaricazione tra Dow Jones e Nasdaq da novembre fino a pochi giorni fa) sotto i tacchi e anche qui si intrecciano i fatti politici con le inattese conseguenze economiche: i giganti di internet hanno sostenuto la Clinton, la loro nemesi è stata la vittoria di Trump. Lo shock culturale si è trasferito sul listino del Nasdaq. Fine della bolla (forse) e ritorno alla cara vecchia industria (forse). Questo è Trump, la fase terminale di un racconto (quello della crescita fatta di industrie leggere e software), lo strappo di un immaginario e un nuovo inizio dell’antico romanzo della produzione pesante. Non siete convinti? Allora andiamo avanti nella nostra indagine sul futuro prossimo e sul passato che lo ha generato. Il Wall Street Journal ha sfoderato una robusta inchiesta sulle industrie ad alta tecnologia e bassi posti di lavoro. Al boom degli utili (e della cassa all’estero) non è corrisposta una crescita dei posti di lavoro, come si evince dalla quarta figura.

Boom della tecnologia ma non per i lavoratori americani

Ascesa negli anni Novanta, poi discesa e crollo del 40% negli anni seguenti. Che cosa è? Si chiama automazione, artificial intelligence, e recupero di efficienza delle imprese dopo la crisi. Tutto il racconto del “sogno americano” degli ultimi vent’anni si è basato sulle virtù e il progresso hi-tech, la terra promessa della tecnologia come liberazione dal lavoro, dal bisogno, dalla fatica, il quadro a tinte sgargianti di un’umanità intenta a “instagrammarsi”, beatamente spiaggiata in un eterno selfie collettivo. Una meraviglia, ma chi lavora? Chi fa il pane? Chi coltiva il cibo? Chi costruisce case? Chi fonde l’acciaio? Fuga dalla realtà e ritorno l’8 novembre del 2016. Non si costruiscono distopie senza attendersi una reazione degli sconfitti.
UN’AMERICA DIVERSA, POLITICHE DIVERSE. Ho personalmente sperimentato, anni fa, l’immersione in questa narrazione durante un soggiorno di studio a Singularity University, California. Esperienza eccitante, senza dubbio, ma con alcune controindicazioni (e anche qualche incubo) che agli occhi di un europeo lampeggiano come fari nel buio. Di fronte all’ennesima magnifica esposizione del futuro della fabbrica senza operai, obiettai che in Europa tutto questo avrebbe prodotto disagio sociale, disoccupazione, un problema politico difficile da risolvere con una crescita economica così bassa. Mi fu risposto che non era un problema loro, che nel mondo ci sono risorse sufficienti per stare tutti benissimo. Ottimo, perfettamente in linea con l’utopia californiana degli anni Settanta, la cultura psichedelica, le reti senza confini e tutto il resto che ha fatto grande la Silicon Valley. Correva l’anno 2010 e mi sbagliavo di brutto, come spesso mi capita: la rivolta non sarebbe stato in Europa, ma in America nel 2016.

Quel magnifico racconto della società americana proiettata nell’iperspazio si è arenato nelle pianure del Midwest, nei campi di grano e mais dell’Ohio, nelle fabbriche di Michigan e Pennsylvania, nelle fattorie del Wisconsin.  Una guerra dei due mondi senza extraterrestri, ma con due tipi umani che si scontrano in nome di un soggetto che improvvisamente torna a rotolare nel fango, nella polvere, nel carbone, nel calendario della storia: il lavoro.
Si è detto e scritto molto sull’identità americana, prima del voto. Hillary Clinton ha focalizzato tutto il suo messaggio su questo, sulla diversità e lo “Stronger Together”. Ma l’idea di fare un mosaico senza avere un disegno chiaro ha fallito alla prova dei fatti. Là fuori galleggiavano i relitti della globalizzazione, i rottami della delocalizzazione, scialuppe di esseri umani cercavano aiuto e, alla fine, hanno trovato un solo candidato ad ascoltarli. Trump. “Drain the Swamp”, prosciuga la palude, cioè Washington. Raccogliendo il testimone dei Tea Party e approfittando dello smarrimento culturale della élite democratica, The Donald ha trovato la strada della sua presidenza.

Mentre scrivo Trump sta pescando i nomi dal suo cestino di ciliegie. Farà un mix di establishment e rappresentanti della sua campagna nativa. Trump è un negoziatore. È stato casuale e illuminante il ritratto che due uomini distanti come Barack Obama e Rudy Giuliani hanno offerto di Trump: non ideologico, pragmatico. La strategia di Trump nei suoi rapporti con gli alleati e i nemici sarà esattamente questa: non ideologica, pragmatica.
Il suo primo incontro è stato a New York con il premier giapponese Shinzo Abe, pochi giorni dopo la vittoria. Trump ha assicurato una cooperazione rafforzata degli Stati Uniti con il Giappone nell’economia e nella difesa. Tokyo sarà la portaerei di Washington in Asia. Contro chi? Pechino. Gli Stati Uniti nel 2015 hanno esportato merci per 116 miliardi, ma la voce import è una martellata in testa, 483 miliardi. Risultato: un deficit commerciale con la Cina di 367 miliardi.

Sono numeri che Trump vuole riequilibrare, ha torto? È la Cina della delocalizzazione, del lavoro senza welfare, del dumping nei settori chiave (acciaio) e dell’escalation nel controllo dei mari. Trump è un negoziatore e si siederà al tavolo delle trattative – come ha spiegato Giuliani in un’intervista al Wall Street Journal – come usava fare Ronald Reagan: c’è un piano a, b, c e anche d per ogni occasione. Negoziato e accordo. È la politica. C’è il disaccordo? Anche questa è politica. E gli esiti li vedremo presto.

Trump riapre lo spazio dell’Atlantico e si proietta nel Pacifico con una formula da realista nixoniano, reloaded. Il presidente è una sagoma imprevedibile? Certo, per questo è Trump. Obama è stato un presidente che dalla baia di San Francisco guardava a Oriente, Trump sarà un presidente che riapre la finestra sul Potomac e guarda all’Atlantico con il cannocchiale della Regina, riaprendo il vecchio caro discorso della relazione speciale con il Regno Unito (prima telefonata non a caso fatta a Theresa May) da usare in chiave europea. Prima dell’8 novembre gli inglesi non sapevano come uscire dall’intoppo della Brexit, ora con Trump hanno un chiodo a cui appendere il quadro dell’exit dall’Europa. Hanno la possibilità di entrare in un nafta (l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico) rinegoziato dal nuovo presidente e guardare al vecchio impero con in mente la porta dell’Asia che un tempo fu loro dominio, Hong Kong. Difficile? Non esistono cose facili nella contemporaneità.
Henry Kissinger nel suo libro World Order ha tracciato le linee di separazione tra ieri e oggi: Westphalia non c’è più, il secolo breve è durato fin troppo e ora è archiviato, è urgente trovare un punto d’equilibrio, un nuovo ordine mondiale, una nuova Yalta. Il Medio Oriente è una polveriera, il terrorismo è quel che si dice un clear and present danger, chi governa? Nessuno.
La Russia ha ritrovato uno status militare e geopolitico grazie all’assenza americana. Che si fa? Prendete l’album delle figurine, sostituite Stalin, Churchill e Roosevelt con Putin, May e Trump. Poi aggiungete una quarta sedia per la Cina di Xi Jinping. Non vi piacciono? La storia non si cura dei gusti del pubblico, ha messo sul binario di Occidente e Oriente un macchinista chiamato Trump. Il destino gioca sempre a dadi, i numeri e i nomi spesso non hanno un esito logico, eppure l’arrivo di Trump sembra avere una sua coerenza con la storia che si fa e disfa sotto i nostri occhi. Questo mondo non poteva più raddrizzarlo Obama con le sue red lines sbiadite, il suo duro confronto personale con la Russia di Vladimir Putin e le aspirazioni

Donald Trump. Illustrazione di Caterina Scaramellini

globaliste contraddette da un bilancio precario dopo otto anni di crisi economica senza un ritorno convincente del lavoro e soprattutto del reddito della classe media.
Trump è una sveglia mattutina con il gong, i piatti e i tamburi, soprattutto per l’Europa senescente, burocratica e priva di anima. Una continuità alla Casa Bianca avrebbe dato alle cancellerie del vecchio continente una scusa buona per continuare a perseverare negli errori, prolungare l’agonia istituzionale e politica, affidarsi ancora alle cure della Banca centrale europea di Mario Draghi, ma senza una visione del domani, tanto c’è il quantitative easing e l’America farà il resto. The dream is gone. Il silenzio assordante delle leadership quando Jean-Claude Juncker ha criticato con sprezzo il presidente eletto Trump, è apparso come una pietra tombale sulla retorica di Bruxelles. In mezzo a questa bufera, c’è l’Italia, terza economia d’Europa e terzo debito del mondo. Lo stress da alti rendimenti è appena cominciato, il btp a dieci anni è in fase skyrocketing, il btp a 50 anni si è inabissato nella fossa delle Marianne.

What else? Scommettere sulla storia. Quella d’Italia, poi, che presunzione. Come se fosse possibile immaginare il ritratto del nostro paese tra mezzo secolo. Ignorare le lezioni della storia, i lampi della filosofia, le proiezioni della demografia, i sussulti della geografia (siamo un paese fragile) e affidarsi al calcolo della duration risk? Temerario. Il neo-eletto Donald Trump è una terra di mezzo dove le vecchie mappe sono piene di buchi. Ci sono giganti che agitano la clava, si sente sferragliare il Novecento, in lontananza, ma la realtà è che si è aperto un nuovo secolo americano, un’altra storia.

© mariosechi © Aspenia

Questo articolo è stato pubblicato sull’ultimo numero di Aspenia, la rivista dell’Aspen Institute. 

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