Padri e figli? Il problema di Renzi è politico. La crisi istituzionale è dietro l’angolo, cresce il ruolo del Quirinale

La difesa di Tiziano Renzi si è esercitata ieri “sull’abuso di cognome”, scaricando sugli altri protagonisti dell’inchiesta Consip l’accusa di totale inattendibilità e millanteria varia. Il copione del padre è stato interpretato secondo le attese. In una sequenza da House of Cards, Matteo Renzi mentre il padre concludeva il suo passaggio in procura, si accomodava nel salotto televisivo di Lilli Gruber (La7) e rilanciava la sua sfida politica, con il suo tipico stile rampante, dotato di indubbia energia. Efficacia? Renzi ha mostrato il suo spirito di combattente, ma nessuno dei problemi emersi in questa vicenda è sciolto, soprattutto quello politico. E sono passati ormai parecchi giorni senza una risposta al vero tema. Quale tema? Ecco un brano di List del 17 febbraio scorso:

Il traffico di influenze è un reato allo stato gassoso. Tra gli indagati nell’inchiesta sugli appalti Consip c’è anche il padre di Renzi, Tiziano. Quel che è emerso finora è tangibile come un banco di nebbia. Il problema non è giudiziario, ma politico-familiare. Un padre non può essere lapidato perché il figlio è il segretario del Pd, ma una leadership in difficoltà, alla vigilia di un passaggio traumatico per il partito, può essere danneggiata da un padre che orbita nello spazio del figlio che è segretario del Pd. L’inchiesta è iper-gassosa, ma il tema politico rischia di diventare solido.

Poco dopo, arriva la scissione del Pd, cercata da tutti, accettata con fatalismo, dagli esiti più che mai incerti. Si va a un congresso a tappe forzate, Renzi sbuffa e sceglie la strada ferrata. Ma sulla ferrovia c’è un macigno. I problemi politici del partito esplodono con uno spettacolare corto-circuito quando emergono dall’inchiesta Consip i messaggi inviati da Luca Lotti (all’epoca sottosegretario alla Presidenza del Consiglio), al presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano. Cosa dicevano? Lotti chiedeva a Emiliano di incontrare Carlo Russo, l’amico di Renzi babbo, il detonatore dell’inchiesta, il mediatore di Romeo, l’imprenditore campano finito in cella. Lo stato gassoso dell’inchiesta rimane, ma quello politico si solidifica come cemento a presa rapida. List del 24 febbraio:

Gong, pugili sul ring. Titolo del Fatto Quotidiano: “Lotti raccomandò a Emiliano l’amico d’affari di papà Renzi”. E’ così? Emiliano conferma. E’ un colpo al neo candidato alla segreteria? O fa più male al giro renziano? Lo sapremo presto, la storia ha tutta l’aria di essere pronta per andare in onda a puntate.

La soap opera accelera, vanno in onda le puntate seguenti dell’affaire Consip. Spiegazioni? Nessuna. Renzi va in California a studiare l’anti-populismo, torna in Italia, va in tv da Fazio, Lotti si dichiara “tranquillissimo”, come se il problema fosse giudiziario e non prima di tutto politico. List del 2 marzo:

Le dimissioni da padre non sono possibili, quelle da figlio neppure, ma una soluzione al loro tran tran familiare i Renzis dovranno trovarla. Il problema dell’inchiesta Consip prima che giudiziario è politico ed è bene che l’ex segretario del Pd e i suoi parenti, amici, consiglieri e aficionados ci mettano sopra la testa, prima di perderla. Il problema, dicevamo, non sono i soldi che secondo l’accusa sarebbero stati promessi a Tiziano Renzi, perché anche se Renzi babbo esce immacolato dalla vicenda giudiziaria, al centro della piazza resta il vero tema di questa storia: perché il padre dell’allora presidente del Consiglio e segretario del Pd si mette a smistare traffico imprenditoriale che gira come la pinna di uno squalo intorno agli appalti di Stato? A questa domanda, che si conficca nel cuore e nella mente della politica, nessuno ha risposto. Pare che la cosa non sfiori neppure il cervello dei renziani. Luca Lotti, oggi ministro dello Sport e ieri sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, risponde candido: “Sono tranquillissimo”. Fa piacere a tutti saperlo più che sereno, circondato dagli angioletti, ma anche Lotti sembra aver la mente annebbiata dal faldone e perde di vista il fatto politico: la sua vicenda giudiziaria è del tutto irrilevante, quali che siano gli esiti, quello che davvero impatta in questa storia è un interrogativo politico: perché ha mandato degli sms al presidente della regione Puglia Michele Emiliano – un arci-nemico di Renzi – suggerendogli di incontrare l’imprenditore Carlo Russo? Se c’era un disegno politico, siamo di fronte a un’idiozia (e se ne vedono i frutti), se non c’erano motivazioni politiche, allora cos’era?

Nel frattempo, le tracce di del pasticciaccio si accumulano e si diffondono anche dove non c’è alcun pregiudizio anti-renziano, ecco la prima pagina di Repubblica stamattina:

Ezio Mauro scrive un pezzo che (ri)mette al centro della piazza il tema politico:

Resta il nodo politico, intatto. E qui, infine, c’è una risposta che Renzi deve dare a se stesso. Dove lo ha portato quel sistema fondato sugli amici degli amici, asfittico e famelico? La presidenza del Consiglio non meritava qualche ambizione in più di una gestione toscana degli appalti? Domande inevitabili, perché non si può predicare l’innovazione e poi rinchiudersi nella cerchia ristretta di un Consiglio comunale in gita premio a Roma, con visita fugace alle istituzioni. Mentre bisognerebbe sapersi accontentare della sovranità legittima appena conquistata, senza cercare una quota ulteriore e ambigua di sovranità impropria.

Il centro del maelstrom è costituito dai nodi politici irrisolti del Pd e dall’avvio sussultorio di un congresso di partito che sta andando a sbattere contro la realtà. Eccoli, squadernati ieri sul taccuino del titolare di List, sono intatti, anche dopo l’interrogatorio di Tiziano Renzi e l’intervista a “pena doppia” di Matteo Renzi a Otto e Mezzo:

Segreteria. Renzi non ha più la certezza di toccare nelle primarie quota 50+1 e evitare il ballottaggio con il secondo arrivato. Se fallisce l’aggancio con la maggioranza assoluta, la sua segreteria evapora di fronte a un accordo in assemblea dei delegati delle altre correnti. In zona Franceschini cominciano ad avanzare dubbi sulla capacità di Renzi di conquistare la segreteria al primo colpo, le fila di Orlando si stanno ingrossando, Emiliano sta agganciando alleati nel territorio;

Luca Lotti. La mozione di sfiducia del M5S è come una boa luminosa piazzata sulla rotta pericolosa dei renziani. Non ci sono i numeri teorici per farla passare, ma ci sono le condizioni pratiche per l’incidente d’aula e l’ennesima spaccatura a sinistra. Il parlamento è sonnecchiante, rabbioso e balcanizzato. Lotti ostenta sicurezza, ma se Gianni Cuperlo lo invita a farsi da parte, significa che qualcosa di strano sta accadendo dentro il partito e nel gruppo parlamentare;

Gentiloni. Un surreale Angelino Alfano l’altro ieri assicurava: il governo di Paolo Gentiloni non rischia. Lo diceva mentre scioglieva Ncd, il partito in polvere. Il governo invece rischia di fracassarsi sugli scogli perché Lotti è l’ombra di Renzi a Palazzo Chigi. Se Lotti fa il passo indietro, al suo posto deve arrivare un altro raccoglitore e tessitore di sospiri. Renzi non si fida di nessuno, solo di Lotti. E non lo mollerà mai, la prova è nel social. Ieri Lotti ha scritto una nota su Facebook:

Poi l’ha rilanciata su Twitter e Matteo Renzi l’ha prontamente ritwittata:

Lotti proverà a resistere, la durata è incerta. Renzi non ha scelta, il destino è comune: simul stabunt vel simul cadent, insieme staranno o insieme cadranno. Vale anche per il governo. Anche se in queste ore sta emergendo un ruolo sempre più attivo del Quirinale che potrebbe disinnescare questa causa-effetto, come vedremo tra qualche riga.

Tiziano. Passeggia sui vetri. Tiziano Renzi oggi verrà interrogato dai magistrati che indagano sugli appalti Consip. Dovrà confutare la testimonianza resa ai magistrati dal numero uno di Consip, Luigi Marroni. Se Renzi padre non riesce nell’impresa di chiarire la sua posizione, si aprono scenari difficili da sostenere per Renzi figlio.

Marroni. Toscano, renziano, nominato dal governo Renzi alla guida di Consip, è l’anello che si è spezzato nella catena della fiducia. E’ rimasto al vertice di Consip, una posizione difficile da sostenere sul piano politico dopo la pubblicazione ieri dei suoi verbali sull’Espresso.

Verdini. Compare nell’inchiesta Consip, ieri è stato condannato a nove anni in primo grado per il crac del Credito Fiorentino. Verdini è una figura politica che si muove in maniera autonoma, in questa stagione è stato (è) un pezzo forte (e mobile) della diplomazia parlamentare renziana. E’ ancora importante nel gioco di alleanze trasversali tra Montecitorio e Palazzo Madama.

Sintesi. Renzi è depotenziato e incerto sul da farsi (basta osservare la sua campagna di comunicazione, a dir poco sbiadita, un continuo stop and go), non c’è per ora una strategia se non quella dell’arroccamento e rilancio della palla in avanti; i suoi avversari nel Pd, dopo aver ingoiato un congresso accelerato, non concederanno niente; resta il favorito, ma la conquista della segreteria ora è impresa da crono scalata; il governo gli sta sfuggendo di mano; i numeri in aula dopo l’allegra scissione ballano; la trattativa sulla legge elettorale si svolge per lui in una posizione di difesa; la data delle elezioni si sta materializzando nel 2018.

Mattarella e Gentiloni. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella non ha nessuna intenzione di lasciar correre avventure elettorali al buio, l’asse tra ex democristiani con il premier Paolo Gentiloni si è rinforzato. Il silenzio del presidente del Consiglio e del presidente della Repubblica in realtà è eloquente: è in corso un rafforzamento delle difese dell’esecutivo, in attesa di vedere come si evolve la vicenda giudiziaria che tocca la famiglia Renzi. Entrambi sanno che il congresso del Pd è entrato in una fase di confusione totale. L’altro ieri il capo dello Stato ha consegnato i premi Leonardo (nel suo intervento ha criticato il protezionismo di Trump, senza mai citare il presidente americano), al suo fianco c’erano il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia e il ministro dell’Economia Carlo Calenda. Coppia da tenere d’occhio, perché Calenda è sempre più distante – e autonomo – dalla linea politica del Pd renziano e vicinissimo al mondo delle imprese che ieri appoggiò il rottamatore con convinzione e oggi lo osserva come un oggetto misterioso in un cielo senza stelle che brillano. Il domani è dietro l’angolo, ma nessuno sa cosa accadrà. Servirà un candidato a Palazzo Chigi. Ancora Renzi? Non sarà facile. Mattarella ieri in visita a Lucca ha fatto un discorso che senza toccare direttamente la vicenda Consip e i guai politici del Pd offre però un passaggio incisivo:

Esigenti anzitutto con se stessi, prima ancora di giudicare gli altri. “Non c’è politica vera senza etica”, ripeteva. E per etica intendeva la rettitudine dell’agire, nelle grandi scelte come nel vivere quotidiano. Quando si è trovata a contrastare la corruzione, non ha mai esitato un attimo: lo ha fatto con la forza che derivava dalla propria coscienza, ma anche in nome della democrazia, che va difesa con i comportamenti oltre che con le leggi.

Il presidente della Repubblica ha un obiettivo chiaro: tenere il governo al riparo dalla tempesta. Ieri Gentiloni in consiglio dei ministri ha chiesto di serrare le fila, ma sul tavolo di Palazzo Chigi c’è stato subito un duro confronto tra i ministri Alfano e Orlando, il tema in superficie era quello della fiducia sulla riforma penale, ma in realtà in profondità c’è uno scontro sulle future alleanze del Pd: Orlando vuole un’alleanza a sinistra e non con i centristi, Alfano ha in mente il suo futuro (come sempre) e gli orlandiani hanno letto l’attacco del ministro degli Esteri come una stoccata di Renzi per interposta persona. Gentiloni in questo scenario si erge al di sopra di tutti e non a caso nell’Atlante Politico di Repubblica il presidente del Consiglio ha la fiducia di un italiano su due, mentre il Pd lascia il podio al Movimento 5Stelle. Sono numeri che dovrebbero far riflettere Renzi, perché il 70% degli italiani ritiene che la vicenda Consip sia grave, il clima politico è pessimo. E’ un quadro che con una legge elettorale proporzionale, senza alleanze pre-costituite, con le mani libere, conduce dritti a dare l’incarico di formare il governo al partito che arriva primo, quello di Grillo. E poi? Tutto è possibile, anche una maggioranza “sovranista” Movimento 5Stelle, Lega, Fratelli d’Italia. Sempre che il centrodestra non ritrovi i suoi voti e l’unità. Governissimo? Possibile, ma con il vento della storia che va da un’altra parte, è una scelta sempre meno comprensibile per gli elettori.

In questo scenario di piena rottura del sistema istituzionale, è scattata l’ora dei corazzieri: il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è pienamente in campo per gestire una crisi che sta accelerando. Attendiamo Renzi, è davanti a un bivio: essere l’epicentro della crisi o il suo risolutore.

© mariosechi

Questo articolo è un aggiornamento di List, la mia newsletter per Il Foglio. 

1 comments On Padri e figli? Il problema di Renzi è politico. La crisi istituzionale è dietro l’angolo, cresce il ruolo del Quirinale

  • Una analisi dura, lucida e tagliente come un blocco di ossidiana. Grande Mario, che come sempre, ci aiuti a tenere gli occhi ben spalancati sulla realtà dei fatti.

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