Bob contro Rousseau. Renzi, Grillo e la politica dell’algoritmo

Bob contro Rousseau. Il rilancio di Renzi non lascerà tracce di novità ideologica, nessuna rivoluzione culturale, nemmeno un lumino del “rifare tutto” di cui scriveva Aleksandr Blok nel 1917, nessuna rivoluzione d’Ottobre cent’anni dopo, nel marzo del 2017. Sul tavolo verde – nuova tonalità della mise democratica che ha dismesso il rosso – resta quel nome da c’era una volta in America, Bob, la piattaforma digitale che l’ex segretario del Pd presenterà domenica al Lingotto. Che cosa è? O meglio, cosa vorrebbe essere? Un software che connette i militanti del Pd in un network, la partecipazione politica della contemporaneità.

Lasciamo perdere la sdrucita retorica su Kennedy, andiamo al punto reale che è riassunto in una sigla che smaterializza la persona e la fa diventare bio in bit: il Pin, Personal identification number. Nelle intenzioni di Renzi, Bob è un passaggio verso la smaterializzazione dei circoli del Pd in disarmo, la decostruzione e scomposizione del vecchio partito e la sua riorganizzazione in una forma nuova, la liquidazione (echi di Bauman) definitiva del partito post-comunista, la chiusura della stagione del pre-renzismo, il download di un Renzi 2.0 e il primo passo del partito nel dominio virtuale della iPolitics, titolo di un libro sul governo nell’era dei New Media, pubblicato dalla Cambridge University Press nell’ormai mesozoico anno 2012. Sarà così?

Il teatro della politica da tempo si interpreta dietro e davanti le quinte di uno scenario che pre-vede i comportamenti degli elettori, li asseconda, viene guidato e non guida, raccoglie e fa la somma del big data.  Questo metodo spezzetta la domanda sociale e poi la riaggrega. E’ una strategia di raccolta del consenso che negli Stati Uniti funzionò con Obama, che riuscì a costruire la coalizione delle minoranze, grazie soprattutto a un potente motore di immaginario nascosto nella carrozzeria, Hope, Change. Il problema è che non è sempre valido perché l’algoritmo è solo uno strumento, non il fine e dunque il messaggio. La prova è che la stessa strategia è fallita ne novembre scorso con la candidatura di Hillary Clinton, un crash colossale che ha polverizzato il Partito democratico (americano). Due i motivi della sconfitta: debolezza della candidatura di Hillary e cambio drammatico di scenario storico. Lo spacchettamento dei bisogni in voti è fallito perché un sentimento trasversale si agitava nella mente degli elettori: America First. Fine dell’ondata retorica sulla globalizzazione, inizio della nuova-vecchia storia americana della rivolta jacksoniana. L’agenda di Donald Trump. Spiazzante, diversa da tutte le altre – e dunque potente – perché improvvisa epifania di un movimento della storia che viene da lontano, si è sedimentato nel silenzio e nell’incomprensione totale delle presunte classi colte, l’establishment.

L’agenda delle leadership senza storia, è plasmata da emozioni misurate con gli indici di volatilità. L’idea di Renzi non ha niente di nuovo ed è preceduta dalla case history più efficace della storia della politica contemporanea, quella del Movimento 5Stelle. La polverizzazione del quadro politico italiano ha generato l’esperimento grillino, ne ha concimato il terreno, fino a trasformare un fenomeno di semplice rumore digitale in un partito politico dai connotati inediti e in costante trasformazione. I militanti sono connessioni. Quali sono le leggi che governano il perenne stato nascente dei partiti digitali? Emozioni e marketing. Il Movimento 5Stelle ha il suo sistema nervoso che pulsa nei server della Casaleggio e Associati, il partito del Renzi 2.0 avrà il suo algoritmo nell’architettura che sta mettendo a punto l’agenzia Proforma. Marketing. Due aziende di comunicazione sono alla base di un processo di ristrutturazione della partecipazione politica dove la figura del consigliere politico viene sostituita dai consulenti di comunicazione, dai data scientist, dai programmatori, dal design. La partecipazione si risolve in gestione, l’elemento umano diventa ologramma e viene sostituito da flussi di dati riorganizzati in cluster, gruppi di soggetti desideranti ai quali dare una risposta che ne soddisfi le pulsioni. E’ politica? Lo è nella misura in cui questo processo di elaborazione dati ne diventa l’architrave. Nel partito di Grillo lo è fin dall’inizio, fin dalla prima schermata del videogame. Superata l’home page di Rousseau e cliccato il pulsante “iscriviti”, la scelta non è quella di partecipare all’attività della piattaforma, ma quella di iscriversi o no al Movimento 5Stelle. Il principio di tutto è un’adesione politica e non un’attività di conoscenza che prescinde dall’affiliazione. Rosseau è un universo aperto che si risolve in un sistema chiuso ai suoi militanti. E’ una scelta legittima e coerente con il disegno originario di movimento immaginato da Gianroberto Casaleggio, ma l’adesione a Rosseau resta pre-formattata, l’individuo deve possedere già un suo sistema operativo pre-installato sui parametri della politica grillina. Il sistema del Movimento 5Stelle è una navigazione che prescinde dall’esplorazione, dalla conoscenza, dal pensiero critico. C’è una logica stringente in tutto questo, la priorità è e resta la fede non la ragione. Bob come sarà? Lo scopriremo presto, la strategia del Pd immaginato da Renzi è quella di colmare la distanza tra iscritti e votanti – in esponenziale allargamento – e cercare di competere sul campo oggi occupato dai grillini. Se Bob è aperto, Renzi espone il suo sistema al rischio della “contaminazione”; se è chiuso, conferma le tendenze in corso nel Pd: sottrazione del dissenso, adesione acritica alla leadership, discussione democratica sul piano formale ma autocratica sul piano sostanziale. Bob nasce per svolgere la stessa funzione di Rousseau: raccogliere dati che non sono disponibili in un partito destrutturato, sfruttare le capacità di calcolo e disseminazione del pervasive computing, veicolare emozioni, catturare la fascia di elettori di oggi e soprattutto di domani che vive nell’era della post-televisione, i giovani. Sul piano del marketing l’intuizione di Renzi è giusta, ma la politica è una continua deviazione del software – guardate al caso Raggi a Roma – e dunque le intenzioni poi finiscono per impattare con la realtà. Resta il campo da gioco, il videogame.

Beppe Grillo ha capito subito la parabola del nuovo-vecchio segretario del Pd e su Twitter ha bollato la mossa di Renzi come un copia e incolla:

A questo tweet Grillo ha fatto seguire una moltitudine di retweet suoi e dei militanti, una tempesta di messaggi che batte su un solo tema, quasi ossessivo: l’originale. La partita tra Bob e Rousseau parte così, Grillo mette l’accento sulla contraddizione di chi (Renzi) denuncia la politica dell’algoritmo, ma poi si prepara a farne un uso massiccio. Renzi imita Grillo? Di sicuro lo segue a ruota, come un ciclista, e il lancio di una piattaforma che almeno nelle intenzioni è simile a Rousseau ne è la prova, insieme alle misure e proposte parlamentari e di governo sulla povertà, una versione reloaded del reddito di cittadinanza pentastellato. In questo palese inseguimento emergono tutti i limiti del Pd di Renzi: un partito confinato nello spazio in tempesta di una sinistra-non-sinistra, smarrito nelle domande e nelle risposte di una contemporaneità dove soffia un altro vento della storia (quello di Grillo, del nazionalismo, delle destre), con una leadership che sbanda tra la demagogia della spesa elettorale e la retorica nostalgica del discorso della seconda ondata della globalizzazione (quella di Clinton e Blair), proposte politiche che hanno fallito l’aggancio con i perdenti delle società avanzate, parole lontane anni luce dall’operaio (esiste), dalla middle class, dai giovani, dal Forgotten Man, l’Uomo Dimenticato. Il fatto che oggi i movimenti che interpretano quelle domande non vadano al governo per alchimie elettorali o alleanze post-voto (Francia e Olanda avranno probabilmente questo esito), non cancella il tema di fondo: ci sono domande profonde dell’elettorato che non trovano risposta. Questo problema finora non lo ha risolto né l’algoritmo di Grillo (per ora) né quello che sta programmando Renzi. La politica ancora non c’è: quella di Grillo ha intercettato la domanda ma sta cercando una risposta; quella di Renzi è addirittura nella fase iniziale di questo processo perché la sua esperienza di governo è andata in rovina con la sconfitta nel referendum del 4 dicembre. Renzi è caduto nel paradosso del post-moderno: non c’è nessuna realtà, c’è solo il racconto. Quel racconto è finito. Ne esiste un altro? E soprattutto c’è o non c’è la realtà? Grillo ha un racconto che parte da un disagio reale ma approda (per ora) a conclusioni irreali. Renzi deve reinventarsi tutto perché il suo sistema operativo è andato in crash e non può ripartire senza una riscrittura del codice. Ecco perché arriviamo al punto terminale della storia, alla politica che abbraccia l’intelligenza artificiale, a Bob contro Rousseau. Siamo inesorabilmente scagliati nel campo del marketing? I partiti stanno inseguono lo stesso cliente, espongono sullo scaffale lo stesso prodotto con un packaging diverso. Se siamo tutti connessioni e clienti – e forse lo siamo – allora il Pd che sta aspettando l’algoritmo Godot ricordi una vecchia regola del commercio: i clienti preferiscono sempre comprare l’originale.

© mariosechi

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