Renzi cerca la crisi, Gentiloni può subirla, Mattarella no. Conseguenze impreviste della guerra degli Alfanoidi

Come anticipato sugli schermi di List, la saga spaziale intitolata La Guerra degli Alfanoidi ha avuto successo e ha conquistato ampie recensioni su tutte le prime pagine dei giornali. Il titolare di List non ha mai sottovalutato la capacità di manovra del Kissinger di Agrigento, Angelino Alfano, e quando ieri per un “incidente” Salvatore Torrisi, senatore di Alleanza Popolare, è stato eletto presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato – quella che toh! discute la legge elettorale – è apparsa chiarissima la strategia dei finissimi intellettuali della Magna Grecia degli alfanoidi (copyright di Gianni Agnelli vs Ciriaco De Mita) il do ut des, che nel caso dell’ideologia alfanoide ha una variazione nobilissima: intanto prendo e poi vediamo cosa mi dai tu. Troppo per un partito che ha il quid dello sbarramento elettorale in forse. Ieri Angelino Alfano ha mostrato il suo lato umano da negoziatore della Trinacria, chiedendo le dimissioni di Torrisi, il suo senatore. Il suo rischio calcolato dell’Angelino però ha una falla a sinistra: il ministro degli Esteri è il protagonista (in)volontario dello scisma del Pd, una storia di cappa e spada dove lui sta in mezzo mentre altri duellanti tirano colpi durissimi. Stamattina Alfano ha realizzato di esser stato scelto per il gioco del cerino (che resterebbe acceso nelle sue mani) e ha fatto un passo avanti verso la stradad che conduce verso il nulla: “Da Matteo Orfini ho sentito parole surreali. Siccome non siamo nati ieri e abbiamo capito il giochino, dico che non ci stiamo. Se qualcuno cerca pretesti per far cadere il governo e andare al voto anticipato lo dica chiaro”. Brutta storia che Pannella avrebbe definito da “stadio terminale della partitocrazia”. Con una differenza notevole rispetto al passato: non ci sono più i partiti. Alfano ha iniziato il suo tran tran da poltronismo e gli altri lo hanno usato come un utile grimaldello per provare a far saltare Gentiloni. Sarà lui, Angelino, a bruciarsi le dita? Dipende dalle mosse degli altri caratteri di questa storia. Quali?

Matteo & Paolo


Il rapporto tra Renzi e Gentiloni è segnato dall’ambiguità fin dall’inizio della sua avventura. Renzi ha sempre considerato il governo Gentiloni più che transeunte per le vie brevi e la crisi innescata da Alfano ha dato all’ex premier l’occasione per provare a forzare la mano sulla crisi e vedere se si apre lo scrigno delle elezioni anticipate in settembre, il suo vecchio progetto fin dall’epoca delle dimissioni per deragliamento da referendum. Tutto il racconto renziano delle ultime ore punta ad alzare la tensione tra i gruppi, le dichiarazioni dei suoi fedelissimi hanno un obiettivo preciso: arrivare alla rottura ma imputandone la colpa ad altri, cioè al tradimento degli alfanoidi e della sinistra scissionista. Siamo in piena Bisanzio, un classico, e a Renzi il colpaccio potrebbe perfino riuscire. I gruppi parlamentari sono sfibrati, il coordinamento a sinistra dopo la scissione è saltato, le occasioni in cui la maggioranza è andata sotto o ha fatto ricorso alla fiducia sono sul tavolo dei pokeristi del Parlamento. E Renzi gioca le sue carte, tanto che oggi riunisce i suoi parlamentari nella sede del Partito democratico a Roma per discutere ufficialmente della sua mozione al Congresso, ma in realtà per affilare le lame e vedere se l’assalto al bastione governativo – rigorosamente per interposta persona – ha i numeri per andare in porto. Gentiloni è debole, ma può contare su un alleato fortissimo. Chi?

Mattarella e il voto


Ieri i renziani hanno invocato l’intervento del Quirinale per sanare il cortocircuito scoppiato in commissione. La presidenza della Repubblica, nel silenzio istituzionale, ha parlato emettendo il tradizionale bip bip delle fonti del Colle che raccontano di uno stupore generale: “Non interveniamo nelle dinamiche politiche”. Stop. Punto. Sbrigatevela voi, cari democratici. La linea di Mattarella è quella dell’unica istituzione con scadenza asimmetrica rispetto a tutte le altre, il settennato dà al Presidente della Repubblica la forza che tutti gli altri non hanno. E il potere di scioglimento fa il resto. Senza la collaborazione del Presidente aprire la crisi significa forzare, esporsi alle classiche conseguenze inattese della crisi pilotata ma senza l’assenso dell’unico che sta davvero in cabina di comando: Mattarella. Il Presidente della Repubblica ha un’agenda più alta del governo e del Pd, guarda con attenzione alle dinamiche dell’Unione europea, attende l’esito delle elezioni in Francia, la conferma di una scelta non euroscettica, si consulta con le cancellerie europee, traccia un disegno per la futura difesa europea, nuovo pilastro per ridefinire l’Unione e non far entrare l’Italia in un cono d’ombra. La nomina di Alessandro Profumo in Finmeccanica non è di Renzi, ma di Mattarella, l’esperienza del capo dello Stato nel settore è ampia, fu ministro della Difesa, e sottosegretario alla presidenza del Consiglio con la delega ai Servizi Segreti. Le elezioni anticipate sarebbero un imprevisto nell’agenda del Quirinale che punta a dare all’Italia un peso nelle trattative per la nuova Europa. Mattarella si è via via reso autonomo dal Pd che lo votò e da Renzi che lo scelse dando la stangata a Berlusconi (pezzo del titolare di List sul Foglio del 5 febbraio 2015). Oggi come allora the show must go on e Mattarella si è in una certa misura napolitanizzato, ha in mano le chiavi di accensione e il defibrillatore di ogni passaggio istituzionale, per debolezza e scarsa visione altrui, sulle sue spalle ricadono decisioni che hanno a che fare con il futuro non solo dell’Italia ma di tutta l’Eurozona. Lo scettro è suo.

SuperMario


In questo contesto, le parole pronunciate da Mario Draghi stamattina a Francoforte sono un altro passaggio annotato nell’agenda del Quirinale. Le parole di Draghi sono un balsamo per l’Italia e il bilancio instabile: “Al momento il riassestamento della nostra politica monetaria non è giustificato: non abbiamo ancora prove sufficienti per alterare significativamente la nostra prospettiva sulle politiche di inflazione. Prima di modificare le componenti della nostra posizione – tassi di interesse, programma di acquisti e forward guidance – occorre creare la fiducia sufficiente per far convergere l’inflazione verso i nostri obiettivi di medio termine”. Traduzione: il quantitative easing continua, non ci saranno tagli al programma di acquisto di titoli. E’ un punto positivo per l’Italia, a patto che non si entri in una spirale velenosa di crisi politica e la manovra non faccia imbizzarrire i mercati. Qui entra in scena un altro protagonista di questo racconto. Chi?

Il ministro dell’Economia, Padoan


Pier Carlo Padoan è in una fase delicatissima della sua avventura al governo, quella in cui deve difendere la sua rispettabilità e quella dell’esecutivo di cui fa parte. Matteo Renzi non vuole un aumento dell’Iva, assolutamente no all’aumento delle accise, ancor meno si parli della riforma del catasto e le privatizzazioni non sono cosa da inserire nell’ordine del giorno. Un ministro dell’Economia che ha neppure l’autonomia per piazzare un balzello sulle sigarette non s’era mai visto. Padoan è circondato dagli indiani del Pd come il generale Custer a Little Big Horn. Che farà? Lunedì prossimo deve presentare il Def e siamo tutti al buio: sul tavolo c’è una manovra correttiva da 3.4 miliardi chiesta dall’Europa, bisogna cominciare a pensare alla legge di stabilità dove ballano venti miliardi di euro, le condizioni dei mercati sono buone ma si fa in fretta a finire al centro del maelstroem e innescare il sell off dei titoli di Stato. Lo spread tra Btp e Bund è sopra i 200 punti e la tendenza a razzo delle ultime settimane parla chiaro: i mercati stanno prezzando l’incertezza politica dell’Italia.

Si fa tutto in deficit o quasi? Questo sembra balenare nella mente del Pd renziano. Le prossime ore diranno quanto è forte Renzi, quanto pesa Mattarella e quanto il Tesoro penda dalla parte del Pd o dalla parte del Quirinale. Parte in sottofondo la canzone degli Abba, Mamma mia.

Questo articolo è un brano di List, la mia newsletter quotidiana per il Foglio. 

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