Voilà, la Révolution! Chi ha vinto, chi ha perso e chi (ri)vincerà (forse)

Recap. Il primo turno è finito così: Macron e Le Pen vanno al ballottaggio; socialisti e gollisti fuori dal gioco e dalla storia, una sinistra-sinistra che prende voti e non si schiera per il secondo turno, gli operai che votano a destra, le città progressiste anni luce distanti dalla campagna nazionalista, isole metropolitane che galleggiano in un paese diviso e con una mappa politica sconvolta per sempre.

Quasi. Emmanuel Macron è quasi presidente. In un libretto meraviglioso di Ingeborg Bachmann intitolato “Il dicibile e l’indicibile” (Adelphi) c’è una frase di Ludwig Wittgenstein: “Fuori della logica tutto è accidente”. L’elezione di Macron all’Eliseo è la logica, una sua caduta al ballottaggio con Marine Le Pen è l’accidente. Quanta logica e quanto accidente ci sono in questa storia? Non lo sappiamo, la misura sconosciuta è in quel “quasi” che è rimasto ieri notte sospeso sul taccuino del titolare di List.

Abbiamo visto la prima battaglia tra la ragione e lo spirito. I discorsi dei due sfidanti erano opposti, plasticamente esposti, il paese doppio, la Francia. “I francesi all’Eliseo” ha detto Marine Le Pen. “L’opportunità storica”, la “globalizzazione selvaggia”, “l’altra politica”, la liberazione di “tutto il popolo francese”, “l’appello a tutti i patrioti”, “l’unità nazionale” e lui, “De Gaulle a Casablanca”. Caldo, Pascal e Giovanna D’Arco, lo spirito e la carne si manifestano in una sera in cui al conto finale di Marine però mancano un paio di punti. “Abbiamo cambiato il volto della politica francese”, ha detto Emmanuel Macron. “Rompere con il passato”, “aprire una nuova pagina della politica” “una maggioranza di governo fatta di nuovi volti, nuovi talenti”, “ho sentito la rabbia, i dubbi, la paura e i desideri di cambiamento del popolo della Francia”. Cartesio che cerca il colpo di precisione in un discorso troppo lungo, troppo freddo, troppo da vincitore mentre scorrono i titoli di coda e si apre il sipario di un secondo turno aperto.

Il crollo dei partiti storici è il dato politico fumante, l’ascesa di Macron la terra incognita, l’avanzata di Le Pen un esercito a cui manca la cavalleria. Il ballottaggio in Francia è questo scenario: le macerie del Novecento, l’emersione di un personaggio omnibus, la nazione che si divincola, ma senza meta.

Il Partito socialista francese è spiaggiato, ieri si è conclusa una parabola cominciata nel 1971 da François Mitterrand. Hollande ha scavato la fossa, Hamon ha messo i fiori. E per la resurrezione serve davvero Gesù.

I gollisti – nelle loro varie mutazioni di nome e di fatto – sono fuori dal gioco finale, il ballottaggio senza un loro candidato è il segno del sottosopra. Fillon ha resistito, mostrato una tenuta eccezionale di fronte agli scandali, ma niente più di questo. Non sono finiti, ma hanno bisogno di un changè la dame, rischiano di annegare in un mare in tempesta.

La Quinta Repubblica è archiviata e non se ne vede per ora una Sesta. Arriverà? Probabile, il sistema è pieno di crepe. La storia francese del dopo guerra è un corpo a corpo tra il disegno istituzionale e la storia: la Liberazione si solidifica con una République ancorata a sinistra, l’emersione dei partiti, le difficoltà del generale Charles De Gaulle a imporre il suo modello presidenziale, il pendolo dell’opinione pubblica che torna a destra, la Terza e la Quarta Repubblica che nascono (e muoiono) come spasmi di un corpo che si dibatte, in cerca di vita, l’ascesa della Francia gollista, stabilità politica e “grandeur”, la decolonizzazione, l’espansione della base demografica (e elettorale), la tumultuosa crescita economica, la scoperta dell’abbondanza, la contestazione come sfida e sorpresa, il maggio francese nel ’68, il pugno di ferro del Generale, la vittoria elettorale, l’illusione, il referendum, la sconfitta, l’uscita di scena di De Gaulle, l’arrivo di Pompidou, una crisi politica strisciante, Valéry Giscard d’Estaing, il sogno di essere ancora «grandi», ma in realtà piccoli in un mondo che si sta allargando, si apre (e chiude) l’epoca degli imperatori senza impero, il cesarismo senza legioni di Mitterrand, il borghese Chirac, la promessa mancata Sarkozy, il troppo normal Hollande e ora…Macron?

En Marche! Sui giornali non c’è trionfalismo, c’è qualcos’altro, la sensazione che sia successo e stia succedendo l’inafferrabile. Lo scampato pericolo è un punto in agenda, ma poi ci sono 7.7 milioni di voti per Marine Le Pen e il 48.8 per cento dei francesi che ha votato per partiti euroscettici. Basta dare un’occhiata alle prime pagine dei quotidiani stamattina per cogliere il sollievo mischiato a un senso di smarrimento:

En Marche, Sensation, Rupture, KO. Non è il trionfo di Macron – che arriverà, forse – ma il capitolo di un romanzo che era atteso e nella sua realizzazione lascia qualcosa in sospeso, un mistero irrisolto. Cosa è? Una risposta arriva dalla mappa del voto, un memento. Questa è stata pubblicata dal New York Times:

E’ la geografia di un problema: la Francia. Dobbiamo aspettare il ballottaggio del 7 maggio per vedere quanto è grande. Ricucire lo strappo è impossibile, i buchi restano, ma il compito che la storia sembra voler assegnare a Macron è quello di un politico in fieri in un paese in tras-formazione. Sarà un leader, uno statista? Vedremo. Prima deve vincere il duello con Le Pen e non è così scontato come potrebbe apparire.

I mercati festeggiano quel che si dice “scampato pericolo”. L’Euro è ai massimi da cinque mesi:

La borsa di Parigi è partita a razzo, ecco il balzo dell’indice CAC40:

Gli operatori finanziari pensano – correttamente – che il pericolo francese si stia allontanando. Ecco cosa è successo stamattina allo spread tra Bpt e Bund:

L’Europa è sulla via di una ricomposizione delle sue fratture? Calma, è troppo presto per dirlo. Sul taccuino del titolare di List c’è un problema: l’Italia. Ma questa è un’altra storia, passa per le primarie del Pd di domenica, la capacità – o incapacità – di Renzi di superare se stesso, rifare il partito e le alleanze. Domenica si scrive un pezzo di quest’altra storia. Macron non è Renzi. Renzi non è Macron. E l’Italia non è la Francia. Una vittoria di Macron per l’ex premier sarebbe un aiuto, ma non decisivo, e la distanza c’è, è un fatto. Serve altro. Un cambio di passo, di programma, un certo coraggio che c’è nell’accettare la sfida, ma cade nel vuoto sul piano ideale: nessun leader di partito in Italia mostra la bandiera europea come simbolo, suo punto di riferimento. Siamo su un altro pianeta, la gara è a inseguire il grillismo, siamo alla tattica e non alla strategia e il nostro problema mentre siamo in orbita è quello dell’atterraggio sulla terra. Dobbiamo scegliere come farlo, abbiamo due strade: soft o crash landing. Prima o poi si vota anche da noi, allacciate le cinture. L’Italia? Tranquilli, è inesorabilmente à la Grillon.

24 aprile. Nel 1792 viene composto l’inno nazionale della Francia, La Marsigliese. Cosa avete in mente? Il titolare di List pensa a… Casablanca! Che meraviglia.

* Questo articolo è un brano di List, la mia newsletter quotidiana per Il Foglio. 

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