List. Immigrazione? Il problema è in Libia

Oggi si apre una due giorni molto interessante del Consiglio europeo dei capi di Stato. In agenda come sempre c’è un po’ di tutto, tra i temi di primo piano spicca quello dell’immigrazione. Per l’Italia è il numero uno e le ragioni non sono soltanto quelle dell’emergenza umanitaria. La legislatura sta entrando nella sua fase finale (voto anticipato o meno) e il governo Gentiloni è lo strumento che deve assicurare a Renzi una navigazione senza troppi scossoni. Ma siamo già in un clima da campagna elettorale permanente, è estate, i trafficanti di uomini dalle coste della Libia spediranno centinaio di barche in questi mesi verso l’Italia. In questo scenario, è materiale perfetto per la propaganda estiva che poi conduce al voto. Per le opposizioni è un’occasione ghiotta, per Renzi materiale radioattivo. Gentiloni arriva al Consiglio europeo di Bruxelles senza grandi speranze, in Germania non si tocca foglia fino al 23 settembre, giorno delle elezioni, la Francia prima di dire sì a qualsiasi proposta dell’Italia vuole esser sicura che il primato di Parigi nel Mediterraneo non venga messo in discussione da nessuno e poi non scherziamo… les italiens! Gli inglesi hanno altro a cui pensare (Brexit), insomma, il titolare di List fa una conclusione lapidaria ma logica: siamo soli.

Qual è il problema? A Bruxelles si parlerà di soccorso, di accoglienza, di redistribuzione degli immigrati. Tutte cose vestite di santo e ipocrita umanitarismo. Nessuno metterà sul tavolo in maniera netta il problema del rubinetto. Quale rubinetto? Il titolare di List non ha una passione improvvisa per le questioni idrauliche, il rubinetto è quello della Libia. Ribadiamo il concetto già espresso ieri su List con questo grafico:

Eccolo, il rubinetto. Si è aperto improvvisamente con le “primavere arabe” e nessuno l’ha chiuso. E’ un flusso di uomini, donne e bambini che passano dal deserto centroafricano, entrano nei confini inesistenti della Libia e si catapultano in Italia con qualsiasi cosa sia in grado di galleggiare. Perché nessuno ha chiuso il rubinetto? Good question, con una risposta semplice e drammatica: perché nessuno vuole andare a morire. Lady Libia, il segretario di Stato americano Hillary Clinton, pensava che i ribelli anti-Gheddafi fossero ragazzi dal cuore d’oro, il giorno della macellazione in diretta del colonnello appena catturato, linciato, sfigurato e esposto come un pupazzo di un film horror, si capì che la Libia era passata dalle mani di un solo dittatore a quelle di una moltitudine di tagliagole. In ogni caso, the show must go on, lo spettacolo deve andare avanti, solo che il nation building in Libia non è mai arrivato. E il rubinetto è rimasto aperto. Riepiloghiamo la situazione: Serraj, capo del governo sponsorizzato dall’Onu, non controlla neppure la capitale Tripoli; la Libia è un’Idra con molte teste e troppi fucili, l’unico esercito libico che funziona è quello del generale Kalifa Haftar (qui una biografia sul blog, l’altro mondo del titolare di List, una vecchia conoscenza della Cia – abitava a Langley – prima gheddafiano, poi anti-gheddafiano, poi esiliato, poi riapparso in Libia per preparare il nuovo stato, che casualità) che dalla Cirenaica punta (questo è il reale sottotesto della storia) a rovesciare Serraj e papparsi tutto il boccone, Tripolitania e Fezzan compresi. In questo scenario tribale dove tutti sparano e nessuno comanda, restano aperti tre rubinetti: la banca centrale libica che stampa e distribuisce denaro, l’estrazione e export di petrolio, il traffico di uomini, donne e bambini verso le coste dell’Italia. I primi due rubinetti è bene che siano aperti, il terzo va chiuso. Ma chi lo chiude? Intanto, un’occhiata sul campo: a gennaio sul terreno c’era questo quadretto idilliaco:

Sei mesi dopo, si combatte ancora. Non è mai finita perché non c’è solo Isis, la Libia è la Woodstock del terrorismo, piena di gang armate fino ai denti durante la rivolta anti-Gheddafi, non hanno mai riconsegnato mitra, bombe, perfino carri armati.

Gli americani non hanno nessuna intenzione di mettere boots on the ground in un posto che sembra fatto per diventare un tiro a segno, i russi usano già ampiamente gli scarponi di Haftar, l’Europa…. l’Europa non esiste. E qui il titolare arriva al punto incandescente, al non detto del pasticcio libico: l’Europa a parole – Angela Merkel dixit, dopo aver scoperto a Taormina qualche settimana fa che alla Casa Bianca non c’è più Barack Obama ma uno che si chiama Donald Trump – afferma che è giunto il momento di far da soli, difesa compresa. Ottimo proposito, frau Merkel, a questo punto si può cominciare a passare ai fatti: inviare in Libia una forza europea di stabilizzazione del paese e controllo delle frontiere. Questo è il punto, tutto il resto è poesia, retorica brussellese. Senza una forza sul campo, i libici continueranno a fare il doppio e triplo gioco: chiedere assistenza all’Europa, incassare finanziamenti e materiale militare, continuare a far passare gli scafisti con la guardia costiera libica che chiaramente non solo non ostacola il traffico di esseri umani, ma partecipa alla festa. Questa è l’Europa, a parole fortissima, ma poi debolissima quando si tratta di prendere i rischi che servono per tutelare la sua sicurezza e quella dei suoi cittadini. Un esercito europeo nasce se qualcuno ha intenzione di difendere e di combattere, non perché Donald Trump ha detto alla vecchia cara Europa la verità: siamo morti per voi ieri e oggi, se volete ancora il nostro impegno, dovete pagare. E ogni tanto sentire anche voi il piombo fischiare vicino alle orecchie. La Libia è il posto dove misurare le ambizioni europee. Cosa accadrà? Wait and see.

* Questo articolo è un estratto del numero del 22 giugno di List. List è una boutique editoriale indipendente, senza pubblicità. No banner, no junk-news, solo giornalismo di qualità e news design d’eccellenza. Un prodotto top class ed esclusivo per i lettori. List arriva tutte le mattine sulla tua casella di posta elettronica, è un prodotto first mobile leggibile su tutti i device. Iscriviti ora alla newsletter. List non si clicca. Si legge.

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