List. L’unico porto da bloccare è in Libia

A worker of the Spanish NGO Proactiva Open Arms holds a boy after being rescued from a rubber boat sailing out of control in the Mediterranean Sea, about 18 miles north of Sabratha, Libya on Thursday, June 15, 2017. (ANSA/AP Photo/Emilio Morenatti)

“Ci son più cose in cielo e in terra, Orazio, che non sogni la tua filosofia”scriveva Shakespeare. La frase non pare essere nota a chi governa l’Italia, almeno nel caso dell’immigrazione c’è molta filosofia, sacchi di iuta di teoria, ma la pratica, quella sembra essere alla voce varie ed eventuali. L’ultima parola d’ordine che stamattina strillava sulle prime pagine dei giornali è: “Chiudere i porti”, cribbio. Che si alzi il ponte levatoio! Che si allaghi il fossato! Che si liberino i coccodrilli! Il tono è quello perentorio di quel tale che dopo essersi spremuto le meningi tra una pennichella e l’altra, dopo la strizzatina di neuroni tira fuori il colpo intelligente, quello che risolve tutto. E dunque, che sia così, blocchiamo tutte le navi nei porti che non battono bandiera italiana e si occupano di salvare i migranti dall’affondamento e affogamento. Le migrazioni insieme alla fame e alla guerra sono un potente motore della storia, le loro rotte sono note, l’impatto veloce e immediato. Qui un grafico interattivo di Frontex per farsi giusto una prima idea. Cominciate anche voi a vedere qualche problema pratico? Un paio di note veloci sul taccuino del titolare di List, giusto come memo:

  • Cosa si fa con le navi di Frontex?  L’operazione Triton continua? Certo che sì, non è solo un’operazione di controllo dell’immigrazione ma di anti-terrorismo;
  • Le autorità italiane dicono: “Continueremo a salvare”. Ottimo, ma le sole forze dispiegate dall’Italia sono insufficienti per fronteggiare la crisi migratoria nel Mediterraneo. Domanda: al primo naufragio, alla prima strage dopo il blocco dei porti, come reagirà il governo? E la Presidenza della Repubblica di fronte alle puntuali critiche che arriveranno cosa dirà e farà?
    In base a quale oggettivo e non discrezionale criterio verranno bloccati i porti all’accesso delle navi delle Ong straniere? Le italiane non fanno lo stesso lavoro di soccorso in mare?
  • E’ compatibile con le leggi internazionali, il diritto marittimo, quanto confusamente annunciato dalle autorità italiane?
  • Come si spiega il cambiamento d’opinione del governo e del Pd sulla questione Ong? Solo poche settimane fa il Pd e Renzi erano impegnati in una furiosa polemica contro il Movimento 5Stelle che aveva messo in dubbio il corretto operato delle Ong in mare. C’è una rassegna stampa a disposizione che pesa qualche quintale. Tutto dimenticato?
  • Il blocco dei porti fermerebbe i trafficanti di uomini che dalle coste della Libia organizzano viaggi senza ritorno? Sono bande di tagliagole, imbarcano chi paga e il destino di uomini donne e bambini è l’ultima loro preoccupazione. Il viaggio è senza ritorno, vivo o morto per loro non ha alcuna importanza.

Spaventato, preoccupato dall’impatto sul prossimo voto politico, il governo è stato chiaramente colto da annuncite e mette le mani avanti di fronte a quella che s’annuncia come un’estate drammatica di sbarchi e naufragi. Il corridoio con l’Africa è completamente aperto, la Libia funziona come una portaerei che lancia masse di disperati verso il nostro paese. La realtà è che l’idea all’italiana ha un duplice scopo: mettere sotto pressione l’Unione europea e coprirsi a destra sul piano elettorale. Risultato concreto? E’ tutto da scoprire. Quel che è certo è che non casualmente in questo dibattito da marineria autarchica, c’è un grande assente, il vero centro di tutto, cioè il problema che nessuno ha il coraggio di chiamare con il suo nome e risolvere: la Libia. Saliamo sulla macchina del tempo, andremo avanti e indietro. Dove? La nostra storia comincia a Sirte, è il 20 ottobre del 2011.

Sei anni dopo la fine del Colonnello


Siamo a Sirte, è il 20 ottobre del 2011, il regime di Gheddafi è caduto. I rivoluzionari lo braccano. Dopo la resa di Tripoli il Colonnello si è asserragliato a Sirte. Invano. Anche la sua città natale cade. Gheddafi fugge nel deserto. I droni americani individuano il suo convoglio. Viene catturato. Ferito alle gambe. Picchiato brutalmente. Il suo volto è una maschera di sangue e terrore. Il viso deformato. Il respiro è quello di un leone del deserto che sente le zanne di altre fiere sulla sua carne. Viene trascinato sul cofano di un pick up, il sangue cala sulla fronte, è la vita zampilla via per sempre, una squadra di guerrieri senza onore lo circonda, urlano, “Allah è grande”, Gheddafi è ancora vivo, viene gettato a terra, fine. L’assassinio di un dittatore in diretta, via smartphone, l’orrore della contemporaneità. La dissoluzione dell’umano nel disumano. Gheddafi aveva giurato: “Morirò in Libia combattendo”. Il capo dei rivoluzionari dirà: “E’ stato il nostro piccolo jihad, ora dobbiamo costruire la Libia unita”. Barack Obama, premio nobel per la pace, la sera commenterà: “Avete vinto la vostra rivoluzione, ora avete una grande responsabilità”. Non fu una vittoria, Barack. Fu l’assassinio bestiale di un uomo inerme.

In quel momento il titolare di List ha compreso il destino amaro, feroce, senza scampo che attendeva la Libia: quel paese stava passando dal regime di un dittatore al caos delle bande di criminali e terroristi islamisti. Sono trascorsi quasi sei anni da quel giorno, la Libia è la Woodstock del terrorismo, la guerra non è mai finita, il regime change voluta da Francia, Regno Unito e Stati Uniti non si è mai trasformato in nation building. La Libia è un deserto aperto a tutte le scorrerie, nessuno governa, è la piattaforma di lancio di masse di uomini, donne e bambini che dall’Africa cercano un futuro in Occidente. Questo è il centro di tutto, il caos della Libia, senza pace e stabilità il fiume delle migrazioni non si fermerà mai.

Com’è la situazione sul campo? Ecco la mappa:

In Libia non comanda nessuno. Ieri sono stati rapiti 7 funzionari dell’Onu e loro 12 guardie del corpo, sono stati liberati in cambio del rilascio di tre trafficanti di droga. Questo sarebbe il paese con cui l’Italia fa accordi bilaterali sull’immigrazione? Il premier del governo dell’Onu, Serraj, non ha nemmeno il controllo di Tripoli e in questa situazione di instabilità sul radar del titolare di List brilla un puntino: è una notizia data da Critical Threats, riguarda la liberazione del figlio di Gheddafi, Saif al Islam, un fatto che avrebbe galvanizzato le truppe in campo un tempo fedeli al Colonnello. La liberazione di Saif coincide con l’ascesa dell’influenza del generale Haftar non solo sul piano militare ma anche politico. Il rientro in pista di elementi dell’ex regime – compresa la liberazione del figlio di Gheddafi – sarebbe frutto della sua azione. La guerra in Libia non è finita, è già cominciato un altro conflitto, quello per far cadere il debolissimo governo di Serraj sponsorizzato dall’Onu.

La Libia è un campo aperto. E’ il punto nel quale convergono tutte le rotte dei trafficanti di uomini, di armi, di droga, il passaggio ideale per il terrorismo che si vuol proiettare in Europa (come già abbiamo visto nell’attentato di Londra), è un paese sterminato senza confini protetti. Ancora un paio di mappe e numeri, per sapere, per capire. Questa è la situazione degli sbarchi nel Mediterraneo al 31 maggio 2017 (mancano i dati in esponenziale crescita di giugno, è iniziata l’estate), la fonte è l’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite:

In questa tabella trovate il totale e la suddivisione demografica:


Qui la nazionalità dei migranti che cercano rifugio in Europa:
Non sono libici. Sono uomini, donne e bambini che cercano di sfuggire alla fame, alla guerra, alla persecuzione religiosa. Bastano questi dati oggettivi per spiegare che l’origine di tutto non è in mare. Bloccare i porti italiani alle navi delle Ong servirà a ben poco, il flash che brilla sul monitor è a terra, è la Libia. Un corridoio aperto per la fuga, la speranza, il traffico di esseri umani. Siamo di fronte al tema ciclopico della contemporaneità: milioni su milioni di persone che dal sud e dall’est del mondo migrano verso Nord, è la ricerca della salvezza, della civiltà, di un benessere che abbiamo costruito anche noi con le nostre migrazioni interne ed esterne secoli fa. E’ il motore potentissimo della Storia. Il blocco dei porti alle navi delle Ong dovrebbe sconfiggere questo ciclopico fenomeno? Siamo al tragico che si fa ridicolo. Serve altro.

Fermare la guerra in Libia è il vero tema. E’ questa l’assenza che inchioda l’Europa alle sue responsabilità. Lo sbarramento aereo degli Stati Uniti contro Isis in Libia non risolve il problema delle mille fazioni armate fino ai denti che controllano il polverizzato territorio libico. L’Unione europea a un certo punto cominciò a valutare una strategia per affondare i barconi dei trafficanti.

Wikileaks ha pubblicato nel febbraio del 2016 due documenti fondamentali per capire cosa si può fare e cosa non si può fare in Libia. L’autore delle raccomandazioni per l’Unione europea è l’ammiraglio della marina militare Enrico Credendino, uno che conosce il fatto suo. Il piano era quello di “identificare, catturare, distruggere le barche prima che siano usate dai trafficanti”, questo era il piano proposto. Cosa è fondamentale per il successo di un’operazione simile? Bisogna conoscere dove sono e di chi sono gli obiettivi, è necessaria “la raccolta e condivisione delle informazioni di intelligence”. Chi ha le informazioni? Le fonti libiche. Sono affidabili? No. Troppi rischi. Il piano di intervento rafforzato venne messo nel cassetto per le difficoltà di individuare gli obiettivi e i rischi di pesanti danni collaterali.

E gli scarponi sul terreno? Un piano di intervento con boots on the ground– l’unico che potrebbe assicurare almeno un parziale controllo delle coste – è stato discusso più volte al Pentagono, in sede Nato, a Bruxelles, ma è stato sempre accantonato. Troppo pericoloso. La Libia è un festival di cecchini. Nessuno vuole morire per Tripoli. In Libia sta morendo prima ancora di nascere l’idea di difesa comune europea. Speranze? Macron. Il presidente francese ha una visione neo-gollista della politica, punta al comando della difesa comune europea (per proiezione di forze e armi strategiche – la Francia è l’unico paese Ue ad avere il nucleare – sono ambizioni giustificate) e potrebbe cogliere al volo l’occasione di una missione in Libia per mettere il cappello definitivo sul suo obiettivo politico. Tutto passa per la via di Parigi, l’inizio della guerra con Nicolas Sarkozy e la sua (im)possibile fine con Emmanuel Macron. Nota sul taccuino del titolare di List: Aux Armes!

© List

* Questo articolo è un estratto del numero del 29 giugno di List. List è una boutique editoriale indipendente, senza pubblicità. No banner, no junk-news, solo giornalismo di qualità e news design d’eccellenza. Un prodotto top class ed esclusivo per i lettori. List arriva tutte le mattine sulla tua casella di posta elettronica, è un prodotto first mobile, leggibile su tutti i device. Iscriviti ora alla newsletter. List non si clicca. Si legge.

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