Estratti da List – Helmult Kohl, storia di un gigante

Helmut Kohl è morto il 16 giugno scorso, aveva  87 anni. Oggi ha ricevuto il saluto che meritava un gigante della politica: nell’aula del Parlamento europeo di Strasburgo si è celebrato il primo funerale di Stato dell’Ue, l’omaggio  all’uomo della riunificazione tedesca. La storia di Kohl è una parabola di straordinaria grandezza e dovrebbe essere un memento per quanti oggi fanno politica, vogliono essere classe dirigente. La sua storia è un esempio per tutti gli uomini e le donne di buona volontà, che hanno a cuore le sorti del paese in cui vivono e amano questo spazio che è la nostra storia, l’Europa. La vita di Kohl è stata un’appassionante cavalcata, l’avventura del cancelliere più longevo della storia della Germania dopo Bismarck, l’edificazione giorno dopo giorno della pace in un’Europa distrutta dalla Seconda guerra mondiale, divisa in blocchi dalla Guerra Fredda. Il titolare ripropone sul blog il ritratto scritto in esclusiva per i lettori di List in occasione della sua scomparsa: “Helmut Kohl, storia di un gigante”. Buona lettura dal titolare di List.

Il muro in mente, un solo paese nel cuore. Il muro era quello di Berlino, il paese la Germania unita. Helmut Kohl è morto il 16 giugno del 2017, il suo nome è già sulle pagine di storia, ma il racconto fluviale di un uomo che fu un visionario concreto dell’Europa comincia oggi, là dove tutto era crollato e tutto è rinato: Porta di Brandeburgo, Berlino.

Viviamo nel presente dell’istante senza memoria, l’oblìo questa parola dolce, sottomarina, lenta, è stata sostituita dalla velocità compulsiva del tasto reset di un’era in bit. Perfino la grandiosa opera corale scritta da Helmut Kohl, Ronald Reagan, Michail Gorbaciov, Margaret Thatcher e Karol Wojtyla, è stata lanciata ai confini dell’iperspazio digitale. Un fatto che non fa clic, dunque irrilevante per il contemporaneo. Che errore. La Porta di Brandeburgo, dicevamo, eccola negli anni del Muro:

Juni 1988
Berlin, Brandenburger Tor, Mauer

Appeso alle colonne doriche progettate da Carl Gotthard Langhans nel 1788 per Federico Guglielmo II di Prussia, c’era il pesante manto della polvere della storia, lo sterminio della Seconda Guerra Mondiale, il patto di Yalta, la potenza di Mosca, l’avanzata della giovane America, gli anni della Guerra Fredda, la Germania lacerata, l’Europa terreno di scontro tra fazioni armate.

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Il muro in mente, un solo paese nel cuore. Helmut Kohl si caricò sulle spalle il peso di questa storia. Nato il 3 aprile del 1930 a Ludwigshafen, sulle rive del Reno, nel sud-ovest della Germania, Kohl vide qui, nel luogo dove visse il poeta romantico Friedrich Schiller, la parabola della guerra con gli occhi di un bambino. La città fu bombardata pesantemente, il piccolo Helmut fu addestrato come tutti i giovani ragazzi tedeschi per andare sul campo di battaglia. Ma il destino per lui aveva un altro piano, un altro disegno, un altro racconto. Non era ancora giunto il momento di morire. E la guerra finì, lasciando macerie e morte, dolore e gioia, smarrimento e ricerca del futuro, una pace vigile, tesa, silenziosa, con spari nel buio, missili schierati, un gioco di fumo e specchi, Cia e Kgb, un regno di spie. Due mondi, due Germanie, un muro.

Quando Kohl avanzava, la sua figura trasmetteva una sola parola: politica. E popolo. E Germania. I circoli degli intelligenti a prescindere, il club del cocktail in terrazza, lo consideravano “un campagnolo”, uno che non leggeva, non sapeva, da tenere in disparte, lontanissimo dal cosmopolitismo à la page delle presunte classi colte. Kohl in realtà era intelligente, svelto, razionale, istintivo, ruvido. Era il cuore della Germania, il suo spirito pratico, la sua volontà. Non un paese, ma qualcosa di ben più grande che supera i confini nazionali e diventa quell’universo di immaginario che Thomas Mann chiamava “German spheres”.

La passione di Kohl per la politica non tardò a emergere, era già attivo tra i giovani cristiano-democratici quando si laureò in scienze politiche all’università di Heidelberg nel 1958. Il destino lavorava a testa bassa sulla sua biografia, sul cammino di Kohl spargeva occasioni, dispersioni, vittorie, sconfitte. Gli uomini che corrono spesso non sanno dove vanno, qual è il loro obiettivo finale, dove si fermerà la mano che scrive la loro storia. La loro opera in fieri non prevede una destinazione certa, corrono come Forrest Gump: “Io corro come il vento che soffia”. E Kohl correva. Nel 1959 era già deputato dello stato federale della Renania-Palatinato, dieci anni dopo primo ministro dello stato federale, nello stesso anno divenne vice-presidente della Cdu, la presidenza arrivò nel 1973.

L’appuntamento con la storia si stava avvicinando con il passo lesto e felpato di una lince della Foresta nera. La prima sconfitta di Kohl arrivò nel 1976: era il candidato della Cdu e della Csu alla cancelleria, perse le elezioni contro il suo amico-nemico di una vita, un altro grande della politica tedesca e europea, il socialdemocratico Helmut Schmidt, l’uomo che vide con i suoi occhi l’orrore della guerra, soldato della Wermacht, decorato con la croce di ferro. La seconda guerra mondiale, lo sterminio, il tuono dei cannoni, l’Olocausto, la sconfitta totale, Norimberga, le due Germanie, il muro. La storia rimbalza come una palla da biliardo su queste sponde del tavolo verde, ogni impatto imprime una direzione, crea e distrugge vite, dà una nuova curvatura ai giorni, ai mesi, agli anni, alle storie dei suoi protagonisti inconsapevoli del finale.

Il muro in mente, un solo paese nel cuore. Schmidt non rimase in carica a lungo, il suo governo andò a carte quarantotto nell’ottobre del 1982 e fu costretto a dimettersi. Elezioni, la seconda occasione di Kohl. Il 6 marzo del 1983 la sua coalizione vinse di slancio con 58 seggi di scarto sui socialdemocratici, il piccolo-grande Helmut ora era cancelliere della Germania per la prima volta. La sua politica fu chiara, ferma, tedesca e europea: occidentale, dentro la Nato, con gli Stati Uniti. C’era ancora l’Unione Sovietica dall’altra parte del muro. Il maggior generale dell’Armata Rossa Leonid Breznev aveva lasciato la carica di segretario generale del Partito comunista nel novembre del 1982, al suo posto era arrivato il figlio di un ferroviere, orfano a 14 anni, un uomo dalla biografia incerta che divenne il capo del Kgb con il più lungo periodo di permanenza al vertice dello spionaggio sovietico, Jurij Andropov. La morte di Breznev aveva aperto un altro capitolo della storia, i sassi della montagna russa rotolavano a valle. E Kohl cominciava a sentirne il rumore sordo, l’anticipazione del futuro imminente: le pietre del muro di Berlino che cadevano.

Il muro in mente, un solo paese nel cuore. Mentre Helmut Kohl preparava il suo piano per la Germania, i dadi della storia cominciavano a girare vorticosamente in aria, incrociando le biografie di uomini e donne destinati a fissare le date sul calendario: nel Regno Unito Margaret Thatcher apriva un’era di riforme liberali, lasciando i laburisti in una profonda crisi politica e culturale; negli Stati Uniti Ronald Reagan gettava le basi della sua politica economica, mentre in politica estera rafforzava il legame con il Regno Unito e l’Europa, in una dimensione di duro e serrato confronto strategico e militare con l’Unione Sovietica; a Roma Karol Wojtyla impegnava le armate della Chiesa in una battaglia per la libertà che sarebbe stata uno dei fattori decisivi nel processo di democratizzazione globale raccontato da Samuel Huntington nel libro “La terza ondata”. Furono i compagni di viaggio di Helmut Kohl nella storia.

Il cancelliere si dimostrò quello che aveva promesso: un ottimo capo della Germania, riformatore, moderato, europeo, popolare. Le sue politiche furono premiate dagli elettori anche nelle elezioni del 1987 e da quel momento la storia subì un’accelerazione improvvisa e inesorabile. Andropov era morto, al suo posto alla segreteria del Pcus arrivò nel 1984 Konstantin Černenko, ma il suo regno durò poco e nel 1985 un uomo con una macchia in fronte divenne l’imprevisto a capo del previsto: Michail Gorbaciov. Nessuno sapeva allora che Gorbaciov sarebbe stato l’ultimo segretario nella storia del Pcus. Nessuno sapeva che presto nel romanzo dell’Unione Sovietica sarebbe comparsa la parola “fine”. Nessuno sapeva che il 9 novembre del 1989 sarebbe caduto il Muro di Berlino. Helmut Kohl cominciò a immaginare tutto questo. E vide improvvisamente il futuro: la Germania unita.

Il muro in mente, un solo paese nel cuore. Gorbaciov cominciò a pronunciare parole dal suono strano, erano mappe mai disegnate prima da nessuno nella terra che fu dello Zar: Glasnost e Perestrojka. Trasparenza e un programma di riforme politiche e economiche, si stava chiudendo il sipario del socialismo reale. Ma cosa stava cominciando? Il caos. L’Unione Sovietica era moribonda, il suo sistema economico al collasso, la sua presa sugli altri paesi dell’impero si era ormai allentata. Fu questione di un attimo, quei battiti di ciglia della storia che innescano detonazioni a catena. Helmut Kohl sapeva cosa stava accadendo nei paesi della Cortina di Ferro, aveva contatti costanti con la Germania Est, stava preparandosi al crac e a quello che sarebbe seguito subito dopo.

Quando quella notte del 9 novembre 1989 il Muro di Berlino crollò, non ebbe dubbi: la Germania doveva essere riunificata. E accelerò il suo piano in maniera spettacolare. Mentre i socialdemocratici facevano melina, Kohl andò subito al punto, fece campagna elettorale per i democratici-cristiani della Germania Est nelle elezioni del 1990, puntò a una riunificazione rapida, senza mai farsi distrarre dalle polemiche. Il risultato fu raggiunto in maniera spettacolare il 3 ottobre del 1990 con un’epica strambata della storia: una sola Germania. Il 2 dicembre del 1990 si tengono le prime elezioni della Germania unita: i cristiano-democratici conquistano una maggioranza di 134 seggi. Da quel momento Kohl fu quello dipinto da una copertina di Time il 30 luglio del 1990: “Mr. Germany”.

Come la libertà non è un pasto gratis, così l’unificazione non fu indolore. La Germania dell’Est era un deserto industriale, un problema sociale, un futuro da (ri)costruire. La disoccupazione fu subito il problema dei problemi, le elezioni politiche del 16 ottobre 1994 diedero ancora a Kohl il cancellierato, ma una maggioranza meno solida, solo 10 seggi. Era il preludio del tramonto. Arrivò con le elezioni del 27 settembre 1998 e la vittoria dei socialdemocratici guidati da Gerhardt Schröder. Sedici anni alla guida della Germania, un’era a cavallo della storia mondiale, questa fu la straordinaria parabola di Kohl.

La sua figura oggi appare ancor più grande e unica se la confrontiamo con il panorama dei nani da giardino che ci circondano. Davanti a un’Europa che non riesce a risolvere problemi di piccola dimensione, che si perde nel bicchier d’acqua della contabilità senza responsabilità, della politica estera senza una difesa, dell’immigrazione senza pietas, controllo e programmazione, del tran tran politico senz’anima, della politica monetaria senza politica tout court, la sua opera di riunificazione della Germania, la sua rinuncia al marco per l’euro, il suo costante impegno per la costruzione di uno spazio di cooperazione e pace dove un tempo scorreva il sangue e regnava la fame, appaiono come l’opera di un genio della politica e di un servitore delle istituzioni. Kohl è stato il cancelliere della Germania più longevo dopo Bismarck.

Non fu un uomo senza difetti, ma fu un uomo tutto d’un pezzo. Un uomo. Nel 1999 fu coinvolto nell’inchiesta sui finanziamenti illegali alla Cdu, non aveva dichiarato 2.1 milioni di marchi ricevuti per le campagne politiche. Ammise. E fu dichiarato colpevole. Raccolse i soldi per pagare l’ammenda per il partito, una parte consistente la pagò di tasca sua. Kohl fu umiliato, si dimise dal partito, ma restò un grande anche in questo sottosopra: i magistrati gli chiesero chi fossero i finanziatori, lui non rivelò mai i nomi, “non li ho mai fatti e mai li farò”. Il tribunaletto degli imparrucati con il ditino alzato non ha memoria storica, giudica immaginando l’uomo perfetto, senza ombre, senza un suo doppio. Dovrebbero rileggere le parole che Danton rivolge a Robespierre nel capolavoro teatrale di Georg Büchner, La morte di Danton:

“Io non capisco la parola punizione. Tu, con la tua virtù, Robespierre! tu non hai preso denaro, tu non hai fatto debiti, non hai dormito con una donna, hai sempre portato un vestito decente, non ti sei mai ubriacato. Robespierre, sei di una rettitudine rivoltante”. 

E’ la storia a giudicare, infine. E Robespierre finì ghigliottinato dalle ghigliottine che aveva eretto in piazza. La storia, origine di tutto e vero tribunale finale. Al titolare di List viene in mente una frase di Friedrich Schiller, il poeta che visse nel paese natale di Kohl: “La storia mondiale è la corte di giustizia del mondo”. Un muro in mente, un solo paese nel cuore. Kohl abbattè il muro e riunificò il paese. La storia l’ha già giudicato: fu un gigante.

© List

*Questo articolo è un estratto del numero di List del 17 giugno 2017. List è una boutique editoriale indipendente, senza pubblicità. No banner, no junk-news, solo giornalismo di qualità e news design d’eccellenza. Un prodotto top class ed esclusivo per i lettori. List arriva tutte le mattine sulla tua casella di posta elettronica, è un prodotto first mobile, leggibile su tutti i device. Iscriviti ora alla newsletter. List non si clicca. Si legge.

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