Estratti da List. Wimbledon, il campo divino

Verde. Non c’è possibilità di sfuggire all’incantesimo di quel colore che s’inerpica sulle tribune, s’aggrappa al Royal Box, pulsa sul campo da gioco. Devi alzare gli occhi al cielo, a Wimbledon, per trovare una via di fuga cromatica. Ah, no, ecco, c’è un giallo cinetico che schizza come un proiettile, è il servizio dell’uomo di ghiaccio, la racchetta suona come la cassa di legno di un tamburo, la corda tesa e elastica come quella di violino. La risposta dell’uomo di fuoco è un fulmine carico d’effetto, la palla torna indietro spinta da un rovescio che cambia la curvatura dello spazio, gira su se stessa, attraversa il confine che divide l’uomo di ghiaccio dall’uomo di fuoco, atterra improvvisamente sull’erba, fa un rimbalzo e fugge via, imprendibile. “C’mon!” urla l’uomo di fuoco. L’uomo di ghiaccio non lo guarda. Fissa il verde. Wimbledon, 1980, campo centrale, John McEnroe contro Bjorn Borg.

Il piccolo titolare di List ha 12 anni, è incollato alla tv e da quel momento capisce che il tennis è la cosa più pazza, sublime, inafferrabile del mondo. Più avanti, con gli anni, i chili, le vittorie e le sconfitte, scoprirà che solo altri due campi da gioco possono condurre a quello stato di folle ubriachezza: gli scacchi e le donne. Wimbledon comincia oggi. E’ una storia che va avanti dal 1877, sono 140 anni che il torneo si presenta all’appuntamento. E’ come il ritorno dell’amata che non vedi da un anno: fai finta di resistere, mentre in realtà sei già là, a bordo campo, a fare il raccattapalle.

Wimbledon comincia oggi, nasce nel 1877 quando quelle sagome dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club decisero che quello strano gioco valeva un torneo. Duecento spettatori, biglietto da uno scellino, un vincitore, Spencer Gore. Erano tutti vestiti di bianco, i giocatori. E lo sono ancora. E’ la tradizione di Wimbledon, una cosa che sulla terra resiste, persiste, esiste. Sugli altri campi puoi esibire divise sgargianti, al limite del codice penale, a Wimbledon no, devi essere immacolato, candido, luminoso. I quindicimila occhi del Centre Court ti guardano, nessuna distrazione, please. Le donne arrivarono sul campo da gioco, quasi subito, nel 1884. E non se ne sono mai andate, sono la grazia al fulmicotone del tennis, l’essenza di Wimbledon.

Borg, McEnroe, l’uomo di ghiaccio e l’uomo di fuoco. Era il tennis con la racchetta di legno, presto quel mondo sarebbe finito, ma il tennis e la leggenda di Wimbledon sarebbero andati avanti. Materiali leggeri, preparazione atletica, stagioni lunghe e faticose, il business globale, la televisione, lo stile, il lusso, il denaro, la fama, la sconfitta, la vittoria, la gloria. Per la prima volta nell’era moderna i primi cinque giocatori nella classifica mondiale sono sopra i trent’anni. Cosa è successo? La preparazione atletica costruisce giocatori longevi, genio, muscoli, tenacia, tecnica, sono il cocktail nello shaker, ma le stagioni sono lunghe, lo stress è quello di una guerra di logoramento e alla fine l’ingrediente che pesa, che fa la differenza, che conduce alla conquista del game è quello di sempre, una fottuta, inesorabile, questione di psicologia. E’ sempre lo scontro tra l’uomo di ghiaccio e l’uomo di ferro. E’ nelle pagine meravigliose scritte da John McPhee in Tennis (Adelphi) che vediamo il film dell’Io sul campo da gioco. Non siamo a Wimbledon, ma alla semifinale degli Open Usa del 1968, a Forest Hills, sul campo da gioco ci sono Arthur Ashe e Clark Graebner. Anche quella volta fu tutta una questione di freddo e caldo. E il problema alla fine della fiera è tutto racchiuso in una frase di John McEnroe: “Arrivare fino in fondo”. Nel 1980 a Wimbledon il giovane Paganini della racchetta perde, Borg vince il suo quinto titolo sull’erba del campo centrale. L’ultimo, perché l’anno dopo sarà McEnroe a “arrivare fino in fondo”. L’era di Borg iniziata nel 1976 si chiude con uno spettacolare record di vittorie, comincia quella di McEnroe e di un altro fantastico giocatore, Jimmy Connors. Dio, come scorrono i ricordi: eravamo bambini, il titolare di List andava al campo di terra battuta di Torregrande a giocare con i fratelli, Tore e Pietro. Una palla, una racchetta, un sogno. Giocavamo sulla terra battuta. Nessuno di noi sarebbe diventato un tennista, si capiva lontano un miglio, ma le braccia e le gambe erano colmi giovinezza e ogni volta che sparavi un dritto e incrociavi un rovescio era come stare là, sul centrale a Wimbledon.

Sarà un torneo meraviglioso, in campo i fantastici quattro: Murray, Djokovic, Federer, Nadal. Il detentore del titolo, Andy Murray, nato a Glasgow, in Scozia, l’anno scorso fece impazzire Londra e il Regno Unito. Una volta Jimmy Connors disse: “Wimbledon sui giornali non comincia finché non scendono in campo i britannici”. Snob. Rafael Nadal e Andy Murray saranno in campo già oggi, colpi su colpi, si fa sul serio da subito. Contro Murray ci sarà Alexander Bublik, Kazakhstan, nato nel 1997, un tipetto svelto da non sottovalutare. Nadal incrocerà la racchetta con l’australiano John Millman, uno che sta al 137° posto nella classifica ma qui tutto questo vale fino a un certo punto, siamo sull’erba, non è la scartavetrata terra battuta, non l’iperveloce sintetico, non il cemento, qui tutto si fa straordinariamente veloce, preciso, soffice. E inatteso. E’ Wimbledon. Roger Federer, che straordinario atleta, insegue il record dei record, la leggenda, la cima della storia, l’ottavo titolo. Wimbledon è ricco, Jaguar, Evian, Lavazza, Ibm, gli sponsor pagano perché qui c’è uno spettacolo immortale, soffia un’aria così British che sembra di stare a corte con la Regina, l’eleganza si fonde con il pop, il silenzio si risolve in una cascata d’applausi. Che punto, che colpo, che corsa sotto rete, che smash, santi numi ha fatto la veronica! doppio fallo, palla di servizio, ace, sulla riga.

Freddo, caldo. Forza. Concentrazione. Il gioco non si svolge in campo, è in un altro luogo nascosto, mai dimenticare queste parole di Novak Djokovic: “Ti sembra che l’incontro si svolga in campo, in realtà si svolge fra le tue orecchie”. Il tennis è un infinito dialogo con Io. Freddo. Caldo. Che cosa era Jimmy Connors? Un caldo. E Ivan Lendl? Un freddo. I ricordi scorrono come i titoli d’apertura di un film, passano dall’era di Borg e McEnroe a quella di Boris Becker, Mats Wilander, Stefan Edberg. E le donne, santi numi, come giocano, provateci a intercettare il servizio di Marina Navratilova e il rovescio di Steffy Graf. Wimbledon è tornato, dio sia lodato. C’è Andre Agassi sul campo, è una volpe da terra battuta, vince sul campo centrale una volta, l’erba lo tradisce, la palla gli schizza davanti agli occhi, lo sguardo e il colpo più veloce sono quelli di Pete Sampras. Un altro caldo. Un altro freddo. Comincia oggi, Wimbledon. Aveva ragione quella sagoma che sul campo da gioco diventava un tennista d’irregolare bellezza, Adriano Panatta: “Il tennis l’ha inventato il diavolo”.

Game! Set! Match! Dove siamo? A Wimbledon, dove puoi essere se non qui, vestito di bianco, hai sempre 12 anni, signor giudice di sedia, il titolare lo sa che sei inesorabile, che sei il tempo che scorre, tu assegni il punto finale, sei la sabbia nella clessidra, ma oggi tutto (ri)comincia. Wimbledon.

© List

*Questo articolo è un estratto del numero di List del 3 luglio 2017. List è una boutique editoriale indipendente, senza pubblicità. No banner, no junk-news, solo giornalismo di qualità e news design d’eccellenza. Un prodotto top class ed esclusivo per i lettori. List arriva tutte le mattine sulla tua casella di posta elettronica, è un prodotto first mobile, leggibile su tutti i device. Iscriviti ora alla newsletter.  List non si clicca. Si legge.

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