Estratti da List. Migranti, ecco perché abbiamo perso anche in Estonia

E’ un tipo tosto, conosce la materia di cui si occupa, ma è in un guaio da Superman e lui non ha né il fisico di Clark Kent né i superpoteri di Kal-El, è Marco Minniti, non è nato a Krypton ma a Reggio Calabria, classe 1956, non salva il mondo, ma fa il ministro dell’Interno. Minniti oggi è a Tallin per un vertice europeo sulla sicurezza e l’immigrazione che si annuncia come una doccia fredda, un tuffo nelle acque gelide del Mar Baltico.

Il volto di Minniti ieri mentre ascoltava le repliche alla sua informativa a Montecitorio lasciava trasparire la delusione dell’uomo solo. Il ministro aveva chiesto l’aiuto dell’opposizione e convinto il suo partito a fare altrettanto in aula. Il risultato è che è atterrato a Tallin a mani vuote, senza il sostegno bipartisan del Parlamento, il modo peggiore di presentarsi davanti agli altri paesi europei. Ieri Minniti alla Camera aveva detto che “una missione internazionale con un solo paese che fa una “missione internazionale di salvataggio e accoglienza di un solo paese è impossibile”, che siamo di fronte a una “vicenda epocale che accompagnerà il mondo, non l’Italia”, che non c’è equivalenza tra terrorismo e immigrazione, ma c’è un “nesso tra terrorismo e mancata integrazione e l’accoglienza ha un limite”. Tutte cose ragionevoli, ma in pesante ritardo.

Un fuori tempo massimo non di Minniti – che queste cose le ha sempre sostenute – ma del Partito democratico e della sua classe dirigente. Quello del Pd è il classico appuntamento mancato con la storia: poche settimane prima cedendo come al solito al riflesso di Pavlov dell’ideologia, il partito di Renzi aveva  contestato duramente il Movimento 5Stelle che criticava l’operato delle Ong. Era una delle poche volte in cui i pentastellati avevano ragione. Risultato: qualche settimana dopo il governo Gentiloni minaccia la chiusura dei porti italiani alle navi delle Ong battenti bandiera straniera e chiede nuove regole per le missioni di salvataggio nel Mediterraneo. E’ un epic fail politico che sta dispiegando ora le sue conseguenze. Minniti, suo malgrado, è al centro del Maelstrom. L’Italia è nella bufera da oltre sei anni, dall’apertura delle primavere arabe, dal regime change in Libia, dalla caduta del regime del colonnello Gheddafi. Muammar è morto sei anni fa, in Libia si combatte ancora, non c’è un governo che controlli il paese, anzi i governi sono due e le tribù con cui bisognerebbe mettersi d’accordo sono centoquaranta. Conseguenze per l’Italia di una politica estera europea (e americana, c’erano Obama e la Clinton nella cabina di regia) incapace di fare nation building? Eccole, sono gli sbarchi in Italia in questa tabella estrapolata dal Def del Tesoro:

I partner europei sono poco partner, forse anche poco europei, ma molto concreti. Da tempo l’Unione è regolata con una visione dominante di contrapposizione di forze, stati, nazioni. Predomina il Consiglio, l’organo più politico, la Commissione, l’organo di governo, è in secondo piano. Il Parlamento europeo è importante, ma marginale nel processo decisionale iniziale, l’origine di tutto. Illusi dall’euro-retorica, dal dibattito politicamente corretto, sviati dal grillismo, dal sovranismo, dal sinistrismo, gli italiani hanno perso di vista il senso di fare politica, costruire alleanze, tessere relazioni diplomatiche, non esporre il fianco a facili critiche e conseguenti azioni (gli altri sono concreti) che bloccano in partenza ogni nostra richiesta, anche quando è fondata. Il preludio per Minniti è quello di una missione (quasi) impossibile. E il nient della Germania a pesare come un macigno su tutti i piani italiani: “Non sosteniamo la cosiddetta regionalizzazione delle operazioni di salvataggio”, ha detto stamattina il ministro dell’Interno tedesco Thomas de Maiziere, lo stesso spartito musicale è suonato dalla Spagna, dalla Francia, dal Belgio. Il ministro dell’Interno di Madrid, Juan Ignacio Zoido, ha fatto suonare la campana a morto: “L’Italia ha chiesto aiuto, e noi vogliamo dargliene, ma i porti della Spagna sono sottoposti ad una pressione importante nel Mediterraneo occidentale, aumentata del 140%, che impone anche a noi un grosso sforzo per i salvataggi in mare”.

E’ un quadro più che sufficiente per capire che il buon Minniti ha già fatto una doccia fredda nel Baltico. Potrà spuntare pacche sulle spalle, complimenti, la promessa dell’apertura di altri porti in Africa (Tunisia e Egitto), ma il fronte europeo è compatto contro le posizioni dell’Italia. E’ lui stesso a dirlo: “Sui porti ci sono posizioni contrastanti, l’Italia ne discuterà ancora con la necessaria fermezza”. Per ora rientra a casa con il sì a dichiarazioni e azioni che non risolvono il problema: azione comune in Libia (si vedrà), rinforzamento dei rimpatri (è affare più che altro nostro), nuove regole per le Ong (che non cambieranno granché il quadro). E’ una sconfitta. Perché si è arrivati a questo punto? C’è un peccato originale visibile e uno invisibile. Quello visibile, basta salire sulla macchina del tempo, risale alle trattative per le operazioni Triton e Sophia che il governo Renzi condusse con imprudenza e la solita dose di furbizia italiana che poi si trasforma in boomerang. Emma Bonino ieri ha spiegato bene il punto: “Nel 2014-2016 che il coordinatore fosse a Roma, alla Guardia Costiera e che gli sbarchi avvenissero tutti quanti in Italia, lo abbiamo chiesto noi, l’accordo l’abbiamo fatto noi, violando di fatto Dublino”. Allora il governo pensava di trarre un vantaggio dalla gestione, la realtà degli sbarchi ha frantumato tutte le aspettative. Il secondo peccato originale riguarda la diplomazia dell’Italia in Europa, l’azione del centrosinistra (e del centrodestra in passato) sulla Commissione Ue: abbiamo chiesto flessibilità per finanziare il ciclo della spesa elettorale (questo è, senza tanti giri di parole), abbiamo salvato le due banche venete con il sì della Commissione Ue, ma con la disapprovazione politica della Germania, facendo saltare di fatto il progetto di unione bancaria europea e aggirando le regole del bail-in. Sono fatti che pesano, la Germania e gli altri paesi del Nord della nuova Lega Anseatica guardano all’Italia come a un partner che fa il doppio gioco: la flessibilità chiesta non l’abbiamo usata per fare investimenti, è stata utilizzata per giocare la piccola partita (tra l’altro inutile, visti i risultati elettorali) del consenso e nel frattempo ci siamo persi per strada la grande partita della demografia e delle migrazioni. Risultato: a Tallin  oggi perdiamo.

© List

*Questo articolo è un estratto del numero di List del 6 luglio 2017. List è una boutique editoriale indipendente, senza pubblicità. No banner, no junk-news, solo giornalismo di qualità e news design d’eccellenza. Un prodotto top class ed esclusivo per i lettori. List arriva tutte le mattine sulla tua casella di posta elettronica, è un prodotto first mobile, leggibile su tutti i device. Iscriviti ora alla newsletter.  List non si clicca. Si legge.

1 comments On Estratti da List. Migranti, ecco perché abbiamo perso anche in Estonia

  • Secondo Emma Bonino, ex ministro degli esteri del governo Letta, Renzi avrebbe barattato nel 2014 lo sforamento dei conti pubblici dovuto agli 80 euro, 500 euro agli insegnanti e ai diciottenni, mance e mancette elettorali con una deroga al trattato di Dublino: l’Italia si sarebbe presa tutti i clandestini anche se provenienti da navi estere (il suolo di una nave è parte integrante del territorio del paese a cui appartiene, quindi secondo il trattato di Dublino i clandestini non avrebbero dovuto essere sbarcati in Italia), invocando poi in un secondo momento la redistribuzione degli stessi, alla quale, e giustamente dal loro punto di vista direi, gli altri stati ora si oppongono. Questa ennesima cialtroneria del nostro ex caro premier ha quindi anche causato la figuraccia fatta da Minniti a Tallinn, evidentemente egli non ne era stato messo al corrente. E fra la parola della Bonino e quella dell’ex caro premier non c’è partita.

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