Estratti da List. Fiscal Compact, Renzi insegue Grillo. E perde l’Europa

“Grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente” diceva il Comandante Mao. Grande è la confusione sotto il cielo, ma la situazione non è eccellente in Italia. L’ultima frontiera del partito di lotta e di governo si chiama Fiscal Compact e con questa parola magica il conducator Matteo Renzi pensa di convincere gli elettori euroscettici di destra, di sinistra, di sotto e di sopra che il suo sottosopra è la ricetta giusta per tirare fuori l’Italia dalla palude della bassa crescita. Da tempo Renzi ha trasformato il suo partito – o meglio, il suo messaggio – in un movimento cripto-grillista all’inseguimento dei voti del vaffa. E’ un disegno legittimo, solo che di solito il popolo sceglie l’originale, quello che è già presente sullo scaffale del supermarket politico: dunque i sovranisti della destra votano Salvini, gli anti-tutto votano Grillo e quelli più à gauche di Renzi non votano Renzi. E’ tutta una questione di posizionamento politico, i risultati degli ultimi turni elettorali dicono che quello scelto da Renzi è sbagliato, ma il segretario pensa di essere nel giusto e dunque ogni discussione è chiusa. Resta aperta la questione di fondo: la strategia di Renzi è quella giusta? Impedire con il veto dell’Italia l’inserimento del Fiscal Compact nei Trattati europei darà all’Italia i benefici di cui parlano nel Pd? Stamattina il ministro dei Trasporti Graziano Del Rio ha cominciato la campagna mediatica di sostegno al segretario con un’intervista a La Stampa. Cosa dice il buon Del Rio? Se la cava come un politico, in maniera sbrigativa: “Il Fiscal compact non è il Vangelo. È servito alla crescita dell’Italia o della Grecia? La risposta è no. Oggi c’è bisogno di stimolare la crescita aumentando gli investimenti e abbassando la pressione fiscale”. Andiamo al punto: dire no al Fiscal Compact nei Trattati e fare riferimento alle sole regole di Maastricht come dice Renzi nel suo libro (“tornare per 5 anni ai parametri di Maastricht, con il rapporto deficit-Pil al 2,9%”) sortirà qualche effetto? Il futuro non è ipotecabile né per gli ottimisti né per i pessimisti, ma la realtà offre alcune certezze nel presente. Il primo dato di realtà riguarda la cavalcata del nostro debito pubblico in rapporto al prodotto interno lordo:

E’ là, vicino a quota 135 per cento del Pil, al suo record storico a quota 2.270 miliardi di euro. E’ il terzo debito pubblico del mondo. La sua presenza non sembra destare particolari preoccupazione nel Pd e neanche a dire il vero negli altri partiti. Il debito è una cosa in se del tutto irrilevante per la politica. Peccato che su questo debito l’Italia paghi gli interessi ai suoi sottoscrittori e negli ultimi anni il nostro paese abbia goduto di un lunghissimo periodo di tassi bassi e un a generosa mano offerta dalla Banca centrale europea che ha acquistato finora oltre 264 miliardi di euro di nostri titoli di Stato. In condizioni favorevoli irripetibili l’Italia è riuscita lo stesso a far crescere il debito, ma questi sono dettagli che interessano il titolare di List, i suoi attenti lettori e pochi altri. Andiamo avanti. Il tasso medio del collocamento dei titoli di Stato italiani dal 1990 a oggi è letteralmente crollato, ecco un grafico del Tesoro che spiega in quali condizioni eccezionali ci troviamo in questo momento:

Siamo passati dal 14 per cento del 1992 (anno di un’altra crisi dimenticata dagli italiani, quella della speculazione sulla lira di George Soros, della manovra monstre e il dissanguamento delle riserve di Bankitalia per difendere la moneta e il prelievo forzoso sui conti correnti del governo di Giuliano Amato) al tasso di interesse medio dello 0,76 per cento di oggi. In mezzo, ci sono ventisette anni di storia e molte lezioni che non sono state imparate. Se torniamo indietro a soli sei anni fa, nel 2011, il quel tasso di interesse oggi così favorevole era fissato a quota  3.61 per cento, cioè quasi tre punti sopra quello attuale e se facciamo il piccolo sforzo di proiettarci indietro a dieci anni fa, nel 2007, quel tasso era ancora più alto, era pari a 4.14 per cento. Cosa significa tutto questo? Che questa fase non è eterna, i cicli finanziari si ripetono, che il tempo lungo dei costo del debito bassissimo sta per finire, che Renzi con la sua strategia di demolizione del Fiscal Compact sta svegliando il can che dorme. Chi è? I mercati, che non sono un’entità astratta, ma persone che ogni giorno dalle loro postazioni telematiche comprano e vendono titoli del debito sovrano dei vari paesi, tra cui l’Italia. Un paese che si presenta in Europa come lo sfascia carrozze istituzionale alimenta il sospetto che ci sia qualcosa di instabile e malato nel suo sistema politico. Il sospetto in realtà è una certezza, ma restiamo al Fiscal Compact, il totem che Renzi vuole abbattere.

Prima di tutto, una rinfrescata generale ai partitanti smemorati, questo è il risultato della votazione finale sul Fiscal Compact, era il 19 luglio del 2012, eravamo in piena emergenza finanziaria:

Servono commenti? Non c’è bisogno, grazie, è tutto molto chiaro.    Pareggio di bilancio, fiscal compact e riforma previdenziale furono i pilastri per mettere in sicurezza i conti italiani che ballavano la rumba dello spread, cioè un versamento giornaliero di sangue per finanziare il collocamento del debito di cui oggi tutti si sono dimenticati.

List sul tuo smartphone. Iscriviti alla newsletter: www.newslist.it

Renzi pensa di risolvere il problema usando le sole regole di Maastricht, ma naturalmente il diavolo fa le pentole e non i coperchi. I parametri di Maastricht sono cinque non uno solo, quello del 3 per cento a cui il segretario del Pd s’aggrappa come un naufrago stringe il salvagente nel mare in tempesta. Cinque, dicevamo: stabilità dei prezzi, tasso di cambio, tasso di interesse a medio termine sono i primi tre. Gli altri due riguardano il renzianissimo (da oggi è battezzato così nei circoli del Pd) rapporto tra deficit-pil e l’ultimo, il quinto, riguarda il rapporto tra debito pubblico lordo e Pil e stabilisce che il debito non possa superare il 60 del Pil alla fine dell’ultimo esercizio di bilancio concluso. L’Italia, come abbiamo visto nel primo grafico di questo numero di List, sta ampiamente sopra l’iperbolica quota del 130 per cento, siamo secondi solo alla Grecia, un paese in pieno bail-out che respira grazie alle iniezioni d’ossigeno monetario dell’Unione europea. Finora su quest’ultimo punto gli altri paesi ci hanno lasciato fare, anche in virtù del fatto che il debito è aumentato un po’ per tutti. Ma quest’era di benevolenza sta finendo perché l’Italia dopo aver sfiorato il default ha di nuovo cominciato a gestire in allegria i propri conti chiedendo flessibilità, ottenendola ma spendendola in misure che definire elettorali è riduttivo. Aver fatto un lavoro decente nel rapporto deficit-pil in questi anni, non ci assolve dall’altro problema, la riduzione del debito, proprio come stabilito dalle regole di Maastricht invocate da Renzi. Dunque, volendo fare ancora una volta i furbi, il risultato finale potrebbe essere il seguente: andiamo in Europa, battiamo i pugni sul tavolo, mettiamo il veto al Fiscal Compact, sventoliamo la bandiera e mentre stiamo cantando vittoria Parigi e Berlino dicono: alt, dovete rispettare le regole di Maastricht che state invocando per la vostra immunità fiscale, presentate un piano credibile – non come gli ultimi presentati da questo e altri governi – per ridurre lo stock di debito. Ah, certo, la soluzione sarebbe nella crescita, se cresce il Oil siamo a cavallo. E allora, campa cavallo.

La strategia di Renzi è elettorale, non tiene in alcun conto la realtà dei fatti e le scadenze istituzionali italiane e europee. L’articolo 16 del Fiscal Compact in questo senso è illuminante, cosa dice? Eccolo:

Al più tardi entro cinque anni dalla data di entrata in vigore del presente trattato, sulla base di una valutazione maturata in sede di attuazione, sono adottate in conformità del trattato sull’Unione europea e del trattato sul funzionamento dell’Unione europea le misure necessarie per incorporare il contenuto del presente trattato nell’ordinamento giuridico dell’Unione europea.

Il Fiscal Compact è in vigore dal 1° gennaio 2013, dunque mancano ancora due anni all’incorporazione nei Trattati dell’Unione, ma l’Italia rompe patti e piatti subito perché ha un problema: si vota. Il problema del Pd diventa così un caso, la tribù della sinistra (a cui prontamente si accoda quella della destra che urla “no, bisogna fare di più”) batte le lance sugli scudi, marcia su Bruxelles come una (vuota) testuggine romana e il brillante risultato di quest’operazione di maquillage elettorale è che si stanno svegliando quelle figure che tutti i giorni muovono il denaro, i nostri sottoscrittori di debito pubblico e non solo, i mercati.

Il timing scelto dal segretario del Pd e dai suoi collaboratori, consiglieri, amici, testimonia il fenomenale ingegno che sta lavorando a questo piano: tutto questo accade mentre le banche centrali stanno concertando il soft landing della politica monetaria espansionistica adottata dagli anni della grande crisi del 2008 fino a oggi. La Federal Reserve da tempo è in fase di rialzo dei tassi e dalla pubblicazione delle ultime minute sappiamo che ridurrà anche lo stock di titoli in portafoglio; il presidente della Bce Mario Draghi ha cominciato la manovra di avvicinamento del sul jumbo alla pista d’atterraggio, la crescita nell’Eurozona è sostenuta (caro ministro Del Rio, è un problema nostro, la crescita anemica, non degli altri e questo dovrebbe far riflettere sulle cause interne del nostro sistema economico), l’inflazione è trainata al ribasso dal rallentamento dei prezzi energetici, ma è chiaro che dopo le elezioni in Germania (23 settembre) a Francoforte si gioca la partita con le regole di Jens Weidmann (presidente della Bundesbank) e la per la quarta volta cancelliera (se le previsioni vengono rispettate) Angela Merkel. In questo quadro, l’Italia è il vaso di coccio tra i vasi di ferro, ma tutto questo non conta nulla, siamo in piena fase Giamburrasca e dunque via il Fiscal Compact, viva Maastricht e Italia-Germania è sempre 4 a 3.

Così una pur necessaria discussione intorno alle regole europee, allo stesso Fiscal Compact e alla politica della Bce, viene ridotta a un problema di inseguimento di Grillo, a uno streaming su Facebook, a un non streaming della Direzione del Pd. I segnali di un altro flop in Tallin style (porta e porto in faccia sulla crisi dei migranti) ci sono tutti. Basta leggere, neanche tra le righe, cosa scrive il Wall Street Journal:

Senza il paracadute della Bce sui titoli di Stato e con un rialzo in vista dei tassi di interesse di interesse cosa succede alla già fragile ripresa italiana? E’ un quesito che né il Pd né il governo sembra porsi seriamente. Si vota, bisogna inseguire Grillo, incrociare le dita e poi si vedrà. Si chiama navigazione al buio, di solito finisce con qualcuno che accende le luci e scopre ormai troppo tardi che la nave sta finendo sugli scogli. EuroIntelligence stamattina apre con questo incipit: “Stiamo avvicinandoci rapidamente al punto in cui dobbiamo chiederci quando il resto d’Europa si interrogherà se il Partito Democratico è realmente rimasto l’unica forza pro-Europa in Italia – o se in realtà non ci siano grandi differenze tra i tre maggiori partiti: il Pd, il Movimento 5Stelle, Forza Italia e i suoi alleati”. Wonderful, la trasformazione kafkiana di un partito riformista in un ibrido tra Grillo, Salvini e Berlusconi. Tutto questo mentre Macron e Merkel in autunno cominceranno a (ri)scrivere le regole della governance europea. L’Italia si porta avanti da par suo, grazie alla mossa di Renzi: siamo già con un piede fuori dalla porta.

© List

*Questo articolo è un estratto del numero di List del 10 luglio 2017. List è una boutique editoriale indipendente, senza pubblicità. No banner, no junk-news, solo giornalismo di qualità e news design d’eccellenza. Un prodotto top class ed esclusivo per i lettori. List arriva tutte le mattine sulla tua casella di posta elettronica, è un prodotto first mobile, leggibile su tutti i device. Iscriviti ora alla newsletter.  List non si clicca. Si legge.

Leave a reply:

Your email address will not be published.

Site Footer

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: