Estratti da List. Avanti è rimasto indietro. Lettura critica del libro di Renzi

Winston Churchill all’inizio del Novecento era lo scrittore più pagato d’Inghilterra. Neanche trentenne – lo ricorda Boris Johnson in una bella biografia intitolata “The Churchill Factor” pubblicata da Riverhead Books – Churchill aveva già scritto cinque best-seller, incassato 250 sterline al mese (circa 10 mila sterline oggi) per la copertura della guerra dei Boeri e preso l’astronomica cifra di 8 mila sterline dell’epoca per scrivere la biografia del padre. Del padre, non la sua. Churchill a quell’età era già una star, aveva rischiato la vita un bel paio di volte in battaglia, aveva cavalcato, sparato, raccontato un Altro Mondo, i suoi libri e reportage facevano parte dell’immaginario degli inglesi e il suo destino politico, quello del campione della libertà, non era scritto nei libri, ma nelle azioni.

Un politico con in testa una carriera (anche) da memorialista – per soprammercato di se stesso – dovrebbe prima fare un giro nella macchina narrativa di Winston Churchill e farsi almeno due domande: ho qualcosa di veramente importante da dire? so scrivere quello che voglio dire? Matteo Renzi non si è posto il quesito e il risultato è “Avanti”, un libro che dovrebbe raccontare “perché l’Italia non si ferma” e in realtà spiega in un involontario coming-out psicologico quali sono le ragioni per cui Renzi non si ferma a pensare a quello che sta facendo. Renzi ha un solo obiettivo: occupare lo spazio della comunicazione. Nel libro non dice quasi niente, ma occupa benissimo il campo da gioco dei media con la pronta collaborazione dei giornali in cerca non di contenuti ma di pop politics e buone relazioni di potere. L’esito finale è che il libro del segretario del Pd ha già stabilito un record: è il volume più anticipato e meno recensito nella storia di tutta la saggistica italiana.

Come sanno i lettori di List, da queste parti non si clicca, si legge, dunque il titolare non anticipa nessun capitolo integrale o stralcio del libro di Renzi perché è già stato ampiamente svelato e fatto esplodere come una bomba a grappolo sui media. Di fronte a un’adesione così totale alla diffusione senza l’accompagnamento di un testo che ne introduca la lettura, fare in fondo una cosa semplice, la recensione del volume, la sua lettura critica, rischia di essere un’operazione da lavoratori atipici della penna. Che si fa? Andiamo… Avanti.

Partiamo da un paio di certezze iniziali: Renzi non è Churchill,  Renzi non è uno scrittore. I due dettagli non sono un’aggravante, ma punti fermi che servono a avvicinarsi con prudenza al libro, a ricordare che parliamo di un giovane politico italiano che non è vissuto in tempo di guerra, non ha combattuto in Sudan, non ha sconfitto Hitler e ridato la libertà all’Europa. Renzi, nonostante lui spesso creda il contrario, non è ancora entrato nel Pantheon dei grandi uomini del nostro tempo, è uno che sta “sminestrando” (termine renziano) la politica ad alto livello, ha una lunga carriera davanti (e una già dietro) e purtroppo non ha la prosa che serve per mascherare l’immaturità della sua pur fulminante, sorprendente e rutilante stagione al potere.

“Avanti” è un’operazione di marketing politico-editoriale condotta abilmente da Renzi e messa in navigazione dall’esperienza di un editore che si chiama Feltrinelli. E’ distribuito in maniera capillare da un’organizzazione perfetta, ha una copertura mediatica totale (e straordinariamente acritica sulla qualità del libro e del suo autore). Il successo sul piano del “rumore” è stato già ottenuto, l’occupazione dello spazio un fatto già registrato in diretta e in differita, online e offline. Ma dopo il rumore, cosa resta? Ci sarebbe da scrivere, recensire sul serio il libro. Quello anticipato da tutti e quasi da nessuno davvero recensito. Vediamone insieme la struttura, la scansione del plot (se esiste), i capitoli, il linguaggio, la scelta della copertina, insomma il bric-à-brac che fa di un libro un oggetto e soggetto d’esposizione.

Duecentotrentacinque pagine, una breve auto-introduzione, cinque  capitoli, una dedica, una citazione generale in epigrafe, una citazione iniziale per ogni capitolo, un indice dei capitoli, nessun indice dei nomi, nessuna bibliografia, zero note a margine, un solo protagonista che domina tutto il racconto: se stesso, Renzi. E’ indubbiamente il classico instant-book (non troppo instant, come vedremo) che è perfettamente sintonizzato con l’essenza di Renzi: catturare l’attimo e dimenticarlo subito. Il non-instant della sua genesi editoriale da stop and go è che Renzi immaginava di farlo uscire dopo la vittoria al referendum costituzionale, ma qualcosa è andato storto con la maggioranza degli italiani, il lancio è stato stoppato e poi ha ritrovato la sua occasione d’uscita con la riconquista della segreteria del Pd. Lo scopo del libro è quello del rilancio politico dell’unico personaggio della vicenda, sempre se stesso. Dopo vari tentativi andati a vuoto, ripensamenti e dubbi, alla fine l’agenda e il destino hanno dato  al nuovamente segretario del Pd uno spazio del calendario che era solo questo: non prima della scalata al partito e non dopo l’appuntamento con le elezioni regionali in Sicilia che potrebbero rivelarsi un altro scoglio per il Pd. Il momento per Renzi è tutto, è il solo significato davvero che conta, la scelta del tempo d’esecuzione in politica è fondamentale, è una qualità che Renzi possiede e sposa con la velocità. Per uno scrittore però le cose cambiano e in questo caso noi ci troviamo di fronte a Renzi che scrive cose politiche su stesso, un leader di poco più di quarant’anni che si cimenta con le sue memorie da statista. E’ un proposito prometeico rispetto all’esperienza del soggetto. Solo che l’iperbole del desiderio stride con il reale, con i dati della vita, come le unghie sugli specchi. Poco tempo fa è morto Helmut Kohl, un gigante della politica europea di tutti i tempi, l’uomo della caduta del Muro di Berlino e della riunificazione della Germania, l’architetto politico dell’Euro, il Mr. Germany di una copertina di Time. Bene, quest’uomo scrisse dopo la fine della sua gloriosa stagione un volume sui suoi taccuini nel 2000 (Mein Tagebuch 1998 – 2000), la sua autobiografia solo pochi anni fa, un appello per l’Europa nel 2014 e prima un profilo di Konrad Adenauer e un racconto sull’unificazione (dopo averla fatta), ma l’opera di cui andava veramente orgoglioso era un viaggio culinario della Germania. Il tempo ha i suoi ritmi, a volte anticiparlo è un grande errore. E per un politico che vuole raccontare la sua storia, il tempo diventa prezioso e brillante quando si è sedimentato, s’è fatto solida esperienza, vittoria, sconfitta, lacrime, gioia, una certa praticaccia della vita che diventa pazienza, attesa, memoria. Renzi no, è diventato il velociraptor della memorialistica politica.

La copertina del libro è on the road, una foto tratta dall’archivio Getty, una strada in saliscendi, senza un soggetto in movimento, un percorso di solitudine che dovrebbe essere uno sguardo languido e speranzoso sul domani, se non fosse che il titolo piazzato al centro come un intruso (eccolo, l’Io ingombrante di Renzi) ne spegne il flessuoso gioco ondulatorio. Il nome dell’autore brilla di giallo (è la nuova scelta cromatica del renzismo, lo stesso colore usato nell’operazione dei militanti del Pd con la scopa in mano a Roma) il corpo è uguale a quello del titolo del volume, ma espresso in bianco e  da questa scelta di tono si capisce che ciò che conta non è il libro ma l’autore. La quarta di copertina è uno scatto di Tiberio Barchielli (il suo fotografo ufficiale) con Renzi in bicicletta, un bianco e nero, dominato dalla camicia bianca d’ordinanza, le maniche tirate su, come si conviene a ogni progressista cool, la bicicletta ha le ruote semi-sgonfie. E’ un ritratto in surplace dove non si pedala, non è il flash di una corsa  alla Romano Prodi, il prof era uno che sudava tra l’Emilia e il West, qui di sudore non se ne vede l’ombra, c’è il tentativo di fissare l’Italia in un gioco di luci e ombre che si stampa sul volto del gitante di un bucolico paesello, sempre Renzi. E’ la presentazione di una sagoma che sta dicendo: sono normale, non sono il potere, mi vedete, vado in bici, sono il ritratto della modestia, il nuovo Renzi.

La dedica iniziale è “a chi mi ha permesso di non mollare” e ognuno dedica i libri a chi vuole. L’epigrafe che apre il volume è di Italo Calvino, Eugenio Scalfari ne sarà contento ma siamo già pericolosamente nel territorio della scelta presa al discount della retorica in progress. Ogni capitolo viene introdotto da una citazione, un nobile cappello per dare un tono alla prosa, in ordine ritroviamo le frasi più o meno memorabili di Gabriel Garcia Marquez (vabbè, ci può stare), Oscar Wilde (geniale, Wilde), Dag Hammarskjold (vi state chiedendo chi sarà mai? Era un politico svedese, fu segretario generale delle Nazioni Unite, gli diedero il premio Nobel alla memoria), Martin Luther King (serve sempre), Pierre-Georges Latécoère (francese, pioniere della posta aerea), Aldo Palazzeschi (scrittore fiorentino, autore de Le Sorelle Materassi: “Non vi è sposa fedele che almeno con gli occhi non abbia tradito il coniuge parecchie volte”).

Si suppone che questo sia il Pantheon del momento di Renzi, quello che serve allo scopo: un visionario sudamericano dalle trame secolari, un dandy e uno snob nella vita e nella letteratura, un politico scomparso tragicamente che lavorava per la pace, un uomo dei diritti e dell’uguaglianza, un figura simbolica del fare e del non mollare (tipico del discorso renziano), un funambolo della letteratura italiana. E’ Renzi? Questo è quello di quando ha scritto il libro. Renzi cambia, il suo fregolismo politico è un’arte. Così si propone al lettore supponendo che il libro sia un non-luogo e invece è un posto fisico dove si consumano matrimoni e divorzi. Se le citazioni in epigrafe vi sembrano in fondo un dettaglio rispetto al testo, il titolare di List non dimentica mai che il diavolo s’annida nei dettagli.

Il volume nella libreria Feltrinelli di via Vittorio Emanuele Orlando a Roma è esposto tra le novità, non ha una fascetta di presentazione, è offerto con il bollino dello sconto del 15 per cento. Il titolare di List l’ha regolarmente comprato, compensando il breve smarrimento interiore all’atto del pagamento dell’opera renziana con l’acquisto dell’ultimo libro del fisico Carlo Rovelli, edito da Adelphi, che guarda caso si intitola “L’ordine del tempo”. Il libro di Rovelli ha molto a che fare con quello di Renzi: nel presunto saggio del politico tutto questo tempo è divorato, consumato, posseduto, compresso, impacchettato e raccontato come se fosse già sedimentato, un grandioso passato che è già Storia e limpida memoria del segretario fiorentino; nel delizioso libro di Rovelli il tempo è pensiero scientifico e filosofico, un mix di divinità e leggi della fisica, comprensione, rallentamento, immagini didascaliche, spiegazione, umiltà, Aristotele, Newton, Einstein e la consapevolezza che “l’universo dipana il suo divenire trascinato dal tempo, secondo l’ordine del tempo”. Nel libro di Renzi questo tempo, il tempo di Matteo, non è spiegato, ma piegato, accelerato dal compulsivo desiderio dell’autore di affermare continuamente se stesso, la sua impresa, il suo ieri, oggi e soprattutto domani.

L’introduzione e i cinque capitoli seguenti di Avanti sono la cronaca raccontata in prima persona da Renzi della sua esperienza politica. Non c’è niente di trascendentale in tutto questo, ma fin dalla prima riga Renzi considera il fatto eccezionale: “Diciamolo subito: questa storia è strana”. Cominciare “subito” un libro con un “diciamolo” è il modo migliore per rovinare un racconto e gettare il napalm sulla prosa, ma Renzi non è uno scrittore, non abita nel mondo della produzione letteraria, non ha nessuna raffinatezza stilistica. Egli parla. E scrive come parla. La traduzione in scrittura del suo stile televisivo sincopato, singhiozza in pagina con frasi assertive, un rally di affermazioni dove si sente solo il rombo del motore renziano, un sibilo assordante, la marmitta che scoppietta. Presentarsi fin da “subito” con il doppio ruolo dell’io narrante e del protagonista di una storia “strana” è impresa che richiede grandi polmoni, capacità stilistiche, un certo talento letterario. Qualità rare tra gli scrittori, figuriamoci tra gli uomini politici per i quali il vero campo da gioco è sempre quello dell’azione. A meno che tu non sia Winston Churchill. Solo che Renzi non è Churchill. E fin dalla prima pagina si capisce che siamo di fronte a un caso di esplosione dell’Io che si manifesta nel banale: “La politica ha il potere, sì. Il potere di cambiare le cose”. Con tutto il rispetto, il vero segretario fiorentino, Niccolò Machiavelli, queste cose le ha spiegate con una certa cura del dettaglio e del linguaggio qualche secolo fa. Ma andiamo…Avanti.

Il primo capitolo del libro è sull’uscita da Palazzo Chigi, Renzi chiede lo scotch per fare i pacchi, ha perso il referendum si dimette. C’è tutto il racconto di Renzi, arriva fino alla scelta del suo successore, Paolo Gentiloni e va oltre in un rigoroso disordine sparso, inghirlandato di progetti di riscossa, rivincite, grandi speranze e rullar di tamburi. C’è tutta la fretta di Renzi. Anche nello scrivere e nel non rileggersi. Sono i dettagli rivelare gli uomini e a pagina 38 c’è una ripetizione che è un flash sul modus operandi di Renzi. E’ un passaggio, un dettaglio in apparenza insignificante, in cui difende la calata dei fiorentini al governo, eccolo: “Qualcuno riesce a fare polemica perfino contro Carlo Conti…”. Sei righe dopo, ancora: “Su qualche quotidiano perfino uno come Carlo Conti viene messo nel mirino…”. Non c’è solo una ripetizione della frase e del tema (segno di una rilettura frettolosa del testo),  c’è il vero ambiente naturale di Renzi: la televisione, l’entertainment, lo spettacolo. Renzi è contemporaneo proprio per questo, è uno dei suoi punti di forza, ha il senso del tempo televisivo, la battuta pronta, ma quando trasporti in un libro la video-generation, alla quale lui culturalmente appartiene, il risultato è un racconto che ha la stessa profondità del lancio di un video musicale su MTV. E’ questione di un attimo e oplà, eccoci a Sanremo, con Renzi che nel libro difende i dati Auditel del Festival di Carlo Conti. Può farlo, ma questa sua testimonianza, questa appassionata arringa per Conti e il Festival sono la trasformazione del libro nel palcoscenico di un dejà vu, la replica di tutto il Renzi che gli italiani hanno già visto.

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Quando il segretario del Pd scrive che “è ora di rimettersi in marcia, di riprendere il trolley e non più i voli di Stato”, non aggiunge niente a quel che gli elettori non solo hanno capito, ma hanno deciso con il voto sul referendum. Il trolley come simbolo della nuova politica. E’ un leader che ha senza alcun dubbio un urgente bisogno di altre metafore. Renzi continua a esprimersi con un linguaggio – e dunque un messaggio – che nel libro finisce per banalizzarlo in eccesso, non restituisce tutta la complessità – e le non poche qualità – che invece fanno parte della sua figura. Non c’è niente di tragico in tutto questo, ma è proprio l’assenza del tragico – e dunque del grande – a diventare la cifra stilistica del suo racconto. E le contraddizioni politiche che emergono come iceberg sono il non-risolto di Renzi che riducono il libro a una produzione dell’istante – rieccolo, il tempo – che non dura, non matura, resta la prima stesura di un’idea che non regge alla prova dei fatti, la realtà. Quello che di Renzi colpisce in quest’operazione di marketing politico-editoriale è il fatto di non aver colto che il libro non è una parola nell’etere che poi svanisce, non è il flash di un’immagine che evapora, non è il talk-show da 60 minuti e poi tutti a casa e domani è un altro giorno, ma è un oggetto fisico che resta, è memoria, tempo sedimentato. Nel suo caso, il racconto di un politico di primissimo piano, quello che c’è scritto assume peso, significato, leggerezza o non-sense, a seconda dei suoi comportamenti nella vita reale, della sua azione politica, del suo divenire soggetto di governo o opposizione. Quando nel capitolo sul futuro della sinistra Renzi scrive “il Pd rappresenta oggettivamente la diga più coriacea contro il populismo”, dovrebbe interrogarsi sull’altro Renzi, quello che in televisione e sui giornali poi dice di voler mettere il veto sul Fiscal Compact, usare le regole di Maastricht dimenticando che tra queste però c’è anche quella sul rapporto tra debito e pil, cioè il macigno dell’Italia.

Qual è il Renzi vero? Quello che scrive? O quello che appare in video? Siamo di nuovo alla Grande Sorella, la televisione. Siamo a Mike Bongiorno: vuole la busta numero uno, due o tre? E’ vero che Renzi andò alla Ruota della Fortuna e probabilmente questo per lui ha avuto l’impatto di un imprinting d’infanzia, ma il suo innato senso per lo spettacolo, il suo efficace senso del ritmo televisivo, nel libro diventano un problema alpino, sono una continua salita e discesa senza corda, un ruzzolone, uno scarpone incastrato tra le rocce, una performance che ha perfino dei momenti di surreale e involontaria comicità: “L’idea che “Stai sereno” sia una fregatura mi ferisce”. Il titolare di List non ne dubita (del dolore di Renzi) ma è altrettanto certo dal punto di vista storico di un fatto: Letta è saltato dopo quella frase. Aggrapparsi al dettaglio, tornarci sopra come un’ossessione, sentire la necessità di dargli un contesto diverso da quello percepito – e dunque in qualche maniera comunicato – è il sentimento che attraversa tutto il libro. C’è un’ansia che si addensa su questo disordinato diario che ha il pregio indubbio di far accendere una torcia sull’irrisolto di Renzi, il suo linguaggio naturale in televisione e così caotico, sciatto, che fa emergere il suo doppio, la sua fretta, la sua capacità di surfare abilmente in superficie e la sua difficoltà ormai palese a immergersi, andare in profondità, spiegare e non piegare, allargare e non chiudere, ascoltare e non ascoltarsi.

Tutto quell’Io che si auto-impagina avrebbe avuto un bisogno disperato, paziente e rigoroso di una mediazione. La forma dell’intervista, del dialogato, del contrappuntato, avrebbe giovato moltissimo al segretario del Pd. L’avrebbe costretto a riordinare le idee, scartare tutti i suoi registri retorici che sono consumati, sfibrati e dannosi per la sua idea politica e il suo partito, mettersi in discussione non con un dialogo interiore che nel libro tra l’altro non c’è, ma con un partner di dibattito, un altro pugile sul ring, prima e durante la stesura del testo. Senza confronto, in tipografia hanno stampato il soliloquio di un politico che si è smarrito. Il progetto del volume è un guazzabuglio fin dalla sua struttura base. Un libro che parla di fatti, eventi, cose, personaggi e non ha un indice dei nomi è incompleto perché privo di uno schema di navigazione e ricerca pre e post lettura. Un libro che vorrebbe essere come minimo una puntuale ricostruzione fatta dal principale protagonista di quell’epoca – troppo vicina per diventare storia, ma abbastanza lontana da diventare almeno buona cronaca – avrebbe avuto bisogno di una cronologia grafica, di una serie di riferimenti bibliografici e link politici, di un corredo fotografico esclusivo, di un momento pubblico con un discreto ma necessario sguardo privato. Il titolare di List ha ricordato la biografia su Churchill scritta da Johnson, attuale ministro degli Esteri britannico. La cura di quel volume, il lavoro di uno scrittore che fa il politico su un’icona della Storia, è un fortissimo contrasto con il mordi e fuggi che è il fedele tratto distintivo di Renzi, il suo problema principale. La copertina, la cura di ogni particolare, la presentazione, la timeline degli eventi, le note, la bibliografia, l’indice dei nomi sono la bussola necessaria per un’immersione totale nel mondo di Churchill.

E’ vero, il titolare ha precisato fin dall’inizio che Matteo non è Winston, ma Renzi è pur sempre un protagonista della vita politica italiana e anche se i suoi piani non dovessero riuscire, se non altro per ragioni anagrafiche – e assenza per ora di avversari di peso nel suo campo da gioco – lo sarà ancora in futuro. Il problema sia chiaro, non è dell’editore, Feltrinelli ha un’eccezionale esperienza, ma ha trovato un autore che ha un tempo di concentrazione limitato, pensa alla comunicazione e non a cosa comunicare, è sintonizzato sulla trasmissione e non sulla produzione, è post e non pre.

E’ quanto di più inadatto per un libro, un prodotto che per definizione non è On Air, ma è meravigliosamente Off. E’ un lavoro artigianale che ha bisogno di duro lavoro, ordine, creatività, tanto amore. Il libro non è il parto dell’immediatezza, ma della riflessione, di un tempo lungo che non è previsto nel dna renziano. Il problema è sempre quello, Renzi anche in questa operazione editoriale ha avuto un solo nemico: se stesso, la sua fretta, le sue incertezze, i tempi dettati non più dalla volontà ma dalla necessità, il marketing prima del messaggio e il mezzo, l’oggetto, il suo significato dopo, molto dopo. Il risultato finale è che gli appunti di Matteo Renzi in “Avanti” restano appunti. Soggetti d’inchiostro sparsi qua e là, senza il fascino del puzzle da ricomporre, una perenne sensazione epidermica, un formicolìo, che non arriva a toccare il cuore e la mente del lettore, un disordinato affastellarsi di pensieri dove si passa senza riflettere e fissare i concetti. Si sale in sidecar con l’autore che accelera, sbanda, passa dal Pd alle mamme, da Putin a Totò Riina, da Enrico Letta a Bono Vox, con il lettore che viene colto dalla labirintite renziana e non vede l’ora di scendere. Volendo essere cinici e perfidi, si potrebbe dire che in fondo questo Zelig editoriale è il perfetto ritratto del segretario del Pd, ma in realtà la quantità e qualità di cose che Matteo Renzi avrebbe potuto dare ai lettori con questo libro fa scrivere al titolare di List che siamo di fronte a un appuntamento mancato dall’autore con chi ha reale interesse alla politica, al prezioso mondo della memoria e della storia. E’ un vero peccato. Doveva andare Avanti, è rimasto indietro.

Renzi ha certamente realizzato un record: ha scritto il volume più anticipato e meno recensito della storia dell’editoria italiana. Ma ha anche perso un’occasione: non scriverlo.

© List

Questo articolo è un estratto del numero speciale di List del 15 luglio 2017. List è una boutique editoriale indipendente, senza pubblicità. No banner, no junk-news, solo giornalismo di qualità, contenuti originali, inchieste e analisi sui fatti che contano, news design d’eccellenza. Un prodotto top class ed esclusivo per i lettori. List arriva tutte le mattine sulla tua casella di posta elettronica, è un prodotto first mobile, leggibile su tutti i device. Iscriviti ora alla newsletter.  List non si clicca. Si legge.

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